Su Licantropie di ABEditore

 


Vi ricordate di quei giochi online di circa vent’anni fa in cui si doveva scegliere tra vampiri e lupi mannari, per poi sfidarsi all’ultimo sangue tra pozioni, armi e maledizioni? Ecco, forse i lettori più giovani erano appena nati, ma io mi ricordo ancora i pomeriggi spesi su BiteFight, un browser game uscito nel remotissimo 2006. Ebbene, a dispetto dell’(allora) imminente esplosione di massa della saga di Twilight, con annessa riabilitazione del vampiro-bel-tenebroso, io ero già dalla parte dei lupi mannari.

Questo preambolo personale serviva soltanto a mostrare una delle mie ragioni d’interesse per l’uscita di Licantropie. Maledizioni dal Plenilunio (Abeditore, 2025), un volume che ho letto in estate, ma di cui scrivo soltanto ora, dopo averlo selezionato come libro del gruppo di lettura in biblioteca per il mese di ottobre. È arrivato così il momento di mettere insieme i molti appunti, invitandovi fin da sùbito a leggerlo.

Se però siete tra coloro che non si fidano a scatola chiusa, voglio raccontarvi qualcosa di più, ma con una premessa: quelli che seguono sono i miei appunti, utili prima di tutto a me stesso se e quando vorrò tornare ai contenuti dell’opera (e – vi ricordo – ho dovuto coordinare un gdl a tema). Potete trovare le recensioni brevi in giro per la rete, mentre qui vorrei dedicarmi a un’analisi più approfondita e nel merito, che spero risulti utile anche per voi. Non citerò tutti i testi presenti, ma cercherò invece di costruire una guida ragionata che sia utile a chi legge.

 

Forse era inevitabile, ma non per questo meno necessario: Abeditore prosegue il suo cammino di esplorazione del gotico e del fantastico pubblicando un’antologia dedicata alla figura del lupo mannaro. Curato dal collettivo “La bottega dei traduttori”, il volume fa parte della collana “Ombre e Creature” e persegue il progetto editoriale che prevede di raccogliere racconti, leggende e documenti storici che trattino, in questo caso, di licantropia. Attraversando epoche e culture differenti, la struttura del libro è infatti costituita da tre sezioni, nelle quali si spazia da storie letterarie ottocentesche e novecentesche ad antiche fiabe popolari e perfino a cronache reali di processi o casi clinici di “licantropia” documentata. Ne risulta una panoramica davvero ampia: autori e autrici provenienti da Europa, Asia, Africa e Sudamerica narrano – o testimoniano – misfatti e maledizioni di questa inquietante bestia umana. Il risultato è un mosaico oscuro e suggestivo, certamente d’atmosfera, che combina l’intrattenimento agli spunti di ricerca antropologica.

La prefazione introduce il lettore al mondo ambivalente del licantropo, preparando il terreno ai testi raccolti. Fin da sùbito, l’attenzione del lettore va al ricco apparato grafico costituito da illustrazioni, incisioni d’epoca o eleganti decorazioni, un marchio di fabbrica della casa editrice, capace di rendere la lettura una vera e propria esperienza. La curatela include invece un apparato di note contestuali e informative non invadenti (anzi, personalmente avrei gradito un ulteriore approfondimento sugli autori), tali da rendere la lettura accessibile a qualsiasi lettore.

 

La prima parte della raccolta, dedicata ai racconti letterari, schiera alcuni nomi illustri della narrativa fantastica accanto a gemme quasi dimenticate. Apre le danze George MacDonald con Il lupo grigio, racconto gotico di metà Ottocento avvolto in un’atmosfera brumosa e fiabesca. Qui un viandante scozzese trova rifugio da una tempesta presso una strana fanciulla dai pallidi occhi grigi: MacDonald intreccia così romanticismo e orrore in una prosa giocata sulla suggestione. Segue Karl Bartsch con Il licantropo di Klein-Krams, che ci porta in un villaggio della tradizione tedesca: l’Autore, studioso del folklore germanico, rielabora una leggenda locale trasformandola in un racconto breve dal taglio quasi morale. La storia mescola cronaca e mito popolare, anticipando uno dei fili conduttori dell’antologia, ovvero il sottile confine tra credenze e realtà storica.

Non poteva mancare H. H. Munro “Saki”, presente con il suo Gabriel-Ernest: questo racconto, intriso di umorismo nero e di una tagliente ironia, è uno degli esempi più brillanti di come la figura del mannaro sia stata declinata in letteratura anche con una sensibilità psicologica. Saki narra dell’incontro tra un gentiluomo razionale e un misterioso ragazzo selvatico che vive nei boschi, suggerendone sùbito la natura ferina. Con uno stile elegante e beffardo, l’Autore contrappone la rigida compostezza edoardiana dei personaggi “civili” alla dirompente vitalità istintuale rappresentata dal giovane: il risultato è un testo che si gioca su una sottile tensione, dove istinto e intelletto duellano sotto la superficie della tipica conversazione da salotto inglese, fino al crudele epilogo.

 

Cito poi un testo molto diverso, proprio del filone pulp e avventuroso, a firma di Robert E. Howard (per i novizi: il creatore di Conan il Barbaro), che in Nella foresta di Villefere propone un inseguimento notturno nei boschi francesi, con un viaggiatore solitario braccato da una creatura ululante. La prosa di Howard è asciutta, muscolare, capace di dipingere scene di combattimento feroci e sanguigne; al contempo non rinuncia a tinte gotiche degne di Poe, soprattutto nella descrizione del bosco lunare quale sede dell’incubo. Pur nella sua brevità, il testo lascia letteralmente il segno in maniera viscerale, allargando la platea di lettori che potrebbero apprezzare la raccolta.

Accanto a questi nomi, Licantropie valorizza voci meno note: una di queste è Il lupo mannaro di Arthur Lesley Salmon, un autore britannico oggi quasi dimenticato. Presentato qui in prima traduzione italiana, il racconto è un piccolo gioiello di suspense classica. Senza anticipare troppo, posso dire che l’Autore costruisce una sorta di vicenda da “campfire story” che ruota intorno a una misteriosa figura femminile e a un gentiluomo forse un po’ sciocco. Lo stile è quello del tardo gotico inglese, con tanto di locanda isolata, notti tempestose e epifanie finali: farà felici i cultori delle ghost stories. Segnalo anche il ruolo simbolico del cane quale elemento ferino addomesticato, fedele all’uomo, che si contrappone al feroce mannaro.

 

Di grande interesse è anche Horacio Quiroga, maestro del racconto sudamericano, presente con Chiacchiere intorno a un tavolo. In questo episodio, che ha il sapore di un racconto nel racconto, Quiroga immagina un gruppo di commensali che, riuniti dopo cena, iniziano a discorrere di fatti macabri. Il titolo lascia presagire un clima quasi scherzoso, ma ben presto i toni si incupiscono per l’oggetto dei discorsi. L’Autore adotta uno stile diretto e semina indizi inquietanti sotto la superficie di un dialogo apparentemente normale.

Ma con questo titolo siamo già alla sezione dedicata alle leggende, che ci trascina nel cuore del folklore mondiale. Sono testi nati dalla tradizione orale, raccolti e trascritti da etnografi o scrittori affascinati dall’esoterismo o dal fiabesco. Qui si accresce la varietà culturale del volume, anticipata già nei racconti dalla rielaborazione narrativa dell’etnologo René Basset nel racconto Il lupo mannaro e la ragazza, un racconto del popolo Saho (Africa orientale). Si tratta di una vicenda ambientata tra villaggi e savane, in cui la creatura è più vicina a un demone locale che al lupo europeo: ci troviamo di fronte a un essere mutaforma che può ricordare l’uomo-iena e che incarna paure tribali legate alla notte e alla natura selvaggia (così, per esempio, nella leggenda intitolata Doukouli, l’uomo iena, sempre a firma Basset). L’Autore, alla fine dell’Ottocento, documentò molte di queste storie durante i suoi viaggi nel Maghreb e nel Corno d’Africa, e questo racconto ne mostra tutta la curiosità antropologica.

La particolarità di queste storie africane risiede – a mio avviso – nella loro cruda semplicità narrativa: ci mostrano comunità rurali che tentano di spiegare sparizioni di bambini o strane morti attribuendole a un essere ibrido, che talvolta è anche uno stregone o un emarginato maledetto dalla comunità. Il bosco, in questi contesti, cede il posto al villaggio o al deserto come scenario della paura: la dicotomia natura/civiltà è mantenuta, ma con sfumature diverse di non poco conto.

 

L’Asia è rappresentata da un contributo raro e intrigante, un racconto giapponese firmato da Tanaka Kotaro, scrittore e folklorista del primo Novecento che ci conduce nel Giappone rurale di inizio secolo con Lo spirito lupo, titolo didascalico che nasconde però una storia stratificata. Questa leggenda nipponica trapianta la tematica in una terra dove il lupo (Okami) è figura presente nei miti, ma con connotazioni differenti, poiché qui si fonde a mio avviso con lo yokai, lo spirito mutaforma del folklore locale, spesso nelle vesti di una sfuggente donna in kimono. Nel testo, ambientato tra le montagne, la maledizione coinvolge un giovane e due donne: il ruolo femminile è centrale, perché Tanaka introduce la figura di una madre “adottiva” e di una ragazza definita più volte “infantile”, e la storia acquisisce così un risvolto sociale nell’idea che due donne non possano vivere da sole nel bosco. Eppure, anziché seguire questa convinzione, l’Autore sovverte il luogo comune della donna passiva delle fiabe, in un finale che è emblematico del rapporto tra uomo e donna nella società giapponese di allora.

È notevole come, pur da una prospettiva culturale lontana, emergano temi comuni: la paura dell’ignoto che si annida nella famiglia, l’ombra della superstizione che può distruggere legami, e di nuovo la tensione fra istinto e dovere (in questo caso, l’apparente apertura mentale del giovane e il desiderio inconscio di voler far rispettare le norme sociali).

 

L’Europa contadina costituisce però il cuore delle leggende licantropiche. Dalla Francia arrivano Il barone lupo mannaro di Paul Sébillot e la leggenda Il mezzadro lupo mannaro di Germain Laisnel de La Salle. Si tratta di racconti che affondano le radici nelle tradizioni bretoni e normanne, piene di nobili maledetti e contadini trasformati per punizione divina o sortilegio. Sébillot, famoso folclorista, narra di un antico feudatario colpito dalla maledizione del lupo, quasi a voler spiegare con il soprannaturale le crudeltà perpetrate da certi nobili (un tema, quello del lupo che “signoreggia” sui più deboli, che ricorda certe fiabe come Il lupo e i sette capretti, rovesciato in chiave adulta).

Laisnel de La Salle invece attinge a storie contadine: il suo mezzadro che diventa lupo mannaro costituisce all’apparenza una metafora sui timori della nobiltà rispetto a una rivolta popolare, da sedare sul nascere eliminando i suoi fomentatori. Entrambi i testi mostrano come la credenza nel lupo mannaro fosse diffusa in ogni ceto; dal castello alla fattoria nessuno era immune al sospetto, e le cause della trasformazione oscillano tra punizioni per empietà, maledizioni di streghe o patti con il diavolo. Queste fiabe nere europee sono narrate con stile semplice, quasi da focolare: brevi paragrafi, tono dimesso, ma non sono per questo meno inquietanti; anzi, è proprio la loro asciuttezza a renderle simili a resoconti di cronaca locale.

 

Sempre in àmbito europeo, va citato il contributo del Portogallo, che grazie a José Leite de Vasconcelos offre addirittura più voci al tema. L’etnografo portoghese raccolse numerosi “casi” e credenze popolari sul lobisomem agli inizi del Novecento. Nell’antologia compaiono due suoi testi folclorici: La donna lupo e I bambini e le due licantrope. Il primo colpisce per la commistione di pietà e orrore: la donna lupo di de Vasconcelos è vittima del suo destino e allo stesso tempo pericolosa per la comunità, una figura tragica che sovverte l’immaginario classico (dominato da lupi mannari maschi) e rovescia gli stereotipi legati alla femminilità. La seconda storia è ancor più particolare: sembra quasi una macabra ninna-nanna che coinvolge due donne che vivono ai margini di un villaggio. Ebbene, senza nemmeno un processo fasullo come quelli inquisitori, un gruppo di bambini pensa bene di eseguire una rapida “sentenza”.

Anche qui troviamo una forte enfasi sul ruolo della donna: queste licantrope di de Vasconcelos sono ritenute predatrici, a dimostrazione di come nel folklore la tradizionale figura materna si tingesse di tinte oscure, incarnando l’archetipo della “mamma orco” delle fiabe. Sono racconti brevi, quasi schegge, che però lasciano un’eco profonda: evidenziano la paura contadina verso ciò che sfugge all’ordine familiare, sia esso una ragazza non sposata che vaga nei boschi (sùbito tacciata di stregoneria e licantropia), sia esso un infanticidio o una scomparsa che trova spiegazione in un mostro femminile divoratore. Da filologo qual era, de Vasconcelos registra queste credenze con precisione, ma non senza un certo gusto narrativo: leggere oggi questi brani significa affacciarsi su un immaginario europeo quasi dimenticato, dove la luna piena poteva trasformare chiunque in qualcosa di terribile, anche i non licantropi.

 

Percorrendo le pagine di Licantropie emergono con forza alcuni nuclei simbolici che ricorrono trasversalmente alle diverse storie, pur nelle loro differenze di stile e provenienza. L’antologia riesce infatti a mantenere una coerenza tematica: ogni testo aggiunge un tassello a quello che è, a tutti gli effetti, un affresco collettivo del mito del lupo mannaro nelle sue molteplici sfaccettature.

Il tema centrale che attraversa il volume è senz’altro quello della dualità e del conflitto interiore tra l’umano e il bestiale. La licantropia diventa la metafora per eccellenza di questa spaccatura dell’animo: dietro la facciata civile, razionale e “domata” dell’individuo si nasconde un impulso selvaggio, primordiale, che nel lupo mannaro trova sfogo. Molti racconti evidenziano proprio questa dialettica: lo si vede con Gabriel-Ernest di Saki, dove l’uomo di città (portatore di razionalità e ordine sociale) deve confrontarsi con l’adolescente ferino che rappresenta l’istinto puro. Ma altrettanto fanno, in modi diversi, storie come Il lupo grigio di MacDonald, dove un giovane razionale e istruito cade vittima di una seducente creatura soprannaturale, perdendo il controllo di sé, o leggende come quelle di Sébillot, in cui la trasformazione in lupo è spesso punizione per chi ha trasgredito alle regole di Dio e degli uomini (quindi per chi si è posto fuori dall’ordine morale).

In ogni caso, il lupo mannaro di queste pagine incarna il lato animalesco insito in ciascuno di noi, quella furia cieca o quel desiderio inconfessabile che la società reprime ma che talvolta irrompe, con conseguenze devastanti. La metamorfosi narrata in questi racconti è quasi sempre irreversibile e carica di violenza: quando la bestia interiore prende il sopravvento, le solide convinzioni dell’essere umano (la morale, la ragione, la fede nel proprio dominio sul mondo) vengono lacerate. Questo conflitto tra ragione e istinto è il fil rouge che lega assieme vicende ambientate a latitudini molto diverse.

 

Un altro aspetto simbolico ricorrente è quello del licantropo come maschera o rivelatore di verità nascoste. In molte storie la trasformazione fisica svela ciò che il personaggio realmente è, o ciò che la comunità teme che egli sia. Ad esempio, nei racconti folklorici europei, dare del lupo mannaro a qualcuno poteva essere un modo per etichettare il diverso: l’eretico, il praticante di magia nera, il bandito che vive nei boschi, o anche il nobile crudele che riduce (metaforicamente?) a brandelli i sudditi. Nella storia del barone lupo mannaro, il protagonista già in forma umana mostrava tratti ferini nel suo comportamento spietato; la maledizione non fa che renderlo letteralmente un lupo, svelando la sua vera natura. All’opposto, in La donna lupo di de Vasconcelos, la licantropa è in realtà una giovane su cui forse grava un sortilegio: in questo caso la forma di lupa è una maschera tragica, sotto la quale la vera identità rimane intrappolata e inconoscibile.

In entrambi i casi, la licantropia porta a galla ciò che era celato: colpa o innocenza che sia, la pelle del lupo mette a nudo l’anima del protagonista. Anche nei racconti moderni come quello di MacDonald o di Salmon c’è l’idea che l’orrore riveli qualcosa: un personaggio all’apparenza affidabile si rivela mostruoso, oppure un’oscura maledizione di famiglia viene smascherata dal ripetersi di efferati delitti. Indossare il manto del lupo significa perdere ogni ipocrisia: il lato oscuro dell’umano si manifesta senza freni e spesso con brutale sincerità.

 

Collegato a ciò è il ruolo dei luoghi selvaggi, principalmente il bosco, come teatro della trasformazione. Quasi tutte le storie contrappongono uno spazio civilizzato (il villaggio, la casa, la città) a uno spazio selvaggio (la foresta, la notte, la landa desolata) in cui il licantropo può manifestarsi. Questo spazio liminale, lontano dagli sguardi della comunità, è dove la natura prende il sopravvento e regna l’ignoto. In Nella foresta di Villefère di Howard la trama stessa è un inseguimento ai margini della strada maestra, quando il viaggiatore esce dalla zona sicura e viene inghiottito dalla vegetazione ostile. In Gabriel-Ernest, il ragazzino selvatico dimora nell’intrico boschivo e solo chi esce dalla sicurezza domestica ne fa il fatale incontro. Ne Il lupo grigio di MacDonald, è durante una bufera che il protagonista è costretto ad andare “fuori rotta”, là dove appare la creatura.

Il messaggio sembra chiaro: oltre il confine della civiltà si entra nel dominio del lupo, dove valgono leggi diverse (quelle dell’istinto e della sopravvivenza) e l’uomo rischia di diventare preda. Tuttavia, l’antologia evidenzia anche come questo confine possa essere attraversato in senso inverso: il lupo mannaro spesso irrompe nei villaggi e nelle case, portando il caos nel cuore della civiltà. Ciò avviene sia metaforicamente (il sospetto e la paranoia che si diffondono in comunità altrimenti tranquille) sia letteralmente, come in alcune cronache riportate nella sezione finale, dove si racconta di lupi mannari processati nei tribunali delle città. La dicotomia bosco/città, quindi, funziona sì da contrasto, ma viene violata di continuo: la bestia e l’umano sconfinano nei reciproci territori, per cui la linea di demarcazione non è mai assoluta.

 

Un elemento che rende Licantropie particolarmente curioso è la forte presenza di figure femminili legate al mito in questione. Tradizionalmente, nell’immaginario popolare il lupo mannaro è maschio – è l’emblema di una ferocia mascolina fuori controllo – ma questa antologia dimostra che esistono in molte culture anche le donne lupo, e il libro le pone in risalto. Lo abbiamo visto nei racconti di de Vasconcelos, dove le licantrope sono protagoniste assolute, ma anche altrove affiorano personaggi femminili di spessore. Nel già citato racconto giapponese di Tanaka, ad esempio, le donne rivelano una forza d’animo e un’oscurità interiore non stereotipata, due facce della stessa medaglia, quando viene meno il riconoscimento sociale della loro autonomia. Nel racconto di MacDonald, la creatura stessa si presenta come una donna misteriosa, apparentemente bisognosa di aiuto e poi fatale; una figura che richiama una tradizione ben nota, riletta qui in chiave soprannaturale (un archetipo che vedremo poi nel cinema horror del Novecento da La donna lupo di Londra agli innumerevoli esempi di femme fatale ferine).

In generale, la presenza di licantrope feroci e imprevedibili può simboleggiare anche la trasgressione dei ruoli femminili imposti. Una donna che si muta in lupo di notte evoca immediatamente l’idea di una vita segreta, di una ribellione ai doveri quotidiani, di un potere nascosto che fa paura perché infrange le aspettative sulla “dolcezza” e “docilità” femminili.

 

L’antologia sottolinea questo punto con finezza, senza retorica ma tramite la semplice accumulazione di casi narrati: streghe che diventano lupi, madri che uccidono, ragazze che fuggono ululando sotto la luna; tutte immagini potentissime che rovesciano lo stereotipo di genere in maniera spontanea, intra-narrativa e non retorica.

È un invito implicito a riflettere su come il mito del lupo mannaro sia stato anche un modo per parlare (spesso in termini punitivi) delle donne che uscivano dagli schemi sociali, etichettandole letteralmente come “belve”. Ma, al contempo, queste storie ci regalano anche personaggi di donne-lupo dotati di grande carisma, che oggi possiamo leggere in chiave quasi emancipatoria: si pensi a quei personaggi che affrontano il loro destino con dignità (sia da colpevoli che da innocenti), o alle streghe licantrope che nei processi medievali rivendicavano fieramente i propri sabba nei boschi, o venivano sottoposte a tortura per affermarlo.

 

La sezione dedicata ai documenti storici chiude il cerchio tematico portando la licantropia fuori dalla pagina narrativa e dentro la realtà storica e patologica. Questa parte del libro raccoglie testi d’epoca – saggi, articoli di giornale, atti giudiziari – che documentano come il fenomeno del lupo mannaro abbia inciso anche sulla realtà sociale e giuridica. Leggiamo, ad esempio, un’osservazione di un caso di licantropia del medico francese Jean Auguste Bariod, un resoconto ottocentesco in cui viene descritto un paziente convinto di trasformarsi in lupo. Si tratta di un caso di licantropia clinica, una rara sindrome psichiatrica documentata dalla medicina, e questo documento mostra il tentativo proto-scientifico di spiegare in modo razionale ciò che per secoli era stato dominio della superstizione.

In parallelo, troviamo la nota alla sentenza del celebre caso di Gilles Garnier, il “lupo mannaro di Dole” processato e arso vivo in Francia nel 1573: leggere quelle righe oggi fa venire i brividi, poiché emerge come in un’epoca di ignoranza medica e paranoia religiosa si potesse realmente accusare qualcuno di licantropia e giustiziarlo per questo. Vi sono poi estratti da trattati seicenteschi come l’affascinante testo di Pierre de Lancre, inquisitore che discetta di streghe e lupi mannari interrogandosi sul confine tra credulità e scetticismo. Interessantissimi i due articoli apparsi sulla gazzetta del Québec nell’Ottocento, dove si scopre come anche nel Nuovo Mondo coloniale le cronache riportassero casi di loup-garou, segno che la leggenda viaggiava con gli emigranti europei o forse attingeva a miti analoghi delle popolazioni autoctone. Dal Canada francofono passiamo all’Inghilterra vittoriana con Il licantropista di Catherine Crowe, un testo breve in cui si ragiona sull’uomo che si convince di essere lupo.

 

Chiude idealmente la raccolta un estratto dal volume intitolato Il libro dei lupi mannari di Sabine Baring-Gould, uno dei primi studi completi sul tema, pubblicato nel 1865: qui l’Autore, con piglio da storico delle religioni, collega la licantropia a culti antichi e miti classici, facendo il paio con il richiamo della figura di Nabucodonosor, il re che, secondo una tradizione biblica, impazzì e vagò a quattro zampe nutrendosi d’erba (secondo alcuni, sarebbe il primo prototipo di uomo-lupo), come racconta nel testo successivo de Vasconcelos.

L’inclusione di questi testi non narrativi dimostra come la licantropia abbia avuto ripercussioni reali, generando paura, violenza, persecuzioni giudiziarie e studi clinici. Il lettore chiude così il libro con uno sguardo a tutto tondo ed è spinto a chiedersi quale ruolo abbia oggi questo fenomeno. In altre parole, la licantropia è davvero solo un relitto del passato irrazionale, oppure funge ancora da specchio delle pulsioni più oscure dell’uomo moderno? E se sì, in che modo?

 

Licantropie è un’antologia che intrattiene, affascina e suscita riflessioni. Al suo interno, il lupo mannaro assume tanto la forma dell’algido gentiluomo vittoriano quanto della strega africana. Il tono generale del volume non è mai accademico, ma, complice anche la veste grafica, con i suoi riferimenti culturali e folklorici, il libro si distingue per una sua personale auctorictas, come dicevano i latini (davvero non mi viene un termine italiano più appropriato e “incisivo”).

In termini meramente visivi, Licantropie è un oggetto del desiderio per eleganza e qualità della stampa. Si percepisce in modo chiaro la cura artigianale di Abeditore nel confezionare un prodotto editoriale che sia anche esperienza sensoriale. Più che il terrore, si sperimenta qui il piacere del brivido in una foresta al chiaro di luna, quando anche la mente più razionale deve fare i conti con quella voce che gli suggerisce un pericolo imminente. E – chi può dirlo? – quel pericolo potrebbe sorgere proprio dentro di noi.

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