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Una distopia letteraria ungherese

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  C’è una data chiave per cominciare a parlare di questo libro, il 1970, anno in cui il neurochirurgo americano Robert White porta a termine il primo trapianto di testa della storia, innestando il capo di una scimmia sul corpo di un’altra. Il giorno dopo qualcuno fotografa l’animale, trovandolo sveglio, con occhi spalancati e stupiti che guardano il mondo da un corpo incapace di obbedirgli. Il dottor Kreutzer, lo psichiatra al centro del romanzo, conserva quell’immagine incorniciata fin dai tempi del liceo, leggendovi l’attimo in cui una coscienza torna in sé e scopre la propria impotenza. Questa idea si fa metafora e attraversa l’intera opera; gli abitanti del paese senza nome in cui la vicenda si svolge sono esattamente questo, ovvero persone sveglie ma impotenti, cucite a un corpo sociale che qualcun altro ha assemblato per loro. Krisztina Toth, nata a Budapest nel 1967, è una delle voci maggiori della letteratura ungherese contemporanea, una poetessa prima che narratrice, e c...

Sadeq Hedayat, uno scrittore iraniano dimenticato

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Un uomo scrive per la propria ombra, che la lampada a olio proietta sul muro in una forma che gli ricorda una civetta. Questo è lo spunto di un romanzo breve di Sadeq Hedayat, La civetta cieca . Il protagonista apre il proprio cuore all’ombra, per farsi conoscere da lei e per colmare il vuoto che sente dentro. Il libro si apre affermando che esistano ferite dell’anima che nessuno vede e che, nella solitudine, ci consumano lentamente, come la lebbra con la carne. Questa opera ha il gusto di una confessione wildeana, filtrata attraverso l’oscuro tormento di Poe: il dialogo con la divinità è escluso a priori, tantopiù quello con i propri simili, perciò il personaggio rimane solo con se stesso, proiettando l’oscurità al di fuori e imparando a conviverci (non ho detto “riuscendoci”). Con tali premesse, vale la pena spendere due parole sull’Autore. Sadeq Hedayat nasce a Teheran nel 1903 in una famiglia dell’aristocrazia colta; studia in Europa, tra Francia e Belgio; diviene un dandy malinc...

Raccontare la Storia sotto la lente del real maravilloso

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  Nel 1943, lo scrittore Alejo Carpentier accompagna a Haiti la compagnia teatrale dell’attore e regista Louis Jouvet. Visita le rovine di Sans-Souci, la reggia che il re nero Henri Christophe si era fatto costruire guardando Versailles, e sale alla mole ciclopica della Citadelle Laferrière, piantata sulla montagna come una nave di pietra. È una folgorazione: in quell’isola, capisce, il meraviglioso non è un procedimento letterario, un espediente d’avanguardia, bensì il pane quotidiano di una fede collettiva che ha fatto la storia, l’unica rivolta di schiavi vittoriosa dell’età moderna. Da quel viaggio nascono, sei anni dopo, El reino de este mundo (1949, ed. it. Il regno di questo mondo , Einaudi, 1990) e il prologo che lo accompagna: sono poche pagine destinate a diventare uno dei testi fondativi della letteratura latinoamericana del Novecento. È infatti nel prologo che Carpentier regola i conti con il surrealismo europeo, che aveva frequentato da vicino negli anni parigini: i...

Ho scoperto uno scrittore incredibile, Carlos Fuentes

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  Sono arrivato a Carlos Fuentes dalla porta stretta di Aura , un romanzo breve di un’ottantina di pagine gotiche. La cosa che mi rimase impressa fin da subito fu quella seconda persona singolare che si protrae per tutto il libro, quel “tu” che suona come un ordine, o un incantesimo. Uscii da lì con l’impressione di aver sfiorato qualcosa di significativo, di cui in Italia si parla poco o niente, anche tra i lettori assidui. Provenivo già dalla lettura di Pedro Páramo di Juan Ruflo (e dalla sua di “aura”): Susan Sontag lo consacrava tra i capolavori del secolo; García Márquez affermava di conoscerlo a memoria, e generazioni di scrittori lo indicano tutt’ora come libro all’origine di tanta letteratura centro e sudamericana, la pietra angolare su cui è stato costruito il resto. Eppure, dopo averlo letto e apprezzato, il contenuto non ha macerato in me, traducendosi in quella epifania di altri lettori e scrittori. Quando invece ho chiuso La morte di Artemio Cruz ho avuto quella fe...

La fantascienza come passaggio di testimone

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  Da quando i due tomi del Meridiano Mondadori dedicato a Philip K. Dick sono comparsi in libreria, la stessa veste che custodisce Saba e Thomas Mann, una porzione della nostra élite letteraria ha sentito il dovere di colmare in fretta una lacuna antica. Aprendo Ubik , magari sospinti dall’entusiasmo contagioso di Carrère, questi autori hanno concluso l’ultima pagina con una smorfia di disappunto, o di disgusto. Quel mondo non somigliava a niente di ciò che avevano imparato a chiamare “letteratura alta”, perché mancava la levigatezza, la psicologia a orologeria, il decoro e la logicità, o l’incoerenza stilisticamente accattivante. È un problema che aveva colto già Emanuele Trevi, che il Meridiano l’ha curato. Infilare Dick nella collana forse più solenne della nostra editoria, costringe a domandarsi se sia cambiato il confine di ciò che è lecito chiamare capolavoro, oppure se chi era chiamato a individuare le opere migliori si sia fatto condizionare troppo dai generi di apparten...

Può un'opera essere fuori tempo massimo? "Aura" di Carlos Fuentes

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  Aura (1962) dello scrittore messicano Carlos Fuentes si apre con un annuncio sul giornale, il primo passo di un cammino che porta il protagonista a un’epifania che non avrebbe mai voluto ricevere. Il libro è un romanzo breve suddiviso in cinque capitoli; per tutto il testo, Fuentes racconta la storia in seconda persona singolare, una scelta stilistica non facile da sostenere per le circa ottanta pagine che costituiscono l’opera. A parte lo straniamento iniziale (dovuto forse a una questione di abitudine di lettura), in poche pagine sono stato catturato dalla sintassi e dal protagonista Felipe Montero, il giovane storico e squattrinato che risponde all’annuncio di una vecchia signora, Consuelo Llorente, e che si ritrova prigioniero in una casa buia nel centro di Città del Messico. Qui abita anche una ragazza misteriosa di nome Aura, nipote della vecchia. La scelta della seconda persona si traduce così in una forma di sortilegio (tema che ricorre nel libro) e non in un virtuosis...

Alle radici del realismo magico. Un romanzo di Juan Rulfo

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  Ciò che mi resta al termine della lettura di Pedro Páramo (1955) di Juan Rulfo è una sensazione di smarrimento, se non di vuoto. L’opera, alla quale sono arrivato in quanto fu un modello per la scrittura di Gabriel García Márquez, è un romanzo breve ma denso, che frantuma la narrazione lineare del tempo e annulla il confine tra il mondo dei vivi e dei morti. Ridotta all’osso, la storia racconta di come Juan Preciado si rechi al paese di Comala per cercare suo padre, Pedro Páramo, seguendo il desiderio espresso in punto di morte dalla madre. Tuttavia Comala è un paese fantasma e di fantasmi, svuotato dalla violenza e dall’ossessione di un uomo che ha amato una donna, Susana San Juan, con un amore così assoluto da diventare distruttivo per ogni cosa intorno a lui. Juan Preciado arriva, ascolta le voci e si mescola a loro, con un esito che vi invito a leggere. L’architettura temporale dell’opera costituisce l’elemento centrale per interpretarla. Il romanzo procede per frammenti...