Storie di superoi Made in Italy
Antologia illustrata e corale, curata da
Giuseppe Cozzolino, Vintageverse (Ali Ribelli, 2024) tenta di riproporre
un supereroismo all’italiana senza inseguire i modelli contemporanei; riabilita
infatti un retro-immaginario pop, molto anni Cinquanta e Sessanta, costituito
da spionaggio, gotico, peplum, retro-sci-fi e mondanità.
Quasi ogni racconto rientra con scioltezza
in un sottogenere, introduce un’icona e costruisce una scena-motore che
definisce tono e posta in gioco. Ne deriva una lettura a episodi, energica e
visiva. Il rovescio della medaglia è che l’architettura seriale, pensata per
presentare un “cast” riutilizzabile, lascia talvolta gli archi narrativi aperti
anziché risolverli, e alcuni episodi funzionano più da pilot che come testo autoconclusivo.
La cornice del volume è programmatica: la
premessa di Cozzolino esplicita l’orizzonte pop e la vocazione a universo
condiviso; il racconto introduttivo, invece, trasforma ironicamente la
mitopoiesi in un problema amministrativo. Il libro assume così la funzione di “volume
zero” e dichiara le regole del gioco, le influenze e la promessa di espansione;
tutto questo prima ancora di chiedere un’adesione emotiva a un singolo personaggio.
La raccolta procede per blocchi
(Superuomini, Superdonne, Superbotte) e per coppie ricorrenti di materiali
(illustrazione e trafiletto introduttivo, poi racconto). In chiusura compaiono le
biografie degli autori e degli illustratori e un teaser in vista dell’espansione.
Il paratesto, quindi, solletica il lettore a percepire ogni racconto come prova
generale di una possibile serie.
Il tema portante è la nostalgia quale
strumento narrativo, con un repertorio di regole che produce meraviglia, tensione
e riconoscimento. Ricorrono gli scenari legati al mondo dello spettacolo; la
paranoia, tra apparati sovrastatali e complotti, funge da motore dell’azione,
mentre la scienza è vista sia come promessa che come minaccia. In tutto ciò,
gioca un ruolo anche il soprannaturale, una scorciatoia verso l’orrore
mostruoso o per proporre un dilemma morale. L’ambientazione privilegia
luoghi-simbolo come Cinecittà, che diventa paradigma del mondo quale
scenografia, ovvero come realtà sempre mediata dalla produzione d’immagini codificate
e di travestimenti.
Nei passaggi migliori queste componenti
non restano pure citazioni, ma generano conflitto narrativo. Quando invece il
testo privilegia l’inventario di riferimenti e di poteri, la scena perde
densità e la narrazione assume il passo della spiegazione.
La pluralità di firme produce questa altalenanza,
ma la raccolta mantiene ugualmente una coesione di superficie grazie a una
retorica condivisa. Troviamo così aperture a effetto, iperboli calibrate, ritmo
seriale, dialoghi spesso teatrali. Nei testi più riusciti il linguaggio diventa
evocativo, il suono di un’epoca emerge senza manierismo e il camp non è una
scappatoia ironica, ma una scelta consapevole. Nei testi dove questo non
riesce, l’omaggio scivola verso la sinossi e l’universo si chiarisce, ma a
discapito dell’attrito narrativo. Insomma, in Vintageverse c’è tanta
carne al fuoco, e un esempio emblematico è il racconto su Lavinia, dove vengono
tirati in gioco Madame Blavatsky (sua alter ego), Gustavo Rol, George Méliès e tanti
altri, sebbene qui si adotti più un citazionismo divertito che funzionale al
racconto (e la nota divulgativa a fine testo “uccide” il racconto stesso).
I protagonisti sono archetipi ad alta
riconoscibilità, resi memorabili dalle rispettive presentazioni che precedono
ogni racconto. Sono personaggi creati da Cozzolino e narrati da vari autori: tra
questi, ho apprezzato per esempio le storie di Kosmik e di Luna Rossa, mentre
mi ha affascinato l’idea di Pax Mundi, un’unione di guerrieri della fede a
difesa del Vaticano.
Troviamo poi personaggi ben noti nell’immaginario
collettivo, per esempio Dracula, e vi sono altre trasferte d’Oltralpe come con
il personaggio di Amaterasu, nome tratto da una nota divinità giapponese. Non mancano
nemmeno riferimenti all’immaginario di genere anglo-americano, sia nelle
backstory di alcuni personaggi quasi marveliani, sia in certi dettagli (per
esempio la presenza intranarrativa del Necronomicon lovecraftiano).
Lo sviluppo psicologico è giocoforza
compresso; la raccolta lavora più sulle posture e sulla moralità (atto eroico o
atto mostruoso) e le relazioni stesse tra i personaggi sono più una promessa di
qualcosa che verrà (con tanto di interazioni, per esempio quando il Dottor
Maciste compare nel racconto di Proteus e Angelique) che una trama già tessuta.
In tal senso, il personaggio di Cerebrum Delta, un cervello sospeso in una
sonda, funge da collante, reclutando esseri leggendari in tutto il pianeta da proporre
al miglior offerente nella galassia.
Infine, a margine, sottolineo il ruolo delle
illustrazioni, che fungono da copertine interne e rafforzano l’impressione di
uno storyboard transmediale.
Il merito maggiore di Vintageverse risiede
nella sua aspirazione editoriale. Il volume dà il meglio di sé quando ogni
testo traduce la propria grammatica (spy, horror, avventura, weird) in una
scena necessaria, invece che in una sola presentazione dei poteri e del
background del personaggio. I limiti coincidono quindi con l’avvio di un
immaginario (di una saga?), con una qualità non uniforme e un format da non
leggere tutto d’un fiato per evitare la ripetitività.
Nella sua accezione vintage e retrò, la
lettura mi ha ricordato le storie di Earl Foureyes di Stefano Zattera, ma senza
i toni politici del suo operato; ho pensato anche alla rivista Cannibale
(1977-79), ma per contrapposizione, dato che in quel progetto dominava la
figura dell’antieroe e del personaggio cinico, mentre nei soggetti di Cozzolino
sembra prevalere una visione di fondo decisamente più positiva.
In conclusione, Vintageverse è sicuramente consigliato a chi cerca un cinema su pagina di genere supereroistico e retrò, e accetta l’eterogeneità come valore, in un pastiche consapevole che mescola il fantastico alla cultura pop. Inoltre, se l’esperimento dovesse piacervi, troverete già nuovi personaggi, a fine volume, in attesa di una storia che dia loro voce.

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