In una prigione tedesca di inizio Novecento

 


Romanzo autobiografico pubblicato a Berlino nel 1919, Prigione (L’orma, 2019) di Emmy Hennings racconta la reclusione vissuta dalla scrittrice, in una forma a metà tra il memoir e la visione allucinata. Un testo che presenta un realismo quasi documentario, ma al contempo anche un’energia performativa che proviene dal mondo dello spettacolo: non si può dire che sia un’opera “dada” per stile (mi spiegherò meglio più avanti), ma somiglia piuttosto al rovescio intimistico di quella esplosione pubblica. Un cabaret nelle mura di una prigione, dove al posto del pubblico troviamo compagne di cella e secondine.

 

L’incipit ha la leggerezza di una commedia burocratica, un’atmosfera kafkiana capovolta, con la narratrice che si racconta in prima persona. La donna aspetta da mesi la convocazione e scrive alle autorità chiedendo se possa allontanarsi dalla città, dato che ha un nuovo ingaggio per uno spettacolo. Segue uno scambio tra la protagonista e la polizia, con quest’ultima che – volutamente o meno – si spiega in maniera vaga, lasciando credere alla donna che sia sufficiente presentarsi al carcere di propria volontà per una firma e che non accadrà nulla di male. Questo, perlomeno, è quanto si comprende da un’interazione pirandelliana che porta a un’incomprensione carica di conseguenze.

La struttura del testo è più diaristica che romanzesca, ed è composta da scene brevi, quasi sketch teatrali. Il lessico e gli spazi amministrativi (uffici, corridoi, numeri, verbali) lavorano come un personaggio inanimato, ma non meno pericoloso. Quando la donna si rende conto di essere finita in una “trappola” e di essere costretta alla reclusione, è come se quello spazio la stringesse impedendole di uscire. Il testo rimane volutamente vago sulla colpa della narratrice, perché la lente d’ingrandimento è puntata sul sistema che la giudica (ed è questa la prima novità del libro).

 

Dentro il carcere la trama si spezza in episodi e ritratti. Il tempo smette di essere una linea e diventa rumore di orologi, campanelli, conteggi e attese. La prosa procede per scatti, con spaccati che rivelano diversi dettagli della condizione della detenuta tedesca dell’epoca.

D’altra parte, il motivo centrale dell’opera non è solo la privazione della libertà, ma la trasformazione dell’essere umano in una funzione. È la voce della narratrice a restituire personalità alle compagne di detenzione; donne non riducibili a macchiette o a stereotipi, né sante né malefiche. I ritratti mostrano persone imperfette tra luci e ombre, talvolta con toni comici, altre strazianti.

Qui si innesta il nucleo innovativo del libro, ovvero l’idea che, mentre il carcere si sforza di isolare o di punire l’individuo, questi dimostri un bisogno quasi fisiologico di relazione, una relazione che rende la miseria della vita meno pesante e la prospettiva del domani più credibile.

 

La ragione per cui la voce della narratrice suona tanto viva è perché Hennings visse qualcosa di analogo nella vita reale. L’Autrice proveniva dal teatro itinerante e dai café-concert; prima di essere un nome associato a Dada, Hennings fu una professionista della scena, una cabarettista capace di reggere una serata con canzoni, ballate e improvvisi cambi di registro. Forte di questa tecnica, la sua scrittura ne riflette il parlato, con frasi brevi, pronte a virare dal comico al tragico senza preavviso, e ricordando così come i generi e i registri siano solo funzioni che nella realtà si alternano senza soluzione di continuità.

Il legame con Dada si caratterizza anche per motivi personali. Nel 1915 si spostò in Svizzera con lo scrittore e regista Hugo Ball e l’anno seguente i due aprirono il Cabaret Voltaire a Zurigo. La sua presenza fu centrale in quell’esperimento di “opera totale” fatta di musica, recite e sketch. Solo nel 1919, quando il mondo era irrimediabilmente mutato, volle tornare con la memoria ai giorni della reclusione e cimentarsi con un libro. Erano gli anni della neonata Repubblica di Weimar, con città segnate dalla smobilitazione, dal mercato nero e da nuove sensibilità sociali che potevano comprendere meglio le tematiche da lei trattate.

 

All’uscita, il suo primo romanzo fu un successo di critica. Venne letto come denuncia del sistema penale e raccolse molte recensioni, segnando l’inizio di una carriera autoriale che si protrasse con regolarità fino alla sua morte, nel 1948, pur tra le difficoltà economiche. Nel secondo dopoguerra uscirono opere postume, ma in maniera molto diradata, finché con la fine degli anni Settanta scomparvero le nuove edizioni delle sue opere.

Il rilancio contemporaneo dell’Autrice risale a un’edizione del 2016 pubblicata da Wallstein Verlag, che combinava tre testi di Hennings legati al tema della prigionia (Gefangnis – Das graue Haus – Das Haus im Schatten), quale primo volume dell’edizione storico-critica completa e commentata delle opere dell’Autrice. In Italia Prigione arriva soltanto nel 2019, tradotto per la prima volta in assoluto da Marco Federici Solari per la casa editrice L’orma, sempre attenta ai titoli della letteratura in lingua tedesca.

A distanza di più di un secolo, Prigione mantiene la sua agilità di scrittura e fornisce ancora un modello per ripensare al modo in cui il sistema carcerario finisca per ridurre la persona a un “caso”. È inoltre un esempio di solidarietà femminile, non solo tra detenute, ma anche con le dipendenti della prigione; un modo per mostrare come dietro alla burocrazia e alle funzioni sociali vi siano persone uguali alle altre che chiedono soltanto di poter raccontare le proprie disgrazie.

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