La fantascienza come passaggio di testimone
Da quando i due tomi del Meridiano Mondadori dedicato a Philip K. Dick sono comparsi in libreria, la stessa veste che custodisce Saba e Thomas Mann, una porzione della nostra élite letteraria ha sentito il dovere di colmare in fretta una lacuna antica. Aprendo Ubik , magari sospinti dall’entusiasmo contagioso di Carrère, questi autori hanno concluso l’ultima pagina con una smorfia di disappunto, o di disgusto. Quel mondo non somigliava a niente di ciò che avevano imparato a chiamare “letteratura alta”, perché mancava la levigatezza, la psicologia a orologeria, il decoro e la logicità, o l’incoerenza stilisticamente accattivante. È un problema che aveva colto già Emanuele Trevi, che il Meridiano l’ha curato. Infilare Dick nella collana forse più solenne della nostra editoria, costringe a domandarsi se sia cambiato il confine di ciò che è lecito chiamare capolavoro, oppure se chi era chiamato a individuare le opere migliori si sia fatto condizionare troppo dai generi di apparten...