Lovecraft, un tradizionalista a modo suo

 


Ormai tutti conoscono Lovecraft, o così sembra. Perlomeno tutti ne parlano da qualche anno a questa parte, a tal punto che Adelphi si è degnata di pubblicarlo nella sua Piccola Biblioteca. La scelta è ricaduta su una lettera e il titolo della pubblicazione – Potrebbe anche non esserci più un mondo (2025) – è tratto da un passaggio del testo.

Gli scritti letterari di Lovecraft sono arrivati in Italia in numerose edizioni, più o meno curate, ma, per quanto ne so, l’enorme patrimonio di missive non è ancora stato pubblicato per intero negli Stati Uniti, mentre in Italia è un aspetto semisconosciuto dell’Autore. A dire il vero, non mi stupirei se nei prossimi anni la figura letteraria di Lovecraft dovesse essere rivalutata: non tanto uno scrittore dell’orrore cosmico, ma uno dei più importanti (o il più importante) e prolifico epistolografo del Novecento. Accanto a questo discorso, prima di addentrarmi in un’analisi approfondita, vorrei soffermarmi sull’opportunità di pubblicare la lettera in questione da parte di una casa editrice che non aveva mai trattato Lovecraft. Parto dal presupposto che questo libro non dovrebbe essere la prima lettura lovecraftiana per un neofita, perché non è rappresentativa della sua scrittura (forse lo sarà un giorno, se l’epistolario verrà ricoperto da una nuova luce critica, ma di certo non lo è ora) e rischia di respingere molti lettori contemporanei sia per la forma impiegata sia per i contenuti.

 

Per quanto mi riguarda, sono tanto un lettore dei racconti di Lovecraft, quanto un lettore storico di Adelphi, e conosco bene certa saggistica spirituale o esoterica della casa editrice con risvolti conservatori o, meglio, tradizionalisti.

Ora, l’intenzione editoriale sembra essere quella di inserire Lovecraft nel solco di questo filone, ma – a voler essere onesto – per quanto si possano riscontrare alcune superficiali affinità tra il pensiero di questo Autore e, per esempio, quello di René Guénon, manca in Lovecraft (allo stato delle conoscenze attuali) la convinzione di una metafisica che possa effettivamente avvicinarlo a questi autori. Al limite, per esplicita ammissione di Lovecraft, si possono riscontrare simpatie con Oswald Spengler, ma su un piano di idee politiche e filosofiche legate all’idea di un declino della società occidentale. Dopodiché, anche in questo àmbito, risultano parziali le similitudini con pensatori come Julius Evola (per i discorsi sulla razza, ma non certo per il filo-anglismo), ragion per cui mi sembra quantomeno affrettato voler inquadrare Lovecraft, una volta per tutte, in un preciso immaginario filosofico, politico e metafisico. Voglio pensare che la scelta di Adelphi abbia altre ragioni, anch’esse come questa non esplicitate nella presente pubblicazione, ma sarà il tempo a dircelo. Per il momento, mi limito a un’analisi dettagliata, molto più comprensibile ai lettori adelphiani di testi spirituali o filosofici che al nuovo lettore del Solitario di Providence; lettore che invito invece a scoprire la narrativa.

 

H. P. Lovecraft è universalmente noto come l’oscuro architetto di orrori cosmici, l’Autore di racconti come Il richiamo di Cthulhu, ma il volumetto in questione ci rivela invece uno scrittore quale intellettuale sobrio, ironico e lucidissimo, colto nella sua dimensione privata. La fluviale lettera venne scritta il 9 novembre 1929 e indirizzata a un amico e aspirante scrittore, Woodburn Harris; la lunghezza è di circa settanta pagine dattiloscritte.

Nel testo troviamo la voce intima dell’uomo che discorre di storia, società e destino con un taglio a tratti saggistico. Fin dalle prime righe, lo stile è colloquiale ma denso: Lovecraft accenna scherzosamente al peso del plico e ai propri affanni quotidiani (revisioni editoriali malpagate, passeggiate serali, cacce infruttuose a riviste popolari). Il destinatario scompare presto dallo sfondo, lasciando spazio a un flusso ininterrotto di pensieri che spaziano dai ricordi personali alle più vaste considerazioni filosofiche.

 

Cuore della lunga lettera è un’analisi del tramonto della civiltà occidentale moderna, osservata attraverso la lente disincantata di un erudito classicista. Lovecraft si scaglia – con eleganza argomentativa, mai con isteria – contro ciò che percepisce come barbarie moderna: il trionfo della quantità sulla qualità, della velocità sull’armonia, della mediocrità commerciale sulla cultura aristocratica. A suo giudizio, la vera civiltà americana, quella forgiata dai coloni inglesi in New England e Virginia, è ormai agonizzante.

Dal 1830 in poi – scrive Lovecraft – essa è stata sopraffatta dall’avanzata di una “massa becera” priva di gusto e tradizioni, portatrice di una nuova barbarie materiale. L’autore dipinge un affresco spietato: negli Stati Uniti è spuntata come una “pianta infestante” una cultura fatta di villani arricchiti, macchinismo industriale, velocità, commercio, lusso ostentato e benessere grossolano, che nulla condivide con l’eredità puritana e classica dei padri pellegrini. Chiamarla civiltà sarebbe un insulto – afferma Lovecraft – poiché questa pseudo-cultura americana è “americana” solo in senso geografico ed è in realtà una barbarie puerile basata sul benessere fisico anziché sulla superiorità mentale. L’autore la paragona provocatoriamente alle culture “polinesiane” o dei nativi Sioux, ritenendola un corpo estraneo da estirpare o da fuggire.

 

In questo severo confronto tra Civiltà e Barbarie, Lovecraft echeggia apertamente le teorie cicliche di Oswald Spengler: ogni grande cultura nasce, fiorisce e infine decade. L’Occidente, a suo avviso, ha già oltrepassato il proprio apice classico e sta scivolando nella fase terminale del ciclo, un’età della decadenza mascherata da progresso. Egli denuncia l’era delle macchine come la manifestazione ultima di questo declino: il meccanismo, pur utile se tenuto al guinzaglio, è divenuto ideologia totalizzante. La tecnologia e l’industrialismo, idolatrati, hanno reciso le radici stesse della cultura umanistica; la società moderna, dominata dal ritmo frenetico e dalla produzione di massa, ha perso il senso della misura, della bellezza e della tradizione. Lovecraft si vede come l’ultimo testimone di una civiltà in disfacimento: con sguardo dolente e stoico, osserva il proprio mondo sbriciolarsi sotto l’incalzare di una modernità che egli considera barbara e anti-umana.

Nonostante i toni apocalittici, la lettera mantiene una compostezza stilistica. Lovecraft argomenta con rigore e richiamo ai classici: da buon antiquario innamorato della bellezza formale e architettonica, disprezza la bruttezza dilagante nelle città moderne, il caos urbanistico e morale che contrappone all’ordine armonico del passato. L’Europa, e soprattutto la Francia, restano ai suoi occhi fari di raffinata sensibilità, mentre l’America materialista ha tradito le proprie promesse. Colpisce il piglio aristocratico ma malinconico con cui egli accetta il tramonto: non c’è isteria né invettiva urlata, solo la fredda constatazione che un ciclo storico volge al termine. In questo senso, Lovecraft appare vicino ai pensatori fin de siècle: registra la “fine del mondo” non come catastrofe improvvisa, ma come processo ontologico; la fine lenta di un certo modo di essere dell’uomo.

 

Alla radice della critica lovecraftiana della modernità vi è un’etica della qualità opposta alla “filosofia della quantità”. L’autore lo ripete in più forme: la civiltà meccanica moderna adora i numeri, la velocità, la crescita infinita, mentre la vera civiltà si fonda sulla qualità, sulla lentezza meditativa, sul valore intrinseco delle cose. Questa dicotomia diventa per Lovecraft un asse morale assoluto. Egli rimpiange un mondo in cui poche élite detenevano gusto e sapere, contro un presente in cui domina la legge del numero e del profitto (e qui sono facili i collegamenti con Guénon).

Lovecraft non ha timore di esprimere idee oggi incendiarie: si proclama apertamente antidemocratico e anti-egualitario; la democrazia di massa, a suo dire, ha sancito il regno della mediocrità e dello “spirito gregario”. Nelle pagine della lettera egli traccia una sorta di manifesto aristocratico reazionario, delineando come dovrebbe essere una società ordinata e civile: la sua visione è quella di un’aristocrazia spirituale e culturale, non necessariamente ereditaria, ma rigorosamente selettiva, per cui solo chi possiede intelligenza, gusto estetico, senso della bellezza e integrità morale dovrebbe guidare la società. Lovecraft arriva a suggerire riforme socio-politiche precise (per quanto utopiche) per restaurare questo ordine di qualità.

Tra queste, propone il suffragio ristretto: il diritto di voto andrebbe concesso soltanto a individui culturalmente qualificati e appartenenti al ceppo “nordico” originario, per preservare l’omogeneità e i valori fondanti della nazione. La democrazia universale è vista come un errore fatale; meglio un suffragio basato su merito e identità culturale, a rischio di apparire elitista.

Egli pone poi dei limiti al capitalismo sfrenato: pur detestando il socialismo, Lovecraft auspica di tassare i lussi e contenere i profitti industriali eccessivi. L’economia dovrebbe tornare “a misura d’uomo”, favorendo agricoltura, arti e quiete provinciale invece dell’urbanesimo caotico e della speculazione finanziaria (qui, invece, mi sembra quasi di sentire Tolkien).

Riguardo al principio dell’ereditarietà, egli loda l’idea della primogenitura e della proprietà terriera stabile nelle famiglie, per evitare la frammentazione e l’incertezza economica portata dall’industria. Una società stabile, quasi neo-feudale in senso buono, garantirebbe continuità e radicamento.

Infine, prospetta una rivoluzione culturale aristocratica: l’educazione andrebbe riformata per privilegiare le arti, la scienza pura, la conoscenza disinteressata. Niente più ossessione per il successo materiale: la scuola dovrebbe formare gentiluomini e non uomini d’affari. Anche i media e la propaganda dovrebbero celebrare la lentezza, la misura e la tradizione anziché il consumo e la novità.

 

È evidente che siamo di fronte a un’utopia reazionaria, figlia della nostalgia per un passato in realtà idealizzato. Lo stesso curatore Ottavio Fatica, nella postfazione, riconosce in queste posizioni un “anarco-conservatorismo” radicale: Lovecraft da un lato rifiuta ogni autoritarismo militare, ma dall’altro auspica di far emergere le potenzialità più alte del ceppo razziale costituendo una nuova élite dirigente. Si tratta quindi di un conservatore atipico, che mescola impulsi libertari (l’individuo va liberato dalla tirannia della massa e della macchina) e pulsioni reazionarie (la società va rigidamente ordinata per censo culturale e biologico).

Paradossalmente, Lovecraft afferma di odiare la prospettiva di una devastante barbarie di meccanicismo e democrazia quanto il più incallito plutocrate o il socialista da salotto. In effetti, pur proponendo il suo ideale aristocratico, egli ammette che la deriva democratica e industriale è ineluttabile: un destino storico a cui nessuno potrà opporsi. La democrazia moderna, lungi dall’essere il trionfo dell’individuo, rappresenta per Lovecraft la fase finale della decadenza occidentale, in cui l’uomo si degrada al rango di ingranaggio, e in questo senso viene meno ogni speranza.


Un concetto affascinante che emerge è la definizione lovecraftiana di gentiluomo, inteso come “uno stato d’animo”, che prescinde dalla nobiltà di nascita. Egli riconosce che esistono gentiluomini d’umili natali così come plebei con il blasone: il vero aristocratico è colui che ama la verità, la bellezza e la libertà più di ogni altra cosa, e disprezza il guadagno materiale quando è fine a se stesso. In questo, Lovecraft mostra quasi un ideale illuminista: la vera distinzione è etica e intellettuale, non ereditaria, tanto da ricordare l’aristocrazia dello spirito di Emerson o di Matthew Arnold.

Eppure, questo slancio meritocratico convive nel testo con affermazioni classiste e razziste inaccettabili per la sensibilità odierna. Lovecraft credeva fermamente nella gerarchia razziale e, per esempio, considera gli immigrati dell’Europa meridionale intrinsecamente inferiori, apostrofandoli con epiteti sprezzanti. Il curatore stesso ci invita a fare un distinguo: se il contenuto di molte tesi lovecraftiane è oggi esecrabile o smentito (le idee razziste, il rifiuto di Einstein e della relatività, il sessismo, etc.), il metodo con cui l’Autore argomenta è spesso sorprendentemente logico e coerente. Lovecraft si vanta di non lasciar mai che i suoi sentimenti personali offuschino la sua onestà intellettuale: in effetti, anche quando espone i concetti più controversi, lo fa in modo pacato, razionale, quasi accademico. Questa freddezza analitica rende la lettera un documento prezioso per capire la mentalità di un “settecentesco yankee greco-romano” trapiantato nel tumultuoso Novecento.

 

Un aspetto particolarmente interessante della lettera è la digressione sui costumi sessuali e sociali. Nella sua ansia di passare al setaccio ogni segno di decadenza contemporanea, Lovecraft dedica pagine pungenti ai mutamenti in atto nella morale e nella vita quotidiana. Egli osserva (con un misto di disgusto e preoccupazione) l’emancipazione femminile in corso negli anni Venti; il fatto che le donne rivendichino indipendenza economica e libertà sessuale è per lui un segnale di sconvolgimento dell’ordine tradizionale. Parimenti, commenta la diffusione di nuovi comportamenti sessuali “moderni”: l’uso crescente di contraccettivi e perfino l’automobile trasformata in alcova itinerante per coppiette disinibite. Tutto ciò, ai suoi occhi, riflette la perdita del pudore e del mistero che avvolgevano l’eros in epoche più ritualizzate.

Lovecraft era personalmente di costumi vittoriani, un puritano di Providence che si proclamava praticamente asessuato e tradizionalista. Nella lettera, egli vede il sesso ridotto a passatempo meccanico, privo di profondità sentimentale o spirituale; l’eros modernizzato, liberato dagli antichi tabù, gli appare spogliato di ogni bellezza, o trascendenza. In questo campo Lovecraft suona quasi da moralista: difende l’ideale della castità prematrimoniale, del matrimonio stabile e procreativo.

 

Sono giudizi reazionari, ma interessanti poiché colgono alcuni effetti della nascente società di massa: l’intuizione che liberare totalmente l’istinto senza più veli né sublimazioni possa portare non a una gioia diffusa, ma a una nuova forma di vuoto, per esempio. Su questo tema, Lovecraft anticipa inconsapevolmente certe diagnosi novecentesche sulla ipersessualizzazione della cultura, ovvero la saturazione erotica che paradossalmente uccide l’eros.

Pur nel suo pessimismo assoluto, Lovecraft afferma di essere un tradizionalista del vecchio ordine, e rivendica con orgoglio la moralità austera e “calvinista” del New England, fatta di autocontrollo, laboriosità, castità e rispetto delle gerarchie familiari. Egli lamenta di essere forse l’ultimo della sua stirpe: senza figli e con una famiglia ormai estinta, si percepisce come un fossile vivente di un’America passata. Vi è un’autentica nota elegiaca quando parla di sé: Lovecraft si vede come l’ultimo gentiluomo rimasto a vegliare tra le rovine, circondato da un mondo impazzito che celebra rumore, giovinezza sfrenata e sesso facile. Questo conferisce alla lettera un tono a tratti commovente nella sua rigidità: è il lamento di un uomo fuori dal tempo, che rifiuta di adattarsi a un presente in cui non si riconosce.

 

Tra i passaggi più affascinanti della lettera vi sono quelli dedicati ai libri e alla conoscenza. Lovecraft, bibliofilo incallito, offre all’amico Harris una serie di consigli dettagliati su come formare una biblioteca personale ideale. Sfoggia la sua erudizione quasi enciclopedica enumerando decine di opere “fondamentali”: dai classici greci e latini ai grandi poeti inglesi, dai filosofi illuministi ai moderni autori fantastici. La biblioteca, per Lovecraft, è molto più che un insieme di volumi: è il ritratto dell’anima di una persona. Egli incoraggia Harris a procurarsi edizioni ben rilegate, magari usate ma pregiate, a creare ex libris personalizzati, a fare dei libri compagni di vita.

Il libro è inteso come porta sugli infiniti mondi dell’immaginazione e del pensiero, come scappatoia dalla gabbia del presente; pur considerandosi un misantropo solitario, l’Autore rivela qui la sua vena umanistica più pura, nell’idea di una cultura come consolazione e come legame spirituale con l’intera umanità. È un messaggio sorprendentemente positivo, immerso in un testo altrimenti cupo.

Non manca nemmeno un tocco di feticismo antiquario: Lovecraft confessa il piacere sottile nel maneggiare volumi antichi, nell’odorare la carta vecchia, nel collezionare rarità bibliografiche. Questa passione per l’oggetto-libro incarna in piccolo tutta la sua estetica: la difesa del passato materiale (edizioni d’epoca, legature in tela, caratteri tipografici eleganti) contro la volgarità usa-e-getta del presente. È la stessa logica con cui egli difende le vecchie case georgiane di Providence contro i grattacieli moderni, o il linguaggio ricercato contro lo slang commerciale. Per Lovecraft la bellezza risiede nell’eredità del tempo: ciò che è antico porta con sé le stratificazioni dell’ingegno e dell’arte umana, mentre il moderno gli appare sterile e senz’anima.

 

Non stupisce dunque che egli provi un vero orrore per l’amnesia culturale della sua epoca: teme che, perdendo il legame coi classici, l’umanità scivoli in uno stato sub-umano. A tal proposito, insiste molto sul concetto di identità culturale e razziale: Lovecraft crede che arte e pensiero alti nascano solo da una cultura coerente e omogenea, sviluppatasi organicamente nel tempo. Quando tale cultura si ibrida o viene rimpiazzata da un’altra, la civiltà muore. Questo spiega il suo furore contro la “contaminazione” dell’America anglosassone con elementi estranei. In un passaggio estremo, egli afferma che combatterebbe fino alla morte contro l’imposizione forzata di una cultura straniera sulla sua terra, sia essa francese, asiatica o altra. Non per odio verso quelle culture in sé, precisa, ma perché le sente ontologicamente aliene al proprio ceppo. È evidente che qui Lovecraft applica alla cultura una logica quasi biologica: la difesa immunitaria di un organismo contro un corpo estraneo.

Idee del genere svelano l’anima più reazionaria e identitaria dell’Autore, in linea con certe teorie razziste dell’epoca (l’eugenetica, la supremazia wasp, etc.). Allo stesso tempo, però, non si può ignorare che Lovecraft parli anche di spirito e non solo di sangue: quando rivendica la supremazia anglosassone lo fa riferendosi a un insieme di valori illuministi, di equilibrio e razionalità, che identifica con la tradizione inglese. È una visione intrisa di pregiudizio razziale, certamente, ma motivata soprattutto da un ideale estetico-filosofico. In altre parole, Lovecraft vede negli anglosassoni i portatori di quella cultura classica che egli venera; tutte le altre civiltà (persino quella tedesca o nordica) gli paiono “barbare” perché divergono da quel modello a lui caro. Di nuovo si manifesta la doppia anima dell’autore: reazionario biologico in superficie, umanista classicista nel profondo.

 

Se gran parte della lettera è dedicata a diagnosticare i mali del suo presente alla luce del passato, non mancano slanci profetici. Con un acume quasi da fantascienza sociale, Lovecraft azzarda scenari che coprono i secoli successivi. Per esempio, descrive con lucidità il probabile avvenire socio-politico degli Stati Uniti, «dominati da vasti interessi economici consacrati al guadagno materiale, ad attività senza scopo e al comfort fisico, controllati da autorità astute, insensibili e incolte, reclutate in mezzo a un branco omologato dalla competizione di furbizia pratica – una lotta per potere e posizione che eliminerà il vero e il bello come obiettivi, sostituendoli col forte, l’enorme e il meccanicamente efficace.» Sembra anticipare per certi versi le contemporanee oligarchie economiche, la politica asservita alle corporazioni, la cultura schiacciata dall’utilitarismo.

In uno slancio ancora più visionario, l’Autore immagina che entro il XXII secolo la civiltà occidentale potrebbe collassare del tutto. Dipinge, tra le righe, la sagoma di una distopia tecnocratica: un mondo iper-meccanizzato dove il lusso materiale abbonda e una nuova aristocrazia senza anima, composta da industriali e ingegneri privi di cultura e sensibilità, governa masse di esseri umani ridotti a idioti biologici. Questo perché, sostiene Lovecraft, col tempo la competizione sociale avrà portato tutti gli individui più intelligenti e ambiziosi a concentrarsi al vertice (nel ruolo di tecnocrati privi di scrupoli), lasciando il resto dell’umanità in uno stato di apatia ottusa.

Ma Lovecraft non si ferma qui: ipotizza persino esiti post-umani, come una guerra globale tra super-stati meccanizzati o la conquista dell’Occidente da parte di potenze asiatiche meno indebolite dalla decadenza. Nel migliore dei casi, intravede un ritorno a forme di neotribalismo feudale dopo il collasso dell’ordine moderno. Insomma, il futuro delineato da Lovecraft è un Medioevo prossimo venturo, in cui la fine della civiltà occidentale segnerà l’avvento di nuove barbarie e l’azzeramento del ciclo culturale, in attesa di un eventuale rinascita.


Alla base di queste fosche previsioni vi è la concezione profondamente pessimista e determinista che Lovecraft ha dell’umanità. Negli ultimi paragrafi egli esplicita una sorta di fatalismo cosmico: l’idea che le azioni umane siano governate da forze istintuali secolari, radicate nel sangue della specie, sulle quali la volontà cosciente incide ben poco. Ogni società, per quanto si ammanti di ideali, finisce per obbedire a leggi biologiche e psicologiche profonde, che rendono l’uguaglianza un’illusione. Anche nei sistemi più egualitari, infatti, riaffiorano dinamiche di dominazione e subordinazione, che assumono semplicemente nuove forme (la burocrazia, la tecnocrazia, etc.). Perfino la ragione umana, che l’Illuminismo metteva su un piedistallo, è vista da Lovecraft come una facoltà limitata e ingannatrice. Lovecraft abbraccia così una sorta di nichilismo temperato dalla consapevolezza dei propri limiti: in altre parole, l’uomo moderno ha preteso di capire e controllare tutto, scatenando forze distruttive; per questo solo riconoscendo la propria piccolezza nel cosmo e accettando qualche limite autoimposto potrebbe evitare di annientarsi. Dopotutto, è un’idea vicina al cuore della narrativa lovecraftiana, dove la conoscenza totale conduce invariabilmente alla follia. Nella lettera, ciò si traduce nell’auspicio quasi beffardo che gli esseri umani non arrivino mai a correlare tutti i dati dell’universo, perché altrimenti il risultato sarebbe insostenibile.

Le ultime righe hanno il sapore amarissimo di un testamento. L’idea di un mondo che potrebbe non esserci più sottintende per il Solitario di Providence la scomparsa di una realtà degna di essere vissuta. Eppure, con l’ennesimo colpo di stile, Lovecraft chiude la sua monodia con un saluto formale e autoironico (si definisce «il vostro umile servitore»), quasi a suggerire che, dopotutto, si tratta solo di una lettera personale, uno sfogo intellettuale di cui sorridere.

 

Il volume pubblicato da Adelphi spiazza coloro che si aspettano l’estro barocco e visionario della narrativa lovecraftiana, perché qui la prosa è limpida, argomentativa, intessuta di ironia sottile e riferimenti colti. Lovecraft scrive come un gentiluomo del Settecento capitato per sbaglio nell’America jazz degli anni Venti. L’Autore stesso, in queste pagine, cita più spesso Plutarco o Gibbon che non Poe o altri moderni. La forma epistolare gli consente la massima libertà espressiva: adopera un tono confidenziale, a tratti da conversazione salottiera, in altri momenti da trattato filosofico. Alterna aneddoti quotidiani a brani da saggio storico senza soluzione di continuità, e con sorprendente unità di visione. Per quanto i temi appaiano disparati, in realtà obbediscono tutti a un filo conduttore: la preoccupazione per il destino dell’umanità occidentale e la ricerca di un principio ordinatore nel caos del presente.

Solo in tal senso, questa lettera monumentale può essere letta come una sorta di summa del suo pensiero: vi ritroviamo, sotto forma di lunga dissertazione, molti motivi impliciti anche nelle sue opere narrative, solo che qui sono esposti con brutale raziocinio. L’effetto è straniante ma anche rivelatore: scopriamo un Lovecraft affabile, che discorre quasi fossimo suoi ospiti, mantenendo però intatta la profondità tragica del suo sguardo.


Questo documento ci consegna un Lovecraft “in borghese”, immerso nelle ombre reali del Novecento. È insieme un pamphlet reazionario, un saggio storico-filosofico, uno sfogo personale e un trattatello morale. Si può non condividere nulla delle sue tesi – spesso radicali, obsolete o discutibili – ma resta la coerenza di un pensatore outsider, capace di decifrare con lucidità le ansie e i mali del suo tempo.

Lovecraft era un uomo che si è aggrappato alla ragione per non precipitare nell’abisso, e ha tentato, con gli strumenti dell’autodidatta, di dare una forma al suo mondo. Ogni frase di questa lettera suona come un esorcismo rispetto alla paura del domani, ma è al contempo il tentativo di un uomo di mettere insieme i pezzi della propria esistenza; un autoritratto intellettuale dei migliori, che si riferisce non soltanto al suo oggetto.

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