Ho scoperto uno scrittore incredibile, Carlos Fuentes
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Sono arrivato a Carlos Fuentes dalla porta
stretta di Aura, un romanzo breve di un’ottantina di pagine gotiche. La
cosa che mi rimase impressa fin da subito fu quella seconda persona singolare
che si protrae per tutto il libro, quel “tu” che suona come un ordine, o un
incantesimo. Uscii da lì con l’impressione di aver sfiorato qualcosa di
significativo, di cui in Italia si parla poco o niente, anche tra i lettori
assidui. Provenivo già dalla lettura di Pedro Páramo di Juan Ruflo (e
dalla sua di “aura”): Susan Sontag lo consacrava tra i capolavori del secolo;
García Márquez affermava di conoscerlo a memoria, e generazioni di scrittori lo
indicano tutt’ora come libro all’origine di tanta letteratura centro e
sudamericana, la pietra angolare su cui è stato costruito il resto.
Eppure, dopo averlo letto e apprezzato, il
contenuto non ha macerato in me, traducendosi in quella epifania di altri
lettori e scrittori. Quando invece ho chiuso La morte di Artemio Cruz ho
avuto quella felice e rara sensazione di aver appena concluso qualcosa di significativo.
E quindi dico la mia: se nel Novecento esiste un vertice indiscutibile della
narrativa latinoamericana (Cent’anni di solitudine), allora il gradino
immediatamente sotto, quello che di solito riserviamo a Rulfo, spetta a mio
modesto parere a Fuentes.
Il romanzo si apre su un letto, con
Artemio Cruz vecchio, ricchissimo e distrutto dal suo stesso potere, in
procinto di morire in una stanza di Città del Messico. È il 1959. Attorno al
letto ronzano la moglie, la figlia, il prete, il notaio e gli avvoltoi che
aspettano l’apertura del testamento; sul letto c’è quest’uomo che perde e
riprende conoscenza, sente la puzza del proprio corpo che si disfa e, con
l’ultimo filo di lucidità, ancora torna al passato, a ciò che è stato e che avrebbe
potuto essere.
Il romanzo è raccontato da tre voci che
sono in realtà la stessa figura. C’è un “io”, Artemio stesso, il quale è
prigioniero del corpo che lo tradisce, tra flebo e frasi che gli arrivano
ovattate; c’è un “lui”, ed è la memoria, con una dozzina di scene sparse lungo
settant’anni di vita e di storia messicana, montate fuori ordine, così come le
porta a galla il caso o il rimorso; c’è infine, al termine di ogni capitolo, un
“tu”, la voce più inquietante e dura di tutte, una specie di coscienza, di
doppio, o di angelo contabile, che gli parla al futuro e gli annuncia quello
che farà, come se la vita fosse ancora tutta davanti e insieme già scritta. Tre
pronomi, tre tempi, un’unica personalità che si osserva morire da tre distanze
diverse: è lo stesso “tu” di Aura, cresciuto e ertosi a tribunale.
Attenzione però, non vi sto raccontando un
semplice esercizio di bravura stilistica. Con quel “tu” il lettore non sta
leggendo che cosa sia successo ad Artemio Cruz, ma sta assistendo, ogni volta,
all’istante esatto in cui le cose potevano prendere un’altra piega e lui ha
scelto invece il potere, il denaro, la sopravvivenza e il tradimento. La
grammatica del testo diventa morale, come se in ognuna di queste istantanee di
vita potessimo guardare il fotografo che le ha immortalate.
Si notano agevolmente le ascendenze del
Faulkner dei moribondi e delle coscienze in frantumi, del Dos Passos del
montaggio da cinegiornale e di Quarto potere di Orson Welles, ma laddove
Welles cercava la chiave di un uomo (quel “Rosebud” capace di spiegarne
l’esistenza), Fuentes va alla ricerca del grimaldello per interpretare un
intero paese. Artemio Cruz è un volto eminente del Messico. Da giovane ha
combattuto la Rivoluzione tra le fucilate e il fango degli anni Dieci, non si
comprende bene se perché ci credeva o se perché ci aveva visto un’occasione. Da
lì la parabola: il coraggio che si fa opportunismo e si traduce poi in affari,
che a loro volta si trasformano in un impero costruito sulle terre sottratte, i
giornali monopolizzati, i deputati in tasca, gli appalti truccati e i ricatti.
La generazione che aveva promesso di rifare il mondo si ritrova identica ai
padroni che aveva rovesciato, soltanto più cinica. Nel 1962, Fuentes scrive il
grande romanzo dell’occasione mancata di una nazione, il tradimento della
Rivoluzione messicana raccontato come la biografia di un singolo corpo che
adesso marcisce.
Intorno a lui restano coloro che ha
calpestato. Regina, l’amore degli anni di guerra, una ragazza che finisce
impiccata e che rimane l’unico punto su cui Artemio è stato per intero un uomo
vivo; Catalina, la moglie, sposata a freddo dopo essersi insinuato nella
famiglia di lei approfittando della morte del fratello, in un matrimonio lungo
una vita e strutturato sulle bugie e sulle buone maniere; Lorenzo, il figlio,
che Artemio manda a crescere in campagna quasi a volerlo salvare da sé, e che
poi va a morire in Spagna nel 1939, dalla parte degli ideali che suo padre
aveva svenduto.
C’è poi un punto in cui il romanzo apre
una voragine delirante, e che ruota intorno a una parola, un verbo osceno e
onnipresente nello spagnolo messicano, ovvero chingar, che Octavio Paz
aveva collocato al centro dell’identità nazionale. Fuentes lo declina in ogni
forma possibile, in una litania ipnotica su chi frega e chi viene fregato, sui
figli della violenza originaria da cui nasce il Messico moderno. È una pagina che,
da sola, “vale il biglietto”, come si direbbe al cinema. Merita ricordare che
Fuentes era il più cosmopolita degli scrittori del boom, figlio di diplomatici,
cresciuto tra le capitali del continente, lettore vorace di europei e
nordamericani, e più di ogni suo compagno di strada credeva nell’idea del
“romanzo totale”, ovvero che un libro potesse contenere ogni cosa, la Storia e
la coscienza, il privato e il pubblico, la lingua alta e quella della strada.
Insieme a García Márquez, Vargas Llosa e Cortázar stava riscrivendo le regole
di ciò che un romanzo in lingua spagnola poteva permettersi di fare, e La
morte di Artemio Cruz ne è la prova.
Ed è qui che torno a Rulfo, perché mi
preme essere corretto in quello che scrivo. Pedro Páramo è un miracolo
basato sulla sottrazione. Forse è vero che senza quel libro Macondo non sarebbe
mai nata; García Márquez lo ha ripetuto infinite volte che era stato Rulfo a
sbloccargli la mano, ma è proprio da qui che vorrei spostare l’ago della
bilancia, perché l’influenza non può necessariamente essere considerata la
vetta. Rulfo ha acceso una miccia straordinaria, ma poi, per il resto della sua
vita, ha quasi taciuto; il suo capolavoro-frammento è un fantasma perfetto;
Fuentes, al contrario, ha avuto l’ambizione di tenere insieme dentro un solo
libro una nazione e una vita intera, offrendo un taglio cinematografico (ma in
realtà profondamente letterario) a tre voci.
Preferire la perfezione in miniatura di
Rulfo alla vertigine (anche e soprattutto verbale) di Fuentes resta legittimo,
ma ho il sospetto che la fortuna sconfinata di Pedro Páramo nel mondo
anglosassone abbia a che fare anche con la sua brevità e con l’etichetta comoda
che gli hanno cucito addosso, quella del “realismo magico”, mentre La morte
di Artemio Cruz meriterebbe di più. Fuentes è capace di tenerti nella testa
di un uomo detestabile per centinaia di pagine e ti obbliga a seguire una
cronologia degli eventi che si rifiuta di prenderti per mano. Alla fine, le tre
voci convergono e si chiudono l’una sull’altra nell’istante in cui l’uomo che
nasce e l’uomo che muore diventano la stessa persona. La morale consolatoria
decade, il perdono viene meno e un secolo intero scivola via dalle mani tra la
sconsolazione generale dei personaggi e dei lettori stessi.
Leggetelo, non ho altro da dire, né avrebbe senso mostrarvi una serie di citazioni meravigliose tratte da questa opera, perché dovete leggerle nel flusso martellante deciso dall’Autore. Era dai tempi di Stoner di John Edward Williams che non avvertivo un simile entusiasmo al termine di una lettura, e proprio questi due protagonisti hanno davvero molto in comune e al contempo di diametralmente opposto. Forse un giorno ne scriverò.

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