Il primo romanzo sci-fi di Riccardo Cascino
Ambizioso progetto di fantascienza
distopica e post-apocalittica, Il Cielo Nero è il primo romanzo in
auto-pubblicazione di Riccardo Cascino, informatico milanese di nascita, che opera
nel digital advertising.
Il libro è ambientato in un futuro in cui
un’invasione misteriosa e un immenso velo oscuro hanno cancellato il sole e
ridisegnato la civiltà umana. L’ultima metropoli, Novark, è diventata uno
spazio di segregazione e violenza, dove gli adulti sono ridotti in schiavitù e
i giovani addestrati come soldati. Al centro della narrazione si muove Draak,
cresciuto nel Sottosuolo, una città scavata nella roccia che custodisce una
società brutale e smemorata, privata delle proprie radici. L’incontro con Aril
lo spinge a risalire verso la Superficie, in un viaggio che dovrebbe condurre
alla verità sulle ragioni della devastazione.
Sulla carta, l’impianto è promettente, con
un universo narrativo cupo, una riflessione sulla memoria come strumento di
resistenza e una struttura che sembra ambire alla grande fantascienza di
formazione. Nel concreto, però, il romanzo ha un andamento piatto; è assente
una vera suspense, così come un crescendo narrativo capace di trascinare il
lettore. Le oltre cinquecento pagine non contribuiscono a costruire la
tensione, anzi la dilatano senza renderla significativa e producendo una
sensazione costante di immobilità drammatica.
Sono chiare le aspirazioni strutturali a
modelli illustri della science fiction. Le citazioni che aprono ogni parte (ce
ne sono cinque) richiamano il Libro del Credo di Dorkan, uno
pseudobiblion impostato alla maniera delle opere immaginarie interne a Dune.
Così anche il percorso di presa di coscienza del protagonista sembra richiamare
la tradizione di questa saga, con un mondo che dovrebbe rivelarsi
progressivamente attraverso linguaggi, mitologie, sistemi sociali e concetti
nuovi. Tuttavia, nel romanzo di Cascino questo processo resta in superficie; i
primi capitoli mostrano l’intenzione di voler costruire un universo complesso e
dotato di una propria logica, ma al di là di pochi termini “alieni” o
suggestioni sparse, il worldbuilding rimane fragile, poco stratificato, spesso
sostituito da dialoghi lunghi e poco impattanti.
È proprio nei dialoghi che il romanzo
mostra uno dei suoi limiti principali. Se da un lato rendono la lettura
scorrevole e rapida, dall’altro risultano (nella maggior parte dei casi)
facilmente riassumibili in discorso indiretto senza alcuna perdita di forza
narrativa. Non costruendo tensione e non rivelando più di tanto i personaggi,
sembrano più che altro riempire spazio. Nel finale, questa tendenza si
accentua, e i dialoghi diventano apertamente retorici, innaturali, quasi
declamatori, tanto che provare a leggerli ad alta voce ne mette in luce tutta
l’inverosimiglianza.
Un rapido confronto con grandi modelli
della fantascienza rende ancora più evidente ciò che manca. In un romanzo come Ubik,
per esempio, la prima metà dell’opera, apparentemente disordinata e
frammentaria, è in realtà una lenta tessitura di indizi, una rete che stringe
progressivamente fino al colpo di scena (ai colpi di scena, anzi) conclusivo.
Ogni episodio, per quanto strano o marginale, è funzionale alla costruzione di
un ritmo. Ne Il Cielo Nero questo genere di architettura narrativa è
assente, e gli eventi si susseguono senza accumulare peso, senza una concreta
progressione emotiva o concettuale.
Questo discorso è forse una conseguenza di
un problema più grande, che riguarda il nucleo tematico. Il romanzo parla di
memoria quale risorsa dell’identità, sopravvivenza e libertà, ma senza riuscire
a trasformare questi elementi in un’idea forte che sostenga l’intero impianto.
Resta nel lettore la sensazione che manchi una vera urgenza narrativa, una
domanda centrale capace di dare coesione al viaggio di Draak e al mondo che lo
circonda. Alla fine della lettura, viene spontaneo domandarsi che cosa volesse davvero
raccontare questo romanzo e se vi fosse, in filigrana, uno sguardo sul
presente, sulla società o in generale sull’essere umano.
Ora, mi è comunque parso di intuire che Il Cielo Nero sia stato animato da buone intenzioni e da una certa passione da parte dell’Autore, riscontrabile anche nei riferimenti interni e nei cosiddetti “easter egg” che mi sono stati segnalati a fine lettura; l’immaginario è potenzialmente interessante e sviluppabile in varie direzioni, ma la storia necessiterebbe di un intenso editing, di un’opera di sfoltimento e di una progressione narrativa più articolata.

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver visitato "La Voce d'Argento"! Condividi il tuo pensiero o lascia un commento: ogni opinione è importante e arricchisce la conversazione. Ti ricordo di rispettare le opinioni altrui e di evitare linguaggi inappropriati: i commenti sono moderati per garantire un ambiente costruttivo e piacevole. Buona lettura e grazie per il tuo contributo!