L'officina delle cose non finite
Siamo nel 1980, tre anni dopo la pubblicazione del Silmarillion, quando Christopher Tolkien riapre i cassetti del padre, ma con un approccio metodologico nuovo che conduce ai “Racconti incompiuti di Numenor e della Terra di Mezzo”.
Gli Unfinished Tales sono a tutti
gli effetti frammenti, con note, varianti, parentesi editoriali, differenti
dimensioni dei caratteri per distinguere le parole di Tolkien padre da quelle
del figlio. Questo testo si può considerare il tredicesimo volume della History
of Middle-earth, o una sua premessa; un libro-non-finito con sbavature,
ripensamenti e interruzioni. Personalmente, la lettura non è stata semplice in
un primo momento, proprio a ragione di tale frammentarietà e per la varietà dei
personaggi e delle epoche coinvolte. Tuttavia, a mano a mano che entravo nelle
storie, mi sono trovato sempre più a mio agio, come se stessi leggendo
avventure e cronache realmente avvenute. Come avevo già assaporato altrove (ma
qui forse si nota maggiormente), i commenti dei due Tolkien si inseriscono in
maniera delicata tra le pagine, mescolando la nostra realtà quotidiana con la
sub-creazione, offrendo però anche a quest’ultima una verosimiglianza storica,
linguistica o simbolica tale per cui in certi momenti mi chiedevo se fossimo
ancora nel gioco narrativo oppure no.
Nel concreto, questo libro consta di
quattro sezioni, ordinate per Ere (le prime tre) e con un’appendice di saggi.
“Incompiuto” significa qui diverse cose: troviamo racconti veri e propri che si
interrompono a metà; versioni ampie di storie note solo in forma compressa;
testi finiti ma mai collocati; dossier di appunti che si completano o si
contraddicono.
Per quanto riguarda le prime due Ere sarò
rapido, perché i testi collocati in questi periodi sono meglio raccontati (a
mio avviso) ne I figli di Hurin e ne La caduta di Gondolin (di
cui ho già scritto altrove) e nel più recente La caduta di Numenor. Nella
Prima Era, infatti, si trova un testo dedicato a Tuor e alla sua venuta a
Gondolin, una versione “a grande tela”, rimasta unica, di una storia che
Tolkien inseguiva dal 1917, con l’epifania di Ulmo a Vinyamar, quel dio del
mare che sale dalla tempesta avvolto nel suo mantello d’ombra che è uno dei
vertici del registro numinoso dell’Autore. Questo testo si interrompe proprio
quando Gondolin viene intravista, e il frammento si traduce nel suo contenuto,
nella città nascosta che resta tale, con il lettore che, come Mosè, può solo
osservare da lontano la Terra Promessa. Segue la storia dei figli di Hurin
nella stesura che all’epoca era la più completa, tra le influenze del Kullervo
del Kalevala, di Edipo e di Sigurd.
Nella Seconda Era troviamo una descrizione
di Numenor da atlante De Agostini (si scherza!), poi la dinastia dei re (la
Linea di Elros) e il racconto Aldarion ed Erendis, con il protagonista
(erede al trono) che il mare tiene lontano per anni e con lei che invecchia
sulla terraferma, tra discorsi decisamente amari sugli uomini e sul loro modo
di amare le proprie opere prima ancora delle persone. Pagine che contribuiscono
a smentire il luogo comune di un Tolkien incapace di sviluppare a pieno i
personaggi femminili. Si giunge così alla Storia di Galadriel e Celeborn,
che sembra quasi un dossier di versioni incompatibili accumulate lungo decenni,
che Christopher allinea senza sciogliere le contraddizioni, ed è in testi del
genere che si ha quella sensazione di guardare lo studio filologico di un mondo
inventato, un gioco borgesiano condotto da un medievista di Oxford.
Venendo alla Terza Era, Il disastro dei
Campi Iridati ricostruisce la morte di Isildur; Cirion ed Eorl
racconta il giuramento che fonda l’alleanza tra Gondor e Rohan, in pagine che ho
trovato davvero emozionanti. La ricerca di Erebor è un gioiello per gli
amanti de Il Signore degli Anelli, perché abbiamo Gandalf che in prima
persona spiega perché in passato scelse proprio Bilbo, in un discorso che è una
saldatura retroattiva tra la fiaba del 1937 e l’epica successiva, con lo
stregone che ammette gli azzardi, la pura fortuna ma anche le ottime
intuizioni. La caccia all’Anello segue i movimenti dei Nazgul nel 3018,
in una ricostruzione quasi cronachistica, mese per mese, mentre a chiusura
della sezione leggiamo delle battaglie dei Guadi dell’Isen.
In appendice, nella quarta sezione,
leggiamo dei Druedain, degli Istari e dei Palantiri. Questa parte diventa
persino avvincente nei suoi particolari, per esempio nella descrizione delle
differenze tra Hobbit e Druedain, nelle statue magiche scolpite da questi
ultimi, nel racconto delle origini dei cinque maghi che vennero inviati da
Occidente e sul loro destino non sempre chiaro nemmeno all’Autore, per poi
chiudere con una storia dei Palantiri e con una descrizione dei loro poteri,
reali e presunti.
Nel complesso, questo libro è una lettura
rivolta principalmente agli appassionati del mondo tolkieniano, ma potrebbe
rivelarsi anche un “aggancio” per un lettore curioso. Tolkien fu un limatore
infinito, il quale componeva per “strati geologici” mentre vedeva il proprio
mondo crescergli sotto le mani più in fretta delle storie che riusciva a
narrare. La finzione del manoscritto ritrovato e tradotto, propria de Il
Signore degli Anelli, si fa qui letterale, in quanto è Christopher a farsi
curatore e filologo dell’opera paterna e le sue congetture e proposte sono
parte integrante dell’esperienza di lettura.
Il fascino di queste pagine dipende, a ben pensarci, proprio dall’estetica del frammento; la Terra di Mezzo “sembra vera” perché eccede ogni singolo racconto, come la storia eccede le cronache che la tramandano. Sono pagine simili a rovine romantiche, che lasciano immaginare il tempio meglio dell’edificio intatto. E così l’appassionato che ha letto le opere maggiori e concluse dell’Autore può rileggerle con la lanterna in mano, alla luce dei non detti e dei retroscena nati da mille voci differenti. In Foglia, di Niggle, un pittore immagina un albero immenso, ne conosce ogni ramo, eppure in tutta la vita non riesce a concludere il quadro, che finisce poi distrutto a eccezione di una singola foglia perfetta: i Racconti incompiuti sono come un mucchio di foglie accatastate sul tavolo e dimenticate, illuminate da una luce che ne rivela le meravigliose increspature.

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