L'ostinata ricerca dell'utopia. I figli di Dune
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Sette anni dopo l’uscita del secondo
volume della saga, nel 1976 veniva pubblicato I figli di Dune. La storia
riparte nove anni dopo la scomparsa di Paul “Muad’Dib” Atreides nel deserto:
l’impero da lui fondato è già in declino sotto la reggenza della sorella Alia,
per quanto Arrakis continui a essere trasformato in un pianeta fertile. I due
giovani gemelli di Paul, Leto II e Ghanima, sono custodi di un terrificante
potere ereditario: possiedono fin dalla nascita le memorie genetiche di tutti i
loro antenati, mentre intorno a loro si muovono complotti politici (le antiche
Case aristocratiche, il Bene Gesserit e altri ancora) e fermenti di ribellione
tra i Fremen, ispirati dalle prediche di un misterioso Predicatore cieco che
denuncia la corruzione dell’Impero.
Su questo intreccio
fantascientifico-politico, Herbert innesta la consueta ricca esplorazione di
temi filosofici e sociali che rendono l’opera un romanzo molto più stratificato
di quanto questa breve sinossi possa suggerire.
Uno degli aspetti che ho trovato più
affascinanti è la presenza dei “fantasmi” degli antenati nella coscienza dei
gemelli Atreides. Leto e Ghanima sono dei pre-nati, ovvero individui esposti al
melange già nel grembo materno e nati con la piena consapevolezza dei ricordi
dei propri avi. Questa memoria ancestrale collettiva li arricchisce di
conoscenze, ma costituisce anche un grave pericolo: le personalità degli
antenati defunti possono infatti prendere il sopravvento e “possederli”,
annullandone la volontà. La Bene Gesserit definisce questa condizione
“Abominio”, temendola al punto da decretare la morte per chiunque ne sia
affetto.
Ne I figli di Dune vediamo questo
rischio incarnato nella figura di Alia, la quale soccombe alla presenza interna
del suo antenato più malvagio, il Barone Harkonnen, che ne colonizza la mente e
la spinge alla follia. Si crea così dentro di lei una situazione alla Dottor
Jekyll e Mr. Hyde, in cui la coscienza originaria viene progressivamente
sopraffatta da un’altra identità oscura. Herbert tratta queste possessioni in
termini quasi soprannaturali, ma si possono trovare parallelismi anche in
quelle voci percepite in alcune forme di schizofrenia o di personalità
multiple. I “defunti” di Herbert vivono nella psiche dei vivi, rendendo labile
il confine tra ricordo e realtà; sono forme junghiane trasmesse geneticamente,
che costituiscono gli archetipi individuali, quelli che raccontano la “tradizione”
dell’individuo. Questa commistione di scienza (memoria genetica) e metafisica
(possessione spirituale) è uno degli espedienti più forti del libro.
Un altro tema centrale riguarda la
responsabilità del governo e il confronto tra ideali e realtà. Leto II, in
particolare, incarna le preoccupazioni di un sovrano filosofo: è ossessionato
dall’idea di garantire un futuro stabile e prospero all’umanità, evitando il
ripetersi di guerre sante e tirannie. Questa sua attenzione per il “buon
governo” riecheggia le ansie che ogni individuo potrebbe avere riguardo alla
propria condotta etica: così come non può esistere l’essere umano perfetto, non
può nemmeno esistere un sistema sociale compiuto e immutabile. Herbert sembra
suggerire che ogni società porti in sé il seme della propria fine se non
accetta il continuo mutamento. Nel romanzo, l’impero galattico unificato sotto
Muad’Dib ha conosciuto un periodo di stagnazione; l’omologazione politica e
culturale sotto un unico dominio rappresenta una minaccia esistenziale nel
lungo periodo.
Già Paul Atreides aveva previsto che senza
un drastico cambiamento l’umanità sarebbe andata incontro a stagnazione e
collasso. Egli però non ebbe la forza di perseguire fino in fondo la sua
visione traumatica (il cosiddetto “Sentiero Dorato”) e preferì sottrarsi al
ruolo di tiranno-messia auto-esiliandosi nel deserto al termine di Messia di Dune.
Leto II, invece, prende su di sé questo
fardello e comprende che per assicurare un futuro all’umanità debba diventare
lui stesso quel “male necessario” contro cui il padre aveva esitato. In una
scena chiave, il giovane (per modo di dire!) rivela al padre, divenuto il
Predicatore, che una grande lotta, una tempesta inevitabile, è necessaria per
evitare l’estinzione del genere umano, cosa che nemmeno Paul aveva colto nelle
sue visioni. Ora, qui vorrei aprire una breve parentesi che esula dalla storia
in sé: nella prospettiva delineata, che cosa rende Leto II differente da un
Hitler che, sotto effetto di numerose droghe, vaneggiava di una Berlino
millenaria sotto il Terzo Reich? Quello che voglio suggerire è: siamo proprio
sicuri che personaggi come Leto, di fatto dipendenti dalla spezia, non stiano
compiendo azioni unilaterali di fronte ad allucinazioni tutte da dimostrare?
Ma torniamo al testo di Herbert. Leto
accetta di sacrificare la propria umanità e innocenza per assumere il ruolo di
guida assoluta, consapevole che il potere quasi divino che sta per ottenere
avrà un costo terribile in termini personali. Questo dilemma – fino a che punto
il fine giustifichi i mezzi – è al centro del romanzo e ricorda da vicino le
scelte morali che ciascuno di noi affronta su scala più piccola. La fase di
passaggio è dirimente: il malessere nasce dal rendersi conto che, per quanto ci
sforziamo, non esiste una soluzione perfetta e permanente ai problemi, né nella
società, né nella vita individuale. La mortalità e il mutamento sono certezze
inevitabili, e tanto un impero quanto una vita prima o poi conosceranno il
declino. Il romanzo propone allora due atteggiamenti: da un lato, la rinuncia e
la fuga di Paul (che rappresenta la scelta di non voler esercitare un potere
distruttivo, benché salvifico); dall’altro, l’accettazione del ruolo di tiranno
illuminato da parte di Leto, il quale si carica sulle spalle il peso di
governare per millenni in modo da indirizzare l’umanità verso un domani
migliore. Quest’ultima è una risposta radicale e disumana, che Herbert non
presenta in maniera perentoria, dato che il lettore continua a chiedersi, fino
all’ultima pagina, se sia davvero questo l’unico modo per garantire un bene
futuro più grande.
Più che un romanzo, I figli di Dune
è un saggio di politica, sociologia e filosofia travestito da narrazione. La
trama presenta ancora meno scene d’azione rispetto ai volumi precedenti e le
idee vengono veicolate soprattutto dai dialoghi. Alcuni passaggi potrebbero
sembrare usciti da un manuale di strategia politica o da un saggio di storia:
per esempio, Leto II elenca le condizioni che portano un popolo alla ribellione
e come un regime possa prevenirle, mettendo in guardia dal lasciare speranze di
fuga o leader carismatici al popolo oppresso. Altrove, un personaggio riflette
sul controllo delle masse attraverso la religione organizzata, affermando in
modo provocatorio che il popolo non debba mai credere che il cambiamento sia
possibile e che la casta sacerdotale debba opprimere la volontà individuale.
Concetti come questi esemplificano le teorie che Herbert ha disseminato nel suo
ciclo.
Nel flusso della narrazione si inseriscono
temi universali quali il governo autoritario, la ribellione, la manipolazione
religiosa, la conservazione e l’innovazione. I figli di Dune può essere
letto su due livelli: come un romanzo di intrighi e avventure futuristiche, e
come riflessione intellettuale sul destino delle società. La fantascienza di
Herbert ha la capacità di mostrare concretamente una serie di idee in
azione, e questa fusione di piani – speculativo e narrativo – costituisce uno
dei punti di forza del romanzo.
Non mancano comunque le contraddizioni,
perlomeno apparenti. Fin dal primo Dune, l’Autore ha mostrato un
interesse profondo per il tema religioso, distinguendo però tra la fede genuina
e la religione istituzionalizzata come strumento di potere. I figli di Dune
porta avanti (e in parte ribalta) questa riflessione. Se in Messia di Dune
Herbert aveva smontato il mito di Muad’Dib, mostrandoci un Paul fallibile e
umano la cui divinizzazione conduce a un impero tirannico e sanguinario, nel
terzo volume assistiamo paradossalmente alla nascita di una nuova figura quasi
divina.
Alia, nel suo ruolo di reggente, trasforma
il culto attorno a Muad’Dib in una burocrazia religiosa oppressiva, che
minaccia di soffocare la galassia. In opposizione a ciò, Paul ritorna in
incognito come il Predicatore, un profeta cieco che predica nel deserto contro
i dogmi e la corruzione. È il richiamo a una spiritualità autentica, legata ai
valori originari dei Fremen e alla libertà di pensiero, contro l’ortodossia
imposta dall’alto. Herbert sembra criticare le religioni istituzionalizzate,
rappresentate dall’apparato creato da Alia (dove i sacerdoti servono solo a
mantenere il potere e negare la volontà individuale), in favore di una
dimensione spirituale più personale e mistica, simboleggiata dalle visioni e
dalle scelte interiori dei protagonisti.
Tuttavia, il finale de I figli di Dune
compie un atto di divinizzazione della discendenza di Paul: Leto II, fondendosi
con l’essenza di Arrakis e assumendo su di sé il manto del Dio Imperatore,
diventa egli stesso oggetto di venerazione e timore. Questo appare in
contraddizione con la demitizzazione operata nel libro precedente, perché come
si può conciliare la critica alla figura messianica con la decisione di far
ascendere un nuovo “dio” al potere? La risposta è complessa quanto l’opera di
Herbert, che non è stata creata in bianco e nero. Leto II non è presentato come
un eroe infallibile da idolatrare, bensì come un sacrificio vivente; egli
accetta di incarnare il mito e di essere venerato come divino pur di guidare
l’umanità verso la salvezza futura.
In altre parole, Herbert ci pone di fronte
a un affresco dove tutti i lati della religione vengono esplorati: dal
fanatismo cieco che degenera in tirannia (Muad’Dib) alla fede popolare
strumentalizzata (il culto burocratico di Alia), fino al paradosso di un
tiranno che si fa dio consapevolmente, con intento quasi benefico (Leto II). Herbert
sembra suggerire che l’autentica spiritualità risieda nell’esperienza personale
del sacro e nella crescita interiore, mentre i culti istituiti tendono
invariabilmente a cristallizzarsi in strumenti di controllo.
I figli di Dune è un testo
ibrido, che funziona bene in termini narrativi per circa due terzi della
lunghezza, ma che si avvita nel finale in un loop di dialoghi e di concetti che
diventano ripetitivi ed estenuanti, con l’eccezione delle ultimissime pagine. D’altra
parte, è anche il volume con cui Herbert concluse (temporaneamente) l’arco
narrativo degli Atreides, elevando la posta in gioco.
La lettura è impegnativa, dunque, ma nonostante tutto appagante. Per quanto mi riguarda, ho apprezzato la coraggiosa ambiguità di Herbert nel tratteggiare il destino di Leto II: abbandonando ogni moralismo, l’Autore ci invita a ponderare le conseguenze ultime delle nostre scelte e ambizioni, in un tentativo di responsabilizzazione del singolo oggi più valido che mai.

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