Alle radici del realismo magico. Un romanzo di Juan Rulfo

 


Ciò che mi resta al termine della lettura di Pedro Páramo (1955) di Juan Rulfo è una sensazione di smarrimento, se non di vuoto. L’opera, alla quale sono arrivato in quanto fu un modello per la scrittura di Gabriel García Márquez, è un romanzo breve ma denso, che frantuma la narrazione lineare del tempo e annulla il confine tra il mondo dei vivi e dei morti.

Ridotta all’osso, la storia racconta di come Juan Preciado si rechi al paese di Comala per cercare suo padre, Pedro Páramo, seguendo il desiderio espresso in punto di morte dalla madre. Tuttavia Comala è un paese fantasma e di fantasmi, svuotato dalla violenza e dall’ossessione di un uomo che ha amato una donna, Susana San Juan, con un amore così assoluto da diventare distruttivo per ogni cosa intorno a lui. Juan Preciado arriva, ascolta le voci e si mescola a loro, con un esito che vi invito a leggere.

L’architettura temporale dell’opera costituisce l’elemento centrale per interpretarla. Il romanzo procede per frammenti, ovvero blocchi narrativi che si interrompono e si contraddicono. La storia si compone come un mosaico di testimonianze, ricordi e soliloqui interiori; va da sé che non esiste un narratore onnisciente. Il lettore resta così disorientato, come se entrasse nella mente collettiva del villaggio e potesse estrarne solo alcuni ricordi. Mi vengono alla mente episodi vari come l’incontro tra Juan Preciado e la signora Eduviges, o i dialoghi tra Pedro Páramo e il suo amministratore Fulgor Sedano, schegge che danno la misura di una storia in comune che fatica a dare forma a un racconto corale che – a mio avviso – non viene infatti mai raggiunto. È vero che le voci si alternano e i dialoghi vengono ripresi da più angolazioni, quasi la memoria collettiva del paese cercasse di ricostruire se stessa attraverso queste voci, ma senza riuscirci a pieno.

Bisogna poi parlare della figura che fornisce il titolo all’opera. Informandomi sul romanzo, ho letto parole fuori scala per elogiarne la grandezza e per descriverne il personaggio centrale, ma devo ammettere che a me il libro non sia arrivato con la stessa dirompenza con cui ha travolto quegli scrittori del realismo magico che a esso si sono ispirati. Ciò che mi resta di Pedro Páramo è un’allegoria del potere e della violenza strutturale nel Messico rurale post-coloniale. Cacique della Media Luna, l’uomo controlla la terra, i suoi abitanti e la legge; esibisce la sua ferocia con un’apatia calcolata, mentre serba un dolore intimo e inconfessabile dovuto a Susana San Juan, l’unica che non è riuscito a possedere davvero. Il despota è vulnerabile, e Rulfo lo rende umano nella sua opacità (pur non assolvendolo), tuttavia per come è scritto e per quanto ci viene detto su di lui non posso dire che sia una figura memorabile della letteratura.

L’identità di Páramo è poi legata alla topografia immaginaria ma precisa di Comala, un paese messicano bruciato dal sole, spolpato dalla Rivoluzione e dalla rivolta dei cristeros, le guerre che hanno insanguinato il Messico nella prima metà del Novecento. La violenza di Páramo rispecchia la violenza sistemica del latifondismo messicano, e le anime erranti di Comala sono le vittime di quella storia. Il folklore delle anime purgatoriali che non trovano pace diventa in Rulfo un elemento fondante della struttura del romanzo e della critica sociale che vi inserisce. Significativa in questo senso è la scena del vescovo che passa per Comala per cresimare i bambini e, interrogato da una delle donne del paese sulle loro unioni illegittime, se ne va senza assolvere nessuno. La Chiesa è assente come il padre, lo Stato e qualsiasi autorità redentrice. Persino il medico strapagato per raggiungere il villaggio con urgenza non può fare nulla e fallisce con la sua medicina. Comala è abbandonata a se stessa e Páramo la trascina nel suo vortice distruttivo.

A distanza di più di mezzo secolo, Pedro Páramo resiste al tempo, e forse García Márquez ne capì l’anima più di chiunque altro, in quelle costanti riletture che gli restituivano prospettive diverse di un’unica narrazione. Dopotutto questo potrebbe essere un romanzo d’amore impossibile, una critica al sistema terriero di stampo feudale, un romanzo dalle tinte storiche e psicologiche, di quella psicologia che parla di inconscio collettivo. In Pedro Páramo c’è tutto questo, ma a livello personale non nego che abbia trovato la lettura poco coinvolgente, al netto di una scrittura sempre ancorata al dato reale, come è ben evidente nella naturalezza dei dialoghi, vero perno su cui si sviluppa questo dramma personale che trascina nel baratro un’intera comunità.

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