Il senso della comunità ne Il pastore d'Islanda

 


Ci siamo lasciati alle spalle le festività natalizie da circa un mese, ma vorrei raccontarvi di un libro che va oltre questo periodo dell’anno per parlare di altruismo e di dedizione al dovere morale.

Il protagonista de Il pastore d’Islanda di Gunnar Gunnarsson è Benedikt, un vecchio che incarna una bontà disinteressata che appare da sùbito fuori dal tempo: egli rischia la vita ogni anno per andare a recuperare le pecore smarrite tra le nevi, e lo fa non per ottenere una ricompensa o la gloria, ma per il semplice principio che qualcuno lo debba fare, dal momento che ogni creatura ha il suo valore e richiede una cura da parte dell’uomo. La missione di Benedikt richiama esplicitamente la figura evangelica del Buon Pastore: il titolo originale dell’opera – Advent – venne tradotto in inglese come The Good Sheperd, e in apertura compare una citazione tratta dal Vangelo di Giovanni (10,11), ovvero «Il buon pastore offre la vita per le sue pecore.»

Quella di Benedikt è dunque anche una vocazione spirituale; l’Autore tratteggia questo personaggio esageratamente buono con sorprendente autenticità, evitando ogni eccessiva retorica. Con uno stile sobrio e poetico al tempo stesso, Gunnarsson scava nell’essenza della vocazione del vecchio e ce la presenta come libera da qualsiasi sentimentalismo lezioso. Il risultato è che Benedikt appare non come un eroe artificiale o predicatorio, ma come un uomo genuinamente felice nel servire gli altri, saldo nella sua incrollabile fiducia. Un uomo in pace con se stesso. Tale legame tra fede e azione è uno dei fulcri del romanzo: Benedikt non si dà per vinto e ha fiducia nella Provvidenza, trovando così le forze fisiche e interiori per portare a termine la sua missione.

 

Il romanzo offre descrizioni mozzafiato della natura islandese invernale, vero contraltare alla figura del protagonista. La montagna coperta di neve e spazzata dalla bufera è dipinta da Gunnarsson con dettagli vividi e terribili: lo sconfinato deserto bianco, le cime che scompaiono nel vortice del nevischio, il gelo che morde le membra e il vento che inghiotte i contorni del mondo. Questa natura estrema svolge il ruolo di antagonista, e ogni volta che Benedikt avanza, insieme ai suoi compagni Leo (un cane) e Roccia (un montone), la montagna sembra volerli respingere.

Tuttavia, il romanzo non raffigura una lotta uomo-natura in senso tradizionale, perché Benedikt non prova odio né desiderio di dominio sulla montagna. Al contrario, egli accetta la sfida del clima quasi con umiltà e rispetto reverenziale; sa di essere un piccolo ospite nel regno di ghiaccio e considera la natura come una realtà con la quale bisogna scendere a patti.

Questa visione emerge nel rapporto con gli animali. Benedikt vive una comunione armoniosa con tutte le creature: il legame paritario tra lui, Leo e Roccia è uno degli aspetti più toccanti della vicenda. Il cane e il montone non sono meri assistenti o strumenti utili all’uomo, ma compagni d’avventura, dotati ciascuno di carattere e dignità. Leo, vivace e coraggioso, mostra un’innata intelligenza e fedeltà; Roccia, testardo e placido, è la guida sicura che tiene saldo il gruppo nei momenti critici. Gunnarsson dedica brani di pura poesia descrivendo questa insolita amicizia interspecie, dai momenti giocosi tra Leo e Benedikt a Roccia che sopporta con calma stoica le carezze dei bambini di Botn. In un mondo rurale dove gli animali sono spesso considerati solo risorse, Benedikt invece ne rispetta le personalità e trae forza dalla loro presenza. È così che il romanzo diventa anche un inno alla cooperazione, a tal punto che chi li conosce li chiama scherzosamente la “Santa Trinità”.

 

La vicenda di Benedikt può essere letta anche come un viaggio introspettivo alla ricerca di un significato personale all’esistenza. Nelle lunghe notti trascorse da solo sotto le stelle o durante le marce estenuanti nel muto biancore, il pastore si confronta con se stesso, con i propri limiti fisici e con le grandi domande della vita e della morte. Ci viene fatto intendere che con la sua missione egli abbia trovato un modo per trascendere le paure personali: sfidando la morte ogni inverno, ha imparato a non temerla più, e al contempo ha dato uno scopo alla propria vita al di là dei sogni individuali. In un passaggio significativo, mentre siede solo nel rifugio di Botn la sera dell’Avvento, Benedikt riflette sullo stesso concetto di Avvento e rivive mentalmente il racconto di Cristo che entra a Gerusalemme in umiltà, in una sorta di visione meditativa. Finisce per identificarsi con l’asinello che porta Gesù, provando a comprenderne i sentimenti, e questa immedesimazione spirituale fa capire come l’uomo percepisca la propria esistenza: un servizio umile, certo, ma necessario, parte di un disegno più grande.

La solitudine che egli vive rappresenta la condizione stessa dell’esistenza, laddove trovare il proprio posto e senso. Grazie a riflessioni del genere, il romanzo trascende l’avventura concreta e diventa un racconto simbolico, pur mantenendosi stilisticamente umile. È così facile intuire perché in Islanda questa storia sia considerata il vero Canto di Natale nazionale: essa parla al cuore umano universale, celebrando i valori della bontà, del sacrificio e della speranza, capaci di dare luce e significato alla vita anche nei momenti più oscuri.

 

Sebbene Benedikt agisca in solitaria per gran parte della vicenda, il finale pone l’accento sulla comunità e sulla continuità generazionale. Nel momento più critico, quando l’anziano pastore scompare tra le tempeste, la piccola comunità rurale non resta a guardare: i giovani raccolgono il suo esempio e corrono in aiuto. Questo aspetto introduce il tema della solidarietà collettiva e mostra come ciò che Benedikt ha seminato per anni fruttifichi nel momento del bisogno, spingendo altri a diventare buoni pastori. Il ringraziamento dell’uomo a un suo giovane omonimo sancisce simbolicamente il passaggio di testimone: il bene non muore con il singolo individuo e la sua eredità morale è un elemento chiave che rende la storia non ingenuamente ottimista.

Il pastore d’Islanda si attaglia al periodo natalizio perché celebra la nascita di una speranza nuova nel cuore degli uomini, e il vero lieto fine consiste nel vedere l’intero villaggio partecipe della missione di Benedikt.

 

Dal punto di vista stilistico, il romanzo è breve. La prosa di Gunnarsson alterna passaggi descrittivi minuziosi a momenti di riflessione interiore e dialoghi essenziali. Questo equilibrio crea un ritmo pacato, quasi contemplativo, che avvolge il lettore senza bisogno di effetti melodrammatici. La semplicità della trama consente alla narrazione di strutturarsi sull’evocazione e sul dettaglio prezioso, e trasforma inoltre l’avventura particolare in una parabola di più ampio respiro.

Non sorprende apprendere che, fin dalla sua pubblicazione nel 1936, questo titolo fu accolto con entusiasmo anche fuori dall’Islanda, diventando un classico della letteratura nordica. Tra l’altro, in postfazione all’edizione Iperborea, l’autore contemporaneo Jon Kalman Stefansson ricorda l’aneddoto secondo cui Ernest Hemingway avrebbe tratto ispirazione dalla figura di Benedikt e dalla sua lotta nella natura selvaggia per scrivere Il vecchio e il mare. Certo si possono cogliere alcune affinità tematiche (la sfida solitaria, la dignità del protagonista segnato dalla fatica), tuttavia l’opera di Gunnarsson si distingue per un messaggio meno amaro e da una spiccata vena spirituale. Laddove Hemingway narra della lotta dell’uomo contro il fato e dell’inevitabile perdita, Gunnarsson celebra la capacità umana di trovare un significato nell’abnegazione e nella bontà disinteressata. Leggere Il pastore d’Islanda è come scaldarsi accanto a un fuoco in pieno inverno, traendo da esso nuovo vigore.

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