Amore e destino nei personaggi di Beren e Luthien

 


Nel 2017, Christopher Tolkien ha consegnato ai lettori Beren e Luthien, un volume che raccoglie e riordina le molte versioni di una delle più amate leggende della Terra di Mezzo. Non si tratta di un romanzo inedito del padre, ma di un affascinante montaggio di testi che l’Autore ideò e rielaborò nell’arco di una vita.

L’obiettivo dichiarato del volume è di esplorare la vicenda presentandola in forma autonoma e mostrando al contempo come questo racconto sia evoluto nel corso del tempo. Il risultato è un’esperienza di lettura insolita: invece di limitarsi a narrare la storia, già nota ai cultori di Tolkien, il libro invita a entrare nel laboratorio creativo dell’Autore, svelando strati successivi di scrittura, cambi di stile, di lingua e di contenuto.

 

Christopher ha scelto un approccio diverso da quello utilizzato per I figli di Hurin, poiché Beren e Luthien non è presentato come un’unica narrazione continua, bensì come una raccolta ragionata delle diverse versioni del mito composte da Tolkien in epoche diverse. Forse ciò è stato dovuto ad alcune critiche ricevute per I figli di Hurin, oppure alla natura più composita e contraddittoria dei frammenti di Beren e Luthien. Mi viene da pensare che, volendo mantenere un maggiore approccio creativo, Christopher avrebbe potuto dare vita a un volume simile a un libro-game, in cui il lettore potesse scegliere quale linea narrativa seguire. Ma mi rendo conto che questo approccio rischiava di snaturare gli intenti di Tolkien padre in merito a una delle sue storie predilette.

Dopo una breve introduzione che inquadra i “Tempi Remoti”, l’ambientazione mitica de Il Silmarillion, il volume apre con Il racconto di Tinuviel, la primissima stesura della storia risalente ai tempi della PGM. In questa versione embrionale, in origine parte de Il Libro dei Racconti perduti, troviamo differenze non da poco rispetto al racconto maturo: Beren non è ancora un uomo mortale, ma uno gnomo, termine con cui Tolkien all’epoca indicava un elfo della stirpe dei Noldor; e al posto di Sauron, futuro signore dei lupi mannari, l’antagonista qui è Tevildo, il principe dei gatti, un cattivo fiabesco che tradisce le origini ancora sperimentali del legendarium. Questa prima versione presenta un linguaggio semplice, che permette di assaporare la freschezza originaria del mito, quando la vicenda d’amore tra un’elfa e un mortale era appena germogliata nell’immaginazione dell’Autore.

 

A seguire, il libro propone estratti da fasi successive della leggenda. Un breve brano dall’Abbozzo della mitologia mostra in nuce la trama che poi confluirà ne Il Silmarillion. Vengono poi presentati tre passi dal Lai di Leithian, il lungo poema in versi allitterativi che Tolkien compose negli anni Venti per raccontare in forma epoca la vicenda. Qui il registro cambia e la prosa fiabesca cede il passo a versi ricchi di musicalità e richiami medievali, testimoniando l’ambizione di Tolkien nel voler elevare la storia a epopea lirica. Inoltre, il volume include estratti dal Quenta Noldorinwa, una versione condensata e tarda degli eventi, mai pubblicata prima in Italia. Per finire, Christopher fornisce un commento esplicativo che illumina la forma definitiva assunta dal racconto nel capitolo dedicato de Il Silmarillion (1977), e aggiunge alcuni frammenti collegati, come un episodio sui nani e il Silmaril, tratto dal racconto perduto La Nauglafring, e il passo La stella del mattino e della sera, che collega la gemma di Beren alla futura vicenda di Earendil.

Questo percorso testuale guidato permette al lettore di vedere come la leggenda si sia trasformata e arricchita, pur mantenendo intatto il suo nucleo narrativo. Vale la pena ribadire che Beren e Luthien non offre materiali del tutto inediti per gli studiosi, ma rappresenta comunque un tributo d’amore di Christopher verso l’opera paterna. Il risultato è un libro a metà tra saggio e racconto, un’esperienza di lettura rivolta forse più ai collezionisti e agli appassionati.

 

La lettura in successione del volume permette di cogliere il passaggio dalla prosa semplice e incantata, influenzata dalle fiabe e dalle leggende vittoriane, ai registri più solenni e arcaicizzanti. Nella prima versione, Luthien (chiamata Tinuviel, “Usignolo”) è una fanciulla elfica che ammalia con la sua danza. I dialoghi e i nomi in questa fase hanno un sapore antiquato ma familiare, per esempio Beren viene definito “gnomo” nel senso arcaico di gnomo-elfo (dal greco “gnome” per “conoscenza”), mentre la narrativa indulge in dettagli leggeri.

È nel Lai di Leithian che l’Autore si avventura nel canto epico: in questa fase, i nomi propri si assestano, per cui Beren è ormai un uomo mortale; Luthien acquista il suo nome definitivo; Tevildo lascia la scena al più minaccioso Thu/Sauron; l’ambientazione diventa quella ben definita del Beleriand con i suoi reami elfici (Doriath, Nargothrond, Angband).

La prosa del Quenta Noldorinwa e della versione finale de Il Silmarillion è ancora diversa: concisa, mitica, quasi biblica nel narrare gli eventi. Lo stile è elevato, degno di un racconto che per gli elfi è storia sacra. Molti dettagli delle versioni precedenti vengono compressi o omessi, per aderire al tono severo delle cronache antiche. L’umorismo sottile della versione del 1917, con la comica vanità del principe dei gatti Tevildo, viene sostituito da tinte più cupe, da Sauron che imprigiona Beren e i suoi compagni con crudeltà ben più violenta, e Luthien deve sfidarlo con la magia e con il canto.

 

Venendo all'intreccio, al cuore della leggenda vi è una storia d’amore che trascende i confini “razziali” e persino la morte. Tolkien considerava questo racconto la più grande delle storie dei Tempi Remoti: l’amore dei due protagonisti viene osteggiato sia dal padre di lei (re Thingol, che impone a Beren la quasi irrealizzabile impresa di sottrarre un Silmaril dalla corona di Morgoth), sia dal destino stesso, in un mondo già lacerato dall’odio e dalla guerra. Eppure, laddove eserciti di elfi e uomini avevano fallito, questi due innamorati riescono: più che l’astuzia del cavallo di Troia, i due mostrano il loro coraggio e il senso del sacrificio e il fato li premia.

Tolkien tesse la vicenda di Beren e Luthien ispirandosi a modelli mitologici universali, si pensi al richiamo di Orfeo e Euridice nel momento in cui Luthien scende nell’oltretomba (le aule di Mandos) per ritrovare Beren. Tuttavia Tolkien introduce una svolta profondamente originale alla vicenda: Luthien, a differenza di Euridice, riesce nel suo intento e con il suo canto di dolore commuove il severo Mandos, ottenendo la restituzione dell’amato. È un caso senza precedenti nella mitologia di Arda: un morto che ritorna in vita grazie all’intercessione amorosa. La scena è di un’intensità commovente e racchiude il senso ultimo del racconto. Luthien, posta di fronte alla scelta di rimanere per sempre immortale nei beati reami occidentali senza Beren, oppure di restituire Beren alla vita accettando però per sé la mortalità, non esita.

Il tema della morte e resurrezione, così centrale nel legendarium tolkieniano, trova in questa storia la sua espressione più diretta: la morte non è evitata né negata, ma affrontata e persino accolta come pegno di un amore più forte del destino. Nella sorte dei due assistiamo a un’eucatastrofe dolceamara: Beren e Luthien vivono insieme nascosti e abbandonano il mondo l’uno accanto all’altra. Per gli elfi, la scelta di Luthien è una perdita straziante, ma anche una rivelazione, perché è la prima (e unica) volta che una figlia immortale di Iluvatar conosce il destino degli uomini. Non è un caso che Aragorn, ne Il Signore degli Anelli, canti ai hobbit proprio una versione della canzone di Beren e Luthien in un momento di sconforto, perché questo è un mito salvifico, un racconto di speranza che rischiara le tenebre.

 

Accanto all’amore, l’altra anima di questa leggenda è l’eroismo dei suoi protagonisti, un eroismo insolito, intimamente legato alla libertà di scelta e alla compassione. Beren è un eroe diverso dagli orgogliosi prìncipi elfici della sua epoca: non possiede eserciti né regni; è un uomo braccato e solo, ma la sua tenacia nasce dall’amore e dalla fedeltà alla parola data. Accetta la sfida impossibile di Thingol senza vantarsi e con umiltà; il suo eroismo è quello del mortale audace, capace di soffrire perdite e mutilazioni senza rinnegare il proprio scopo.

Dal canto suo, Luthien infrange ogni stereotipo di “damigella in pericolo”: è lei l’artefice dei momenti decisivi dell’avventura. Con astuzia e con grazia incanta perfino Sauron; con l’aiuto del fedele Huan traveste se stessa e l’amato per penetrare furtivamente nella fortezza di Morgoth; infine, con ineguagliabile sangue freddo, danza e canta davanti al trono del Tenebroso, addormentandolo e strappandogli la vittoria di mano. Luthien rappresenta un tipo di eroismo femminile e luminoso, fondato sulla leggiadria e sulla fedeltà ai propri sentimenti. La sua forza di volontà piega persino la fatalità: lascia il reame paterno, rinuncia alla propria immortalità e affronta Morgoth in persona.

 

Nella leggenda, è importante anche il valore del libero arbitrio, quale forza in grado di sfidare il Fato. Pur in un mondo governato da profezie, giuramenti inviolabili (come quello tragico di Feanor sui Silmaril) e maledizioni, questi due innamorati riescono a infrangere i circoli della sorte: ottengono il Silmaril ma non ne sono maledetti come tanti altri, forse perché non lo desiderano come conquista in sé, ma come mezzo per ottenere un bene maggiore. Il loro atto ispira persino un capovolgimento nei piani divini, poiché Iluvatar stesso concede a Luthien ciò che nessun Valar avrebbe osato, cioè un destino diverso da quello assegnato alla sua razza.

In un’epica in cui spesso il destino dei personaggi sembra segnato da colpe ataviche, la storia di Beren e Luthien spicca perché sfida il destino, e non è un caso che tra le tre “grandi storie” della prima era (Beren e Luthien, I figli di Hurin, La caduta di Gondolin) questa sia l’unica a non concludersi in tragedia pura: Turin soccombe alla maledizione di Morgoth, Gondolin cade per il fato ineluttabile dei Noldor, ma Beren e Luthien resistono alle avversità.

Qui si riflette forse la visione provvidenziale dell’Autore, con l’esempio di come il libero arbitrio orientato dal vero amore possa ottenere grazia e redenzione dove tutto sembra perduto. Prescindendo tuttavia dalle letture religiose, questa è una storia che parla al lettore moderno per la sua “dimensione volontaria”: i due protagonisti non agiscono perché sicuri di un lieto fine garantito dal fato (anzi!), ma proprio perché nulla è garantito decidono di agire secondo coscienza, fino alla fine.

 

Come ogni autentico mito, anche quello di Beren e Luthien risuona di echi antichi e al tempo stesso appare nuovo e unico. Tolkien si ispirò a numerose fonti letterarie e mitologiche: oltre al già citato parallelo con Orfeo, si possono intravedere richiami a Tristano e Isotta (nell’idea dell’eroe che deve affrontare prove estreme per l’amata, o nella scelta di morire insieme pur di non essere divisi) e ad altri archetipi di amore contrastato.

La storia ha anche risvolti personali per J.R.R. Tolkien: quando morì, volle che sulla tomba fossero incisi, accanto ai nomi suoi e della moglie Edith, proprio i nomi dei due personaggi, a suggello di un’identificazione profonda con essi. Del resto l’Autore aveva concepito la scena dell’incontro tra Beren e Luthien ispirandosi a un episodio autobiografico: vide Edith danzare in un boschetto fiorito e in quella visione ravvisò la nascita di un nuovo mito. Un secolo dopo, il volume curato dal figlio ci consente di ripercorrere in maniera quasi filologica questo viaggio. Lo stile discorsivo dei commenti rende il percorso accessibile anche ai non specialisti, purché abituati a un minimo di familiarità con il mondo di Arda. A scanso di equivoci, non si può considerare questa edizione come una semplice operazione editoriale, poiché offre al lettore l’opportunità di meditare in maniera (il più possibile) organica sui temi della storia e sulle modalità in cui le leggende tendano a rimodellarsi in qualche modo ogni volta che qualcuno le racconta.

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