Tolkien, uno scaldo nel Novecento. La leggenda di Sigurd e Gudrun
Opera particolare nella produzione di
J.R.R. Tolkien, La leggenda di Sigurd e Gudrun è una rivisitazione
poetica delle antiche saghe norrene dei Volsungar e dei Niflungar. Si tratta di
due lunghi poemi narrativi in inglese moderno, composti intorno agli anni
Trenta, ma pubblicati postumi nel 2009 a cura di Christopher.
Tolkien, da profondo conoscitore dell’Edda
poetica e della lingua norrena, ricrea in versi allitterativi (secondo il
metro fornyrðislag a otto versi) l’intera vicenda leggendaria
di Sigurd il Fafnirbane e di Gudrun. Questa leggenda nordica, accostata da
William Morris alle vicende omeriche del Nord, contiene tutti gli elementi
tipici del mito germanico: un drago (Fafnir) e un eroe ammazzadraghi, la
valchiria Brynhild, le maledizioni divine, l’importanza dei nani, l’intervento
di Odino, la storia della spada spezzata e riforgiata, un tesoro favoloso e un
anello magico maledetto. Il tutto condito da incesti, infanticidi e sacrifici
che rendono la saga dei Volsungar un materiale di grande forza drammatica.
L’uso delle fonti
Tolkien mostra il desiderio di far
rivivere il mito in un’opera moderna e, con il consueto rigore filologico,
colma le lacune e le contraddizioni delle fonti antiche.
La leggenda di Sigurd deriva da un insieme
di fonti medievali frammentarie e spesso discordanti. I principali riferimenti
sono le Edda (poetica e in prosa) e la Saga dei Volsungar, oltre
al Nibelungenlied germanico, tuttavia nessuna di queste fonti ci
fornisce da sola una narrazione completa e coerente.
Alcuni episodi
chiave sopravvivono solo in forma lacunosa: emblematico è il caso del Codex
Regius dell’Edda poetica, da cui risultano strappate otto pagine proprio
nel mezzo della storia, lasciando un vuoto nel cuore della tragedia. Questa
situazione, definita nell’Ottocento “il problema principe della filologia
germanica”, ha spinto studiosi e autori a tentare ricostruzioni: ad esempio Morris
tradusse in versi inglesi il ciclo nel 1876, e il filologo Axel Olrik provò
persino a ricreare un canto perduto (Bjarkamál) in antico norreno.
Tolkien si inserisce in questa tradizione con una rielaborazione creativa e
unificante, come raccontò a W.H. Auden.
Egli introduce
un filo conduttore provvidenziale assente nelle saghe antiche: l’opera si apre
con un prologo (Upphaf, “inizio”) ispirato alla Voluspa eddica,
con una veggente che narra a Odino il destino ultimo degli dèi (il Ragnarok),
ma Tolkien aggiunge un elemento nuovo nell’idea di un “Prescelto di Odino”,
identificato in Sigurd, da cui potrebbe dipendere la sorte finale del mondo.
Odino ordina
ogni evento affinché nasca l’eroe Sigurd, ma resta aperta la domanda se egli
potrà davvero scongiurare il crepuscolo. L’Autore introduce quindi una sottile
dimensione escatologica, in netto contrasto con l’inesorabilità del destino
tipica del mito nordico.
Odino è delineato come un regista provvidenziale
e ogni avvenimento diventa parte di un disegno, perfino la maledizione del nano
Andvari, che nelle fonti è solo un anatema di sventura generica, in Tolkien
include un riferimento diretto a Sigurd sulla sua possibile dipartita
anzitempo.
Pur sfrondando
alcune parti del mito, l’Autore non ne edulcora gli aspetti crudi, includendo
l’incesto tra Sigmund e sua sorella Signy e la tremenda vendetta di Gudrun su
Atli. La differenza è semmai che Tolkien inserisce la violenza in un quadro
narrativo più coerente e caratterizzato, laddove le fonti antiche spesso
lasciano impliciti i moti interiori che portano a compiere atti crudi.
Il Sigurd
tolkieniano non è solo un guerriero invincibile, ma un eroe leale, quasi
arturiano, la cui tragica fine suscita autentica pietà; Gudrun, da parte sua,
emerge come figura di grande pathos, che, ingannata nel matrimonio, alla fine
assume il ruolo di eroina vendicatrice che suggella il ciclo di sangue e
maledizione con l’uccisione di Atli.
La visione
mitopoietica
Per Tolkien il
mito è veicolo di verità profonde e durature; uno dei temi portanti di questa
opera è il Fato e la maledizione, incarnati dall’oro di Andvari e dal suo
anello. Come nell’epica norrena, il tesoro maledetto genera una catena di
sciagure: Fafnir uccide suo padre per l’oro, Sigurd uccide Fafnir e ne eredita
la sventura, Brynhild e Gudrun vengono travolte dal potere distruttivo del
tesoro fino alla rovina dell’intera stirpe. Tolkien esplicita la voce del fato
sia attraverso la profezia iniziale della veggente, sia con le parole maligne
pronunciate da Andvari e Fafnir stesso. In una scena significativa, il drago
morente avverte Sigurd che l’oro lo distruggerà, un monito che il giovane
ignora a suo danno.
Di converso,
Tolkien introduce il tema della speranza contro il destino; egli insinua la
possibilità di un’eucatastrofe, di una risoluzione positiva. Dopotutto, nel
finale del poema l’oro dei Nibelunghi viene gettato nel Reno e questo gesto,
già presente nelle fonti, assume in Tolkien il valore di una purificazione che
restituisce il male alla profondità delle acque, chiudendo il cerchio della
maledizione. Non si tratta di una redenzione (quasi tutti i protagonisti
muoiono), ma suggella narrativamente il concetto che quel male non doveva
sopravvivere oltre nel mondo degli uomini.
Un altro tema
portante della parte centrale è l’onore. Il tradimento del giuramento di
fratellanza tra Sigurd e Gunnar e la vendetta di Brynhild per l’inganno subìto
riflettono l’etica ferrea dell’eroe germanico, per cui l’infrazione della
parola data esige sangue come compensazione.
In questo
contesto, Tolkien sottolinea due aspetti, ovvero il rapporto tra orgoglio e
gelosia e tra amore e dovere: Sigurd si trova imprigionato tra l’amore promesso
a Brynhild e il giuramento di fratellanza con Gunnar che lo porta a tradirla;
Gudrun ama Sigurd ma deve obbedire al padre che la dà in sposa; Brynhild deve
scegliere tra l’amore per Sigurd e l’onore della valchiria.
Non meno
rilevante è il tema della vendetta e della lealtà familiare. Nella seconda
parte, dopo la morte di Sigurd, vediamo Gudrun sposata a malincuore al potente
Atli (Attila) e assistiamo al regolamento di conti tra questi e i fratelli di
lei (i Burgundi, chiamati Niflungar).
Tolkien segue
la saga norrena: Atli invita con l’inganno Gunnar e Hogni alla sua corte per
impossessarsi del tesoro, li fa uccidere, ma Gudrun si vendica assassinandolo.
Ciò che Tolkien mette in luce è il conflitto interiore di Gudrun, divisa tra il
legame di sangue e quello coniugale. Nelle fonti, essa appare ben decisa a
vendicare i fratelli, nonostante in passato siano stati colpevoli dell’omicidio
di Sigurd, e Tolkien amplifica tale fedeltà alla propria stirpe.
L’Autore
attinge al grande “calderone di storie” e le rimescola per estrarne significati
ancora validi; in questo caso, funge da sub-creatore di un mito preesistente,
colma le lacune ma non stravolge l’essenza, al contrario per esempio di Richard
Wagner che alterò tali miti profondamente. È così che Christopher sottolinea
come i libretti wagneriani non abbiano alcuna relazione con i poemi del padre,
poiché Tolkien mira a restaurare il mito più che a modernizzarlo; la sua
interpretazione tende a far emergere la struttura profonda e la forza demoniaca
che egli percepiva nei canti eddici originali.
Il risultato,
però, non è un arido esercizio, ma un mito nuovo capace di stare in piedi da
solo, indipendentemente dalle dispute accademiche.
L’impronta
accademica
I due poemi
sono scritti in strofe brevi allitterative, imitazione diretta del metro
germanico antico, l’otto-verso fornyrdislag dell’Edda poetica. Ciò
significa che ogni strofa è composta da otto mezzi-versi accoppiati da
allitterazioni, senza rime finali, con un ritmo incalzante e conciso. È la
stessa struttura metrica di carmi come il Volsungakvida o la Atlakvida,
che Tolkien rigenera in lingua inglese moderna.
Questo
pastiche stilistico filologico è frutto della profonda competenza di Tolkien
come linguista, il quale, con questo iniziale esperimento erudito, concretizza
un’opera nuova. Il metro allitterativo norreno è intrinsecamente denso e
tagliente, e Tolkien lo padroneggia al punto da farne uno strumento espressivo
moderno; i versi risultano scarni ma evocativi, punteggiati da formule solenni
e immagini vivide. Lo stile ha un andamento “a scatti”: invece di narrare ogni
passaggio con fluidità, il poema procede per scene scolpite, flash che
colpiscono l’immaginazione. Questo “stile formulare arcaizzante” può risultare
impegnativo per il lettore (per me, ad esempio, lo è stato), poiché la sintassi
è spesso invertita, i sottintesi non esplicitati, e l’assenza di collegamenti
espliciti tra una scena e l’altra richiede molta attenzione. Il procedimento è
analogo a quello del Beowulf oltre che dei carmi eddici, confermando
l’intenzione tolkieniana di dare vita a un autentico poema medievale perduto e
ritrovato.
L’impronta
accademica si trova anche nel lessico, volutamente arcaizzante, con termini
inglesi desueti, kennings (metafore perifrastiche tipiche della poesia
scandinava) e nomi propri in antico norreno (Odin chiamato con il soprannome
Grimnir, etc.). Tolkien scrive con la mente del medievalista, come se
traducesse da un’opera antica, eppure il risultato non è pedante e suona
naturale nell’economia dell’opera. La sua competenza gli permette di evitare
anacronismi e di mantenere una coerenza stilistica rigorosa, aspetto che si
nota anche nella struttura narrativa (l’uso di proemio e interludi gnomici
tipici delle saghe, etc.). In altre parole, la creatività poetica è incanalata
al meglio dall’impronta accademica, in un rapporto virtuoso. Vi è poi un
aspetto importante nell’ispirazione tolkieniana, ovvero l’idea di voler far
risuonare ancora quella musicalità antica con un pubblico contemporaneo.
Inutile dire
che questa complessità stilistica si perde in gran parte in traduzione, e non
potrebbe essere altrimenti, per questo il suggerimento è di leggere l’originale
facendosi accompagnare dalla traduzione nei passaggi più ostici.
Il posto
dell’opera nella produzione tolkieniana
La leggenda di
Sigurd e Gudrun si colloca a parte rispetto al legendarium,
eppure le connessioni con il resto dell’opus tolkieniano sono molteplici. In
primo luogo, l’influenza del mito norreno è ubiqua in Tolkien, dalla
nomenclatura ai temi. Si può dire che il ciclo in questione facesse parte del
DNA mitico dell’Autore, a partire dal drago Fafnir che custodisce gelosamente
l’oro (e che ha ispirato Smaug), dalla spada Gram (una chiara prefigurazione di
Narsil/Anduril) e dall’anello maledetto di Andvari.
Negli anni in cui scriveva questi versi,
Tolkien stava lavorando ai Lays of Beleriand, poemi in stile medievale
su Beren e Luthien e altri episodi del Silmarillion; Christopher
ipotizza che suo padre, dopo aver interrotto il Lay of Leithian si fosse
dedicato ai lai dei norreni, in una sorta di vaso comunicante creativo, dallo
sviluppo della propria mitologia all’“esercizio” sui miti tradizionali.
L’abilità metrico-poetica affinata con Sigurd e Gudrun avrebbe poi lasciato
tracce anche nel poema allitterativo The Fall of Arthur, altro testo
postumo in cui Tolkien adotta lo stile germanico per narrare la leggenda
arturiana. Ma altri elementi si trovano nelle due sfere, per esempio la
tematica dell’uomo che sfida un oscuro destino accomuna Sigurd (contro il
Ragnarok) e Turin Turambar (contro Morgoth), oppure l’idea di un eroismo
malinconico lega Sigurd a Frodo o al Beowulf della saggistica tolkieniana.
Un altro elemento tipico della sua
scrittura è il concetto della santità del sacrificio: Sigurd sacrifica la
propria vita per mantenere fede ai legami giurati (prima con Regin, poi con
Gunnar); Brynhild sacrifica la vita per amore e per ristabilire l’onore
tradito; Gudrun alla fine sacrifica tutto, persino i propri figli (secondo la
saga), per vendicare la famiglia.
Questi gesti estremi hanno in Tolkien un
effetto dirompente, che viene rivestito di significato metafisico: egli vedeva
nei miti pagani delle “schegge di vera luce” e nel mito norreno ammirava la
qualità del coraggio con il quale viene affrontato quel senso di eterna
sconfitta. Sigurd affronta da solo il drago, pur conscio del pericolo, poiché
la lotta contro le avversità senza garanzia di successo racchiude in sé la
gloria e il merito per il guerriero. Non è un atteggiamento così lontano da
altri personaggi tolkieniani e questo tema contribuisce a inserire la nuova
narrazione del mito antico nell’economia del pensiero dello scrittore.
In ultima analisi, La leggenda di
Sigurd e Gudrun è un’ottima lettura critica per l’appassionato tolkieniano
e di cultura norrena, ma è anche un’opera letteraria valida in sé, se si prende
in esame il testo originale. Chi conosce la Terra di Mezzo vi ritroverà echi
familiari; chi è versato nelle saghe nordiche apprezzerà la finezza con cui
Tolkien ne ha evidenziato le strutture portanti, risolvendo problemi
interpretativi con soluzioni narrative eleganti.
Considerare questo Autore come il padre del fantasy moderno è in tal senso limitante, poiché il Professore è stato anche un custode e un rinnovatore di antiche mitologie e, a guardare la mole dei suoi inediti, questo aspetto della sua opera è quantomai rilevante, se non proprio centrale.

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