La fantascienza come passaggio di testimone

 


Da quando i due tomi del Meridiano Mondadori dedicato a Philip K. Dick sono comparsi in libreria, la stessa veste che custodisce Saba e Thomas Mann, una porzione della nostra élite letteraria ha sentito il dovere di colmare in fretta una lacuna antica. Aprendo Ubik, magari sospinti dall’entusiasmo contagioso di Carrère, questi autori hanno concluso l’ultima pagina con una smorfia di disappunto, o di disgusto. Quel mondo non somigliava a niente di ciò che avevano imparato a chiamare “letteratura alta”, perché mancava la levigatezza, la psicologia a orologeria, il decoro e la logicità, o l’incoerenza stilisticamente accattivante.

È un problema che aveva colto già Emanuele Trevi, che il Meridiano l’ha curato. Infilare Dick nella collana forse più solenne della nostra editoria, costringe a domandarsi se sia cambiato il confine di ciò che è lecito chiamare capolavoro, oppure se chi era chiamato a individuare le opere migliori si sia fatto condizionare troppo dai generi di appartenenza. E arrivo così a Mauro Covacich, che in questi giorni sul numero 761 de la Lettura ha preferito una soluzione sbrigativa, decretando il fallimento della fantascienza per non aver previsto a dovere il futuro. Una scorciatoia talmente facile da prendere che viene da chiedersi se non vi sia dietro del dolo, una volontà di scaldare gli animi per solleticare l’algoritmo.

 

L’articolo gira intorno a un’idea sola, ripetuta con fermezza, anche a fronte della dichiarazione di non conoscere per davvero il genere incriminato. Il problema è che non abbiamo le auto volanti, le colonie su Marte, gli androidi domestici (ma siamo sicuri che tutto questo non sia solo questione di tempo?); in compenso abbiamo gli smartphone, le criptovalute e la sorveglianza capillare favorita dall’IA. I maestri della fantascienza avrebbero fallito i pronostici, ma mi chiedo: si può misurare un genere letterario con il metro dell’oroscopo?

La rete si è riempita di repliche, da Loredana Lipperini ad Andrea Viscusi e altri, tra chi smonta la lettura letterale di Covacich sulla famosa moneta di Ubik a chi definisce il ruolo effettivo del genere. Certo è che la fantascienza non sia una centrale meteorologica, né un tempio per vaticinare. C’è però anche un secondo aspetto da prendere in considerazione prima di unirmi alle urla di sdegno. Quando sento dichiarare “la fantascienza è questo”, “la fantascienza fa quest’altro”, avverto la stessa stonatura di certe formule che girano nei talk: “la scienza dice che”, “tutti gli scienziati sostengono che”. Un assioma travestito da dato di fatto. Ci troviamo invece di fronte a un genere vasto e troppo rissoso per obbedire a una definizione sola (se solo si guardasse allo storico dibattito italiano sulla definizione ci sarebbe da perderci ore!). Dentro la stessa etichetta convivono Gernsback e Le Guin, lo space opera e Ballard, l’utopia pedagogica e l’incubo entropico di Dick. Negli anni Sessanta la New Wave inglese fece a pezzi proprio il culto del razzo e del bug-eyed monster, per spostare sempre più l’esplorazione dentro la mente dei personaggi. Mezzo secolo di faide su che cosa il genere dovesse essere e rappresentare, e trovo che rispondere al dogmatismo del Covacich di turno in modo altrettanto assiomatico serva solo ad aggiungere rumore al rumore, o persino a dargli ragione.

 

La replica che leggo più spesso in queste situazioni è che la fantascienza non preveda il futuro, ma si occupi invece del presente. Anche qui trovo la definizione claudicante. Questo genere talvolta predice e mette in guardia, consola ed estranea, o intrattiene per il gusto di farlo, e non intraprende soltanto preziose letture metaforiche della nostra società e delle nostre convinzioni.

La trappola è sottile. L’appassionato legge Covacich e si altera perché è abituato a pensare che la fantascienza non predica il futuro e che quindi sia sciocco da parte dell’articolista insistere su questo. Poi però ribatte che Gibson ha intuito la rete, Bradbury gli auricolari, Dick la tecno-sorveglianza e sciorina una lista di intuizioni che si sono poi realizzate. E allora, o il genere aspira a indovinare il domani, e quindi sbaglia quasi sempre, oppure non ci prova, e i suoi colpi corretti valgono quanto un terno al lotto e non andrebbe sventolato quale prova.

Seguitemi nel ragionamento. Nel 1980 Dick compilò una lista di profezie per il Book of Predictions, tra cupole abitate sulla Luna e su Marte entro pochi anni e il disarmo reciproco tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era quasi tutto sbagliato. In mezzo due intuizioni: un metacomputer planetario dove confluiva tutta l’informazione e un telefono che da strumento di spionaggio si trasformava in un oggetto che spiava il suo utilizzatore. Varrebbe qui la massima dell’orologio rotto che segna due volte al giorno l’ora corretta, se volessimo aggrapparci alla “preveggenza” di Dick, ma se invece considerassimo quelle profezie un divertissement non letterario, potremmo invece apprezzare il potenziale narrativo e inventivo di quelle previsioni che non si sono mai (o ancora) realizzate.

 

Credo poi che vi sia un fraintendimento su un punto: a volte gli scrittori-profeti sono creature fabbricate ex post. Leggenda vuole che l’imprenditore Martin Cooper abbia inventato il telefono cellulare dopo aver visto il communicator di Star Trek, ma lo stesso Cooper ha smentito la ricostruzione accreditando semmai il radio-orologio di Dick Tracy. Arthur C. Clarke immaginò i satelliti geostazionari per le telecomunicazioni, ma lo fece in un articolo tecnico del 1945 su una rivista di elettronica, non in un romanzo. La sua previsione più precisa la firmò da ingegnere, così come altri scrittori lo fanno, nella saggistica, occupandosi di futurologia.

Talvolta le intuizioni tecniche e le invenzioni rimangono per anni in fase sperimentale, o persino segrete, ma stanno già macerando nello spirito di una data epoca. Viceversa, a volte sono gli scrittori di fantascienza a inventare qualcosa di talmente potente per l’immaginario collettivo da stimolare un lettore (un ingegnere, un artista) a produrre nella realtà quella fantasia, generando così una sorta di profezia autoavverante. È insomma una tensione comune verso il futuro.

 

In altri casi il problema è terminologico, con almeno tre parole prese in causa. La prima è science fiction, battezzata negli anni Venti da Gernsback (in origine: scientifiction); la seconda è speculative fiction, formula che Heinlein rende famosa negli anni Quaranta per nobilitare le storie incentrate sulle reazioni umane a uno scossone tecnologico (un’etichetta tanto incerta che Margaret Atwood e Ursula Le Guin la useranno in senso opposto, e che oggi rappresenta invece un termine ombrello per quei generi narrativi che si discostano dal realismo); la terza è futurology, coniata nel 1943 dal sociologo Ossip K. Flechtheim come disciplina della probabilità e nata deliberatamente in contrapposizione alla profezia, basandosi invece sugli scenari, le proiezioni, il metodo Delphi e gli istituti alla RAND. Considerando quest’ultimo termine, si potrebbe dire che Covacich processa la fantascienza per un reato che appartiene semmai alla bottega accanto.

Come sempre però sono le eccezioni a solleticare la curiosità. Gernsback in realtà voleva sul serio fare profezie: presentò il romanzo Ralph 124C41+ come la più accurata previsione del futuro consentita dalla scienza del momento; descrisse qualcosa di molto simile al radar nel 1911 e invocò una riforma dei brevetti che desse agli autori di fantascienza il diritto di depositare le proprie invenzioni. Se volessimo, potremmo considerare anche la psicostoria di Asimov, con il calcolo in equazioni del destino delle civiltà, un espediente che mi ha sempre dato l’idea di voler essere qualcosa di più di una soluzione narrativa.

 

Queste sono appunto eccezioni, dal momento che molti autori del genere hanno in realtà seminato e ispirato (non indovinato) il futuro: certe storie hanno contribuito a provocare il domani; quello scarto cognitivo in avanti, prodotto da una singola mente, si può leggere come uno scatto evolutivo per l’intera specie. Tutta l’astronautica del Novecento nasce da ragazzini con un libro in mano; Robert Goddard, pioniere della missilistica moderna, ebbe la sua folgorazione a diciassette anni, in cima a un ciliegio, leggendo Wells; Konstantin Tsiolkovskij, Hermann Oberth e Werner von Braun erano stati accesi da Verne e da Wells. Il giorno dopo il lancio dell’Apollo 11, il New York Times stampò la ritrattazione di un suo vecchio editoriale che aveva deriso Goddard (l’editoriale sosteneva che i razzi non potessero volare nel vuoto dello spazio per mancanza di aria su cui fare attrito, accusandolo di ignorare la fisica da liceo): Goddard era ormai deceduto, ma gli veniva riconosciuto il valore del sogno di un bambino spinto alle estreme conseguenze.

Oggi non è diverso. Da bambino Jeff Bezos, a Houston, giocava a impersonare i personaggi di Star Trek ed era legato in particolare a Spock: Alexa è dichiaratamente ispirato al computer conversazionale dell’Enterprise, e questa è solo la più nota delle influenze. Nel 2021, il miliardario ha spedito oltre l’atmosfera William Shatner, al bordo del razzo New Shepard della sua Blue Origin. Il TASER, intanto, deve il nome a un fisico della NASA, Jack Cover, che lo battezzò con le iniziali di Tom Swift, l’eroe ragazzino di un romanzo del 1911 e del suo fucile elettrico (letteralmente Thomas A. Explicitly Swift’s Electric Rifle, con la “A” aggiunta per rendere la parola pronunciabile). Neal Stephenson coniò il termine “metaverso” nel 1992, nel romanzo Snow Crash: all’interno del libro, l’Autore descrive un software cartografico iper-avanzato chiamato “Earth”, e i fondatori di Keyhole (la società poi acquisita da Google per creare Google Earth) hanno dichiarato di essersi ispirati proprio a quell’opera. In origine, la NASA voleva chiamare il primo prototipo di Space Shuttle “Constitution”, ma una massiccia campagna epistolare organizzata dai fan di Star Trek spinse la Casa Bianca, sotto la presidenza di Gerald Ford, a ordinare alla NASA di battezzarlo Enterprise. Nessuno di questi oggetti e progetti è una profezia che si è avverata: sono tutti figli di un desiderio, di una paura e di una fantasia che un lettore ha deciso di rendere reale.

In altri casi non è nemmeno una questione di previsioni. Il termine “robot” nasce nel 1920 dal dramma R.U.R. dello scrittore ceco Karel Čapek; “robotica” lo conia Asimov nel racconto Runaround del 1942, dove introdusse anche le sue famose tre leggi; “cyberspazio” lo inventa Gibson nel 1982, con il racconto Burning Chrome: sono tutti esempi di una società globale plasmata dalla narrativa di genere a partire dalla sua semantica prima ancora che dall’oggetto in sé. E così l’utopia, la distopia e le ucronie sono alimentate da ciò che temiamo o che desideriamo; sono strumenti atti ad ammonire o a sollecitare una riflessione. Ma a quel punto la palla passa al lettore, il quale può decidere di esercitare o meno la suggestione ricevuta. Nel caso particolare della distopia, poi, il fatto che una presunta profezia sia rimasta lettera morta dovrebbe costituire il trionfo dello scrittore che l’ha ideata.

 

Viceversa, quando invece la distopia sembra avverarsi, talvolta il merito è di certi lettori. La Silicon Valley ha saccheggiato la fantascienza a piene mani, trasformando concetti e invenzioni letterarie in prodotti e ideologie. Così capita che una parola nata come satira nelle pagine di Stephenson sia finita a battezzare un’azienda da mille miliardi di dollari, e un sogno di fuga (la volontà di costruire la prossima grande piattaforma computazionale) si sia fatto strategia industriale. Una pagina può muovere il mondo, nel bene e nel male, ma tutto questo non ha niente a che vedere con un pronostico, ma semmai con l’apertura di un cantiere, con una scrittura tipicamente di frontiera.

Nel finale del suo articolo, Covacich afferma rassegnato di preferire i futuri cartonati e datati di Metropolis, opera da cui David Bowie estrasse (insieme a 1984) Diamond Dogs. Al netto delle eccezioni e delle zone grigie, il futuro nella fantascienza è affidato ai lettori del genere, in un passaggio di testimone in cui non è necessario che lo scrittore interpreti la figura del vate (alla Ron Hubbard!), ma è fondamentale che sia in sintonia con lo spirito del tempo che sta per arrivare, così da assecondare un naturale passaggio storico, evolutivo e generazionale.

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