La storia della caduta di Gondolin

 


Opera postuma di J.R.R. Tolkien, La caduta di Gondolin venne pubblicata nel 2018 a cura del figlio Christopher e rappresenta la terza e ultima delle “grandi storie” della Prima Era della Terra di Mezzo. Il volume ha un approccio quasi filologico e raccoglie varie versioni di un racconto incompiuto ma fondamentale nel legendarium tolkieniano, fornendo al lettore sia la trama epica, sia uno sguardo sull’evoluzione del mito nel tempo.

Gondolin è una segreta roccaforte elfica, fondata dai Noldor in esilio e protetta dal resto del mondo da una cerchia impenetrabile di montagne. Nel corso della Prima Era, mentre l’Oscuro Signore Morgoth devasta le terre del Beleriand, Gondolin resta l’ultimo baluardo di speranza degli elfi contro il male. Governata dal saggio ma orgoglioso re Turgon, la città prospera nella pace e nell’isolamento, ignara che la sua caduta si avvicini inesorabile.

Il protagonista è Tuor, un uomo di nobile stirpe che il destino, tramite l’intervento del Vala Ulmo, conduce fino alle porte della città. Su invito di Ulmo, Tuor intraprende un pericoloso viaggio per avvertire Turgon di un imminente attacco e incitarlo a uscire dall’isolamento; Tuor guadagna la fiducia del re, tanto da sposarne la figlia, Idril, e da avere da lei un figlio, Earendil, destinato a grandi imprese. Tuttavia, l’eroe non riesce a persuadere Turgon ad abbandonare la sicurezza della città e a rimandarne la rovina.

 

D’altra parte, la peggiore minaccia giunge dall’interno, poiché Maeglin, nipote del re, cede alla corruzione del male. Accecato dall’ambizione e da un amore non corrisposto per Idril, Maeglin rivela a Morgoth la posizione segreta di Gondolin. Ne consegue un attacco apocalittico con orchi, Balrog e draghi, che coglie di sorpresa gli abitanti. Durante l’assedio si compiono atti di eroismo tragico, come il duello in cui il capitano Glorfindel abbatte un Balrog sacrificando la propria vita per proteggere i fuggitivi, mentre lo stesso re Turgon perisce tra le rovine del suo regno. Gondolin viene infine distrutta, e la disfatta pare totale. Tuor, però, grazie alla lungimiranza di Idril che aveva predisposto un passaggio segreto, riesce a guidare un drappello di superstiti fuori dalla città: novello Enea, fugge insieme a Idril e al piccolo Earendil in fasce.

Il trionfo di Morgoth sembra completo, ma dalla disperazione germoglia la speranza. Earendil rappresenta la convergenza di due popoli, nonché il tramite per un intervento provvidenziale. Anni dopo la caduta di Gondolin, egli salperà attraverso il Grande Mare fino alle sponde dell’Ovest e, presentatosi dinanzi ai Valar, implorerà il loro perdono per gli elfi e il loro aiuto contro Morgoth. L’estremo sacrificio di Gondolin non sarà comunque vano, poiché i Valar muoveranno guerra a Morgoth e lo sconfiggeranno in modo definitivo, concludendo la Prima Era. In tal modo, la caduta della città nascosta getta le basi per la futura salvezza della Terra di Mezzo.

 

Raccontata così, la trama appare chiara, eppure questa storia venne rielaborata da Tolkien a più riprese, confermando o meno le versioni precedenti. L’Autore scrisse una prima versione completa del racconto nel 1917, durante il servizio militare, su un quaderno. All’epoca era in convalescenza e in quella prima bozza non erano stati ancora definiti a pieno i linguaggi, la geografia e la storia del suo mondo. Questo testo rimase inedito fino alla pubblicazione postuma nei Racconti perduti.

Negli anni successivi, Tolkien tornò sulla leggenda consapevole dell’importanza che essa rivestiva nel suo corpus. Negli anni Venti abbozzò un rifacimento in poesia epica, il Lay of the Fall of Gondolin, che però lasciò incompiuto. Nel 1926 e poi nel 1930 ne scrisse versioni in forma di sinossi (rispettivamente nello Sketch of the Mythology e nel Quenta Noldorinwa), integrate nel progetto del Silmarillion ma anch’esse piuttosto condensate. Infine, all’inizio degli anni Cinquanta, dopo aver completato Il Signore degli Anelli, Tolkien intraprese un’ambiziosa riscrittura in prosa della caduta con uno stile più maturo e solenne. Questa ultima versione risale probabilmente al 1951 e si interrompe (purtroppo!) in modo brusco, nel momento in cui Tuor, dopo molte peripezie, giunge per la prima volta a contemplare dall’alto la valle di Gondolin. Tolkien non completò mai questa versione, forse travolto da altri impegni editoriali e dalla difficoltà di conciliare la mitologia con le esigenze editoriali del dopoguerra (costo della carta, etc.). Perciò, quando Il Silmarillion venne dato alle stampe nel 1977, a cura di Christopher, la parte dedicata alla caduta dovette basarsi sul vecchio testo del 1917 leggermente adattato.

 

L’edizione del 2018 de La caduta di Gondolin ha il merito di raccogliere per la prima volta tutte queste versioni in un unico volume organico. Ogni sezione è accompagnata da note e commenti di Christopher, che contestualizzano le differenze e l’evoluzione del racconto. Non è dunque un romanzo uniformato (come era stato possibile fare per I figli di Hurin), bensì una raccolta commentata di testi, con un approccio più simile a quello adottato in Beren e Luthien, dove si mostrano le diverse fasi redazionali.

Dal punto di vista editoriale, l’edizione è arricchita da apparati che ne facilitano la fruizione (glossario dei nomi, note esplicative, appendice con la lista dei personaggi, illustrazioni di Alan Lee). Il volume è quindi un prodotto a metà tra il saggio accademico e la narrazione epica; consente al lettore di approfondire la genesi di uno dei miti fondanti della Terra di Mezzo, senza dover consultare separatamente testi diversi. Pur essendo un’opera prevalentemente per appassionati, non manca un certo piacere della lettura in grado di coinvolgere chiunque.

 

In termini tematici, La caduta di Gondolin incarna l’idea dell’eucatastrofe, ovvero il capovolgimento improvviso dalla disperazione alla gioia. In essa emerge la tensione tra la provvidenza divina e il libero arbitrio dei personaggi. Ulmo cerca di guidare gli eventi inviando Tuor a Gondolin con un messaggio che potrebbe cambiare le sorti della guerra, ma il successo di tale missione dipende interamente dalla risposta libera degli elfi. Tolkien suggerisce che l’aiuto divino possa manifestarsi, ma non forza mai le scelte delle creature, le quali restano responsabili delle loro decisioni. Anche nella tragica distruzione, comunque, la mano provvidenziale non abbandona completamente i buoni, dato che il giovane Earendil sopravvive per portare a termine ciò che il padre non era riuscito a fare.

Prima dell’eroismo, però, il testo ci porta attraverso le debolezze morali. Il compiacimento di Turgon, restio a rinunciare alla propria sicurezza per affrontare il male, e il tradimento di Maeglin, sedotto dall’odio e dall’ambizione, dimostrano come il male trionfi veramente solo quando gli individui liberi cedono alle proprie peggiori inclinazioni. Tolkien non descrive uno scontro semplicistico tra bene e male, dato che Balrog e draghi rappresentano il male fisico, ma la vera rovina scaturisce dall’orgoglio e dal tradimento di personaggi altrimenti nobili. Tale risvolto morale rende la storia molto più vicina a una tragedia tutta umana, in cui il destino di un intero popolo dipende dalle scelte etiche dei suoi membri e dalla loro volontà di fare il bene anche a costo del sacrificio. Questo discorso sulla responsabilità collettiva è, per quanto mi riguarda, il cuore dell’opera e la sua forza tematica.

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