Gli inizi. Tolkien e il Kalevala
Racconto breve, o, meglio, frammento incompiuto, La storia di
Kullervo fu scritto dal giovane Tolkien intorno al 1914-15, durante gli
anni universitari a Oxford. Si tratta della prima prova narrativa in prosa
dell’Autore, che fino ad allora si era dedicato quasi esclusivamente alla
poesia. L’opera riveste un interesse particolare per il ruolo che ha giocato
nello sviluppo successivo del legendarium: nata come rivisitazione di un
episodio del Kalevala – il poema epico finlandese – questa storia
presenta peculiarità formali e stilistiche, e instaura un dialogo diretto con
il mito originale da cui trae ispirazione. Inoltre, benché non appartenga alla
mitologia di Arda, La storia di Kullervo si collega a doppio filo con i
futuri racconti della Prima Era, in primis la tragica vicenda di Turin Turambar, e anticipa alcuni motivi dell’immaginario tolkieniano.
All’epoca della stesura, Tolkien aveva circa ventidue anni. Sul
piano biografico, aveva già conosciuto il lutto, rimanendo orfano di padre in
età precoce e di madre a dodici anni; esperienze che sembrano rispecchiarsi
nell’oscura vicenda di Kullervo, anch’egli orfano e “maledetto dal fato” fin da
piccolo. Senza però calcare troppo la mano su questo discorso, dal punto di
vista letterario la scintilla fu la scoperta della mitologia finlandese;
Tolkien si era appassionato alla lingua finlandese e in particolare al Kalevala,
l’epopea nazionale compilata da Elias Lonnrot.
A differenza dei più noti miti classici e norreni, il Kalevala
appariva a Tolkien strano e disordinato, e per questo intrigante. Anni dopo, in
una lettera, l’Autore riconobbe che il progetto legato a Kullervo
rappresentasse il primo tentativo di riscrivere le leggende in modo personale,
un esercizio creativo e accademico al tempo stesso.
Sotto il profilo formale, la storia si presenta come un racconto in
prosa di breve estensione (il manoscritto originale conta circa ventisei
pagine) e il testo si interrompe proprio nel punto culminante della vicenda. Il
frammento rimase tale e venne pubblicato postumo solo nel 2010, nella rivista Tolkien
Studies, e poi in volume nel 2015, a cura della studiosa Verlyn Flieger.
Quest’ultima edizione giunge a noi come un ibrido tra narrativa e apparato
critico, alla maniera di altre pubblicazioni postume dell’Autore.
A livello stilistico, il racconto riflette lo stadio ancora acerbo
della scrittura; Tolkien si ispira al registro epico-leggendario, ma a tratti
il testo ne esce appesantito. Malgrado ciò, si intravedono già alcuni tratti
tipici del suo stile, per esempio l’alternanza tra momenti di alto lirismo
tragico ed elementi più prosaici, o dimessi. Un’altra peculiarità è l’impiego
dei nomi propri, dato che Tolkien importò nel racconto alcuni nomi dalla
tradizione finnica (Kullervo, Untamo, Musti), ma ne creò anche di nuovi
dall’aspetto finnico (Ilu, Sari, Kemenume), primi esperimenti che avrebbero poi
portato alla lingua elfica.
Il tono dell’opera è cupo e pessimista; è un racconto di sventure
senza alcuna eucatastrofe. Tale cupezza pervade sia la vicenda narrata, sia
l’atmosfera paesaggistica, in questa terra nordica selvaggia che ispira e
spaventa allo stesso tempo.
Le tematiche de La storia di Kullervo riflettono questa
natura tragica e si possono condensare in quattro assi tematici portanti,
intrecciati tra loro. Il primo è il rapporto tra destino e fatalità: il tema
del fato ineluttabile domina la vita di Kullervo fin dalla nascita; la sua
esistenza pare segnata da una maledizione che non riesce a evitare (si pensi
alla successiva maledizione di Morgoth sulla famiglia di Hurin). Kullervo non
sceglie liberamente la violenza, ma sembra spinto da forze più grandi di lui, e
dunque può soltanto andare incontro alla propria rovina con una cupa grandezza.
Intimamente connesso al fato avverso è il tema della vendetta,
motore principale dell’azione. Kullervo è un personaggio alimentato dall’odio e
dal desiderio di rivalsa per i torti subìti. Cresciuto come schiavo nella casa
dello zio malvagio Untamo (colui che ne ha sterminato la famiglia), il ragazzo
giura di vendicarsi. La scia di violenza distruttiva è devastante: sabota ogni
compito impostogli; provoca la morte cruenta della perfida moglie del fabbro
che lo maltrattava (facendola sbranare sadicamente dai lupi grazie ai suoi
poteri magici); compie infine un massacro, sterminando lo zio e la sua gente.
Tale vendetta non porta tuttavia ad alcuna giustizia, ma solo a un ulteriore
spargimento di sangue e a rovina. Kullervo paga a caro prezzo il furore,
ritrovandosi infine solo e disperato, ma non si pensi a un facile ammonimento
morale, poiché, secondo un’etica arcaica, Kullervo non poteva rinunciare alla
vendetta e nemmeno alla tragica dipartita.
Un altro tema fondamentale è la ricerca fallita di un’identità
personale e familiare. Kullervo cresce privo di radici e questa condizione di
alienazione forgia il suo carattere instabile e rabbioso. Tolkien enfatizza gli
unici legami affettivi del protagonista, quello con la sorella Wanona e con il
fedele cane nero Musti, che fungono da surrogati di famiglia e da sostegno
emotivo. L’identità di Kullervo è definita in negativo, per contrasto (egli è
figlio di Kalervo, schiavo o usurpatore presso il clan di Untamo, etc.), e non
riesce mai a integrarsi a una comunità, al punto che il suo disadattamento si
risolve nientemeno che in un incesto inconsapevole, alla Edipo.
Il quarto asse tematico riguarda la morte. La morte segna il
destino del protagonista fin dalle prime righe; seguono tentativi di
infanticidio, omicidi e suicidi, in un vero e proprio catalogo delle morti
violente. Morte che qui non è né eroica né redentrice, ma pura desolazione. Il
climax conclusivo è emblematico, perché, dopo aver consumato la sua vendetta e
aver provocato indirettamente la morte della sorella, Kullervo rimane solo con
la propria colpa. In preda a una disperazione nichilista, egli dialoga con la
sua spada chiedendole di bere il sangue del colpevole Kullervo (e la spada
accetta il sacrificio).
Questo suicidio finale accentua il carattere sacrificale della
vicenda, rendendo la morte l’unica via d’uscita dal circolo di dolore. La
catarsi oppure la consolazione per il lettore vengono meno; rimane questa
grandezza eroica che si affoga nell’oscurità.
Venendo ora al confronto con il mito originale, la versione di
Tolkien ne segue da vicino la traccia, riprendendone gli snodi principali e
gran parte dei personaggi. L’Autore traduce o adatta molti nomi e inserisce
brani che riecheggiano i versi del Kalevala, tuttavia Tolkien modella
liberamente alcuni dettagli e approfondisce certi aspetti caratteriali. Per
esempio, conferisce alla sorella un ruolo più definito (le attribuisce un nome e
la presenta fin dall’inizio come gemella amata di Kullervo), mentre nell’opera
originaria la sorella resta anonima fino all’incontro fatale.
Un altro aspetto interessante è come Tolkien lavori da studioso del
folklore, con tanto di conferenze sul Kalevala per spiegarne il contesto
mitologico, ma al contempo inserisca elementi creativi originali (i nomi in
protolingua elfica, le descrizioni paesaggistiche, i sogni e i dialoghi
interiori). È questo dunque il primo passo nel riconoscimento dell’importanza
della mitologia nazionale e nella volontà di proporne una per l’Inghilterra;
una convinzione che accompagnò Tolkien per tutta la vita.
Di fronte a un testo come La storia di Kullervo, mi chiedo
però se l’opera funzioni sul piano narrativo al di là del suo valore “storico”
quale antesignano di molti motivi e temi del legendarium.
Sul piano narrativo, come racconto autonomo il testo soffre di vari
limiti: oltre a essere incompleto, lo stile risulta acerbo e a tratti
ampolloso; la costruzione dei personaggi è relativamente schematica (Kullervo
incarna la rabbia, Untamo la malvagità, etc.) e non vi è spazio per le
sfumature psicologiche che un romanzo moderno offrirebbe. Di conseguenza,
l’opera non eccelle nella sua capacità di intrattenere, né per il suo
equilibrio; semmai, oggi, potrebbe considerarsi uno strumento involuto di ragebait
per la crudezza con cui sono trattate certe tematiche. In altre parole, La
storia di Kullervo è più una storia per fan tolkieniani incalliti e per
studiosi, mentre il lettore “esterno” rischia di ricavarne molto poco.
La vera forza del testo risiede invece nel piano simbolico, poiché
la sua cupezza estrema gli conferisce uno spessore archetipico: Kullervo è una
figura da tragedia greca o shakespeariana; incarna il tema eterno della lotta
dell’Uomo contro un destino avverso, e i simboli che punteggiano la vicenda,
dal coltello rotto (perdita dell’innocenza) alla foresta (luogo di
smarrimento), dal fiume in cui annega la sorella (ineluttabilità del fato) alla
spada-giudice, parlano tutti un linguaggio universale.
Per tutte queste ragioni, La storia di Kullervo è un’opera di grande interesse più che di grande bellezza, una lettura che non è piacevole nel senso tradizionale, ma che possiede un fascino quasi ipnotico.

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