Come invecchia certa fantascienza. L'esempio de "Il tiranno dei mondi"


 

The Stars, Like Dust (per noi: Il tiranno dei mondi, 1951) è uno dei romanzi del Ciclo dell’Impero asimoviano, il secondo in ordine di composizione e di collocazione nella trilogia. È un’opera di transizione, ancora acerba in certi punti, ma già percorsa da quelle ossessioni tematiche che avrebbero fatto di Asimov uno dei pilastri della fantascienza.

La storia segue le vicende di Biron Farrill, giovane rampollo di una famiglia nobile dei Rancher, i potenti proprietari terrieri di Widemos, un pianeta agricolo sottomesso alla Tirannia, l’impero interstellare che domina la galassia con il pugno di ferro. La storia comincia in medias res, con un attentato e una fuga, e da lì si dispiega attraverso una serie di spostamenti da un mondo all’altro, in cerca di un fantomatico pianeta ribelle che potrebbe diventare il cuore della resistenza. È un romanzo d’avventura a tutti gli effetti, con la tensione tipica del thriller politico, tra tradimenti, doppiogiochismo e un finale che ribalta le aspettative.

La Tirannia è un costrutto narrativo efficace, con il quale Asimov dipinge un nemico monolitico, scrutandone le logiche interne (i funzionari corrotti, le lotte di potere, etc.). Il Khan è un villain che incarna la banalità del potere assoluto; un’autorità che si perpetua per inerzia e paura più che per effettiva superiorità morale o militare. In questo senso, il romanzo anticipa alcune riflessioni che il Ciclo della Fondazione avrebbe poi sviluppato con maggiore profondità, ovvero l’idea che i grandi imperi crollino per un esaurimento interno, per la progressiva erosione del consenso e della competenza.

 

Il cuore pulsante del romanzo è la questione della libertà politica, declinata in modo non ingenuo. Il “pianeta dei ribelli” che tutti cercano funziona come MacGuffin, ma il vero oggetto del desiderio è concettuale: esiste un documento, un testo fondativo che potrebbe ridare ai popoli oppressi la dignità dell’autogoverno. La rivelazione finale, ovvero che (spoiler!) questo documento sia nientemeno che la Costituzione degli Stati Uniti, è uno dei momenti più discussi del romanzo, e vale la pena soffermarsi su di essa.

Asimov era un immigrato russo naturalizzato statunitense; scriveva nel 1951, esprimendo un patriottismo genuino e non retorico verso i princìpi democratici del Paese che lo aveva accolto. Il gesto narrativo di proiettare la Costituzione americana nel futuro galattico come documento rivoluzionario è comprensibile in questa ottica, per rimarcare concetti come la separazione dei poteri, i diritti individuali e la rappresentanza quali conquiste universali dell’umanità. Vista con gli occhi di oggi, la scelta può apparire datata, persino naif, considerando quanto il secolo scorso, nonché i più recenti avvenimenti, stiano mettendo alla prova proprio quella Costituzione e i suoi limiti. Ritengo però che sarebbe disonesto giudicare un testo del 1951 con la bussola morale e politica del nostro tempo, e su questo argomento vale la pena aggiungere qualcosa.

 

Tra le questioni che un lettore contemporaneo si trova ad affrontare, c’è quella di Artemisia, la protagonista femminile del romanzo. Asimov la costruisce come una figura vivace, intelligente, capace di battute argute e di iniziativa; per certi versi, per quell’epoca, è già un passo avanti rispetto al canone della “damigella in pericolo” che dominava la fantascienza pulp dell’epoca (e non bisogna dimenticare che è da quel modello che Asimov cerca di allontanarsi). Eppure, guardando l’insieme, Artemisia rimane essenzialmente una funzione narrativa al servizio del protagonista maschile: il suo arco drammatico si chiude nell’interesse romantico verso Biron, e la sua autonomia d’azione è sempre mediata dalla presenza o dall’approvazione degli uomini intorno a lei.

Più in generale, trovo che sia un limite strutturale della fantascienza di quel decennio, e di larga parte della narrativa popolare dell’epoca. Le donne nei romanzi di avventura galattica erano quasi sempre fidanzate, figlie, o simboli femminili di qualcosa, e solo di rado erano agenti autonome. Asimov stesso ne avrebbe preso coscienza nel corso degli anni, e la sua produzione successiva mostra personaggi femminili progressivamente più complessi. Tuttavia, nell’opera in questione, quella consapevolezza era ben lungi dall’essere maturata, e il lettore che oggi si avvicina al testo deve fare un piccolo sforzo di traduzione culturale.

 

C’è un altro ordine di problemi che rende la lettura del romanzo istruttiva in un modo forse inatteso. Mi riferisco alle informazioni scientifiche sui pianeti che Asimov dissemina nel testo e che sono, in diversi punti, superate (come precisato dall’Autore stesso in una postilla al romanzo degli anni Ottanta). Un esempio evidente riguarda le descrizioni dell’atmosfera di alcuni mondi, dove Asimov ragiona come se certi gas, tra cui l’anidride carbonica, fossero assenti o irrilevanti in contesti planetari dove oggi sappiamo che giocano un ruolo centrale. È bene ricordare che Asimov era uno scienziato serio, un professore di biochimica alla Boston University, e scriveva sulla base delle conoscenze disponibili all’epoca, che non includevano ancora i frutti delle missioni spaziali.

Questo fenomeno mi ha ricordato da vicino un problema analogo che i lettori incontrano in Moby Dick. Il capolavoro di Melville è pieno di affermazioni sulla biologia delle balene che la zoologia moderna ha smentito, inclusa la celebre insistenza che la balena fosse un pesce e non un mammifero. Eppure, nessuno nega all’opera lo statuto di grande romanzo: le imprecisioni scientifiche non toccano la profondità metaforica, la potenza stilistica, la densità filosofica dell’opera. Lo stesso vale, in misura diversa e in questo caso più modesta, per Asimov. Se le inesattezze scientifiche di The Stars, Like Dust non compromettono il piacere della lettura, è bene ricordare che il sapere scientifico è cumulativo, quasi mai eterno. Anzi, se si vuole, questo invecchiamento della scienza nei testi di genere permette di datare con precisione l’immaginario di un’epoca, di capire che cosa si sapeva e che cosa si intuiva, dove la speculazione prendeva il volo e dove invece restava ancorata a certezze che si sarebbero rivelate provvisorie. Possiamo chiamarla una forma di “archeologia epistemologica”.

 

Asimov non è mai stato un grande stilista nel senso letterario del termine. La sua prosa è funzionale, rapida, quasi giornalistica. I dialoghi portano il peso narrativo, l’azione avanza per accumulazione di scene piuttosto che per elaborazione psicologica dei personaggi. Biron Farrill è un protagonista efficace ma tutt’altro che memorabile; è reattivo più che proattivo, e viene trascinato dagli eventi anziché determinare a pieno il proprio destino. Questa è forse la critica più sostanziale che mi sento di muovere al romanzo, poiché i personaggi rimangono in superficie, abbozzati con linee essenziali ma privi di quella profondità che renderebbe la storia indimenticabile.

D’altra parte, vi è un ritmo nella narrazione che mantiene alta l’attenzione. Asimov sapeva costruire scene di tensione, sapeva distribuire le informazioni in modo da non svelare troppo presto, e sapeva bilanciare l’azione con le necessarie pause riflessive in cui i personaggi ragionano ad alta voce sui problemi politici e filosofici che li circondano. È una tecnica narrativa che deve molto alla tradizione del romanzo d’avventura classico, da Stevenson a Dumas, filtrata attraverso la sensibilità razionalistica tipica di un Autore che credeva profondamente nel potere della ragione come strumento di progresso.

 

Vengo così a una conclusione. The Stars, Like Dust non è il miglior romanzo di Asimov, e su questo penso non vi siano voci contrarie. È però un libro che vale la pena leggere per ragioni che vanno oltre la fedeltà filologica all’Autore; è un documento culturale che rispecchia le ansie e le speranze di un’America del dopoguerra che si confrontava con la minaccia totalitaria, che cercava nel progresso tecnologico e nella democrazia liberale le fondamenta di un futuro migliore. In secondo luogo, rappresenta la tappa di un percorso, perché comprendere da dove provenga la narrativa di Asimov aiuta a capire meglio dove sarebbe arrivata, e perché certi sviluppi successivi rappresentino un salto qualitativo così netto.

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