Il sub-creatore e il suo giardino. "Albero e foglia" di Tolkien
Comincio mettendo ordine sui contenuti di
questo piccolo volume tolkieniano intitolato Albero e foglia. Si tratta
della traduzione della raccolta inglese Tree and Leaf, pubblicata per la
prima volta nel Regno Unito nel 1964 da George Allen & Unwin. Il contenuto
però è variato nel corso del tempo. La prima edizione inglese conteneva
inizialmente solo il saggio teorico On Fairy-Stories e il racconto
allegorico Leaf by Niggle. La prima versione pubblicata da Rusconi nel
1976, tradotta da Francesco Saba Sardi, includeva già testi aggiuntivi rispetto
all’originale, come Il fabbro di Wootton Major e il poema drammatico Il
ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm. A partire dal 1988, le versioni
inglesi e quelle italiane curate da Bompiani hanno spesso integrato al volume
la poesia Mitopoeia e altri scritti, rendendo la raccolta più corposa.
In altre parole, Albero e foglia
nasce come progetto dello stesso Tolkien per rendere facilmente reperibili i
suoi lavori più brevi, sebbene le aggiunte successive abbiano reso la raccolta
fin troppo varia. Le cinque opere contenute sono diverse per forma, registro e
argomento, ma ciò che le accomuna è il laboratorio del sub-creatore, che qui
viene mostrato al lettore attraverso l’iniziale approccio saggistico.
Avevo letto il saggio Sulle fiabe
nel volume The Monsters and the Critics and Other Essays, una raccolta
di conferenze e saggi scritti e letti tra il 1931 e il 1959. Sulle fiabe
è una conferenza in memoria di Andrew Lang, tenuta all’Università di St. Andrews.
Nel circoscrivere la terminologia, Tolkien scrive: «Fairy (essere
fatato, fata), come nome più o meno equivalente a elfo, è un vocabolo
relativamente moderno, raramente utilizzato sino al periodo dei Tudor.» Nell’Oxford
English Dictionary, l’Autore trova la dicitura «un racconto su esseri fatati»,
ma è una descrizione restrittiva, perché le fiabe «non sono storie sulle
fate o gli elfi, ma storie sul mondo fatato, cioè Faerie», che contiene
anche altre cose, tra cui la natura, gli alimenti e gli stessi esseri umani. Le
fiabe migliori «vertono sulle avventure di uomini nel Reame Periglioso o
lungo le sue nebulose regioni di confine.»
Nel valutare che cosa si possa considerare
fiaba e che cosa no, Tolkien evidenzia dei confini che non sono netti. Sono più
da fiaba gli Eloi e i Morlock de La macchina del tempo di H. G. Wells
che i lillipuziani dei racconti di Gulliver, che non sono altro che uomini
visti dall’alto in basso: nell’attribuzione, conta la distanza spaziale e
temporale, oltre agli sviluppi storici.
Tolkien respinge
invece l’artificio del sogno, impiegato per veicolare i contenuti del mondo
fatato: non considera fiabe quei testi, come p. es. la cornice onirica delle
storie di Alice di Carroll. Oltretutto, Tolkien sostiene che vi sia confusione
tra i termini “fantasia” e “sogno”: la prima è una forma d’arte elevata, più
prossima alla purezza; nel secondo termine non sussisterebbe l’arte. Tuttavia,
i due vocabli si confondono e i critici della scrittura di fantasia la
considerano una forma di disordine mentale o, al limite, come una
fantasticheria.
Infine, l’Autore
esclude le favole con gli animali dal fiabesco. Ritiene tutte queste
distinzioni importanti per un semplice motivo: «Domandarsi quale sia l’origine
delle storie (comunque le si qualifichi) vuol dire domandarsi qual è l’origine
del linguaggio e della mente.»
L’Autore
approfondisce il dibattito tra chi sostiene che le fiabe abbiano avuto
un’evoluzione indipendente, una discendenza o una diffusione (avvenuta in più
modi da uno o più centri): «La filologia è stata detronizzata dalla posizione
di rilievo che aveva un tempo alla commissione d’inchiesta sulle fiabe.» Al
contrario, esse andrebbero considerate prima di tutto per quello che sono nel
presente, così come sono giunte a noi, perché mostrano i segni di «quali valori
il lungo processo alchemico del tempo ha prodotte in esse.»
Attraverso il
dispiego della fantasia, l’essere umano diviene un sub-creatore: il Regno delle
Fate ha il potere di rendere efficaci le visioni della fantasia. Se è vero che
le storie del mito e delle fiabe siano riconducibili a fatti storici e a
persone reali, ciò non dovrebbe scoraggiare dal chiedersi che valore tali
storie abbiano sui contemporanei.
Un passaggio
molto interessante riguarda il pubblico di lettori. Tolkien non ritiene che i
bambini siano il pubblico naturale delle fiabe: i bambini «non amano le fiabe
più degli adulti, né le comprendono meglio di loro; e comunque non le amano più
di quanto amino altre cose.» Tolkien definisce la questione «un accidente della
nostra storia domestica», che ha relegato quei libri nella stanza dei bambini
come si fa con oggetti vecchi e fuori moda.
Lo stesso
sentimentalismo verso i bambini, «che pare aumentare con la loro diminuzione»,
ha provocato questa concezione: ha altresì prodotto «alcuni deliziosi libri»,
che però affascinano soprattutto gli adulti. D’altra parte, nella maggior parte
dei casi, si è assistito a un rimaneggiamento “criminale” delle storie antiche.
Tolkien critica
Andrew Lang su questi temi: Lang afferma inoltre che si debba avere «il cuore
di un fanciullo» per entrare nel Reame Fatato, ma Tolkien commenta che umiltà e
innocenza di un tale cuore non implicano «meraviglia acritica».
In generale, non
bisogna spiegare o giustificare le azioni oscure contenute nelle fiabe (un tema
certamente attuale): una delle lezioni del genere «è che il pericolo, il dolore
e l’ombra della morte possono conferire dignità e in qualche caso persino saggezza
alla gioventù inesperta, impacciata ed egoista.» I bambini – scrive Tolkien –
non devono diventare Peter Pan, ma avanzare nel loro cammino di vita. È
preferibile che essi leggano opere «che vadano oltre la loro capacità».
Tolkien prosegue
chiedendosi come andrebbe considerata la magia nel contesto fantastico. Egli la
ritiene essenziale al mondo fatato e va sempre presa sul serio, anche nei testi
ironici: «La Magia produce, o pretende di produrre, un’alterazione nel Mondo Primario.
Non conta da chi si dica venga praticata, fata o mortale; rimane comunque
distinta dalle altre due; non è un’arte, ma una tecnica; ciò che desidera è il potere
in questo mondo, il dominio di cose e volontà.»
Tornando al
concetto di fantasia, scrive che essa non sia in contrasto con la ragione,
anzi: «Quanto più la ragione è acuta e chiara, tanto meglio opererà la
fantasia.» L’irrazionalità che sfugge di mano è semmai sintomo di altro: prima
di avventurarci nella deformazione delle cose, poiché ormai annoiati a morte da
una visione che riteniamo di aver visto troppe volte, dovremmo ritornare a
vedere il mondo che ci circonda liberandolo dalla possessività. Infatti, le
cose familiari «sono le cose di cui ci siamo appropriati, legalmente o
mentalmente.»
Tolkien critica
infine la modernità, con la meccanizzazione che ha ridicolizzato la fantasia,
pur avendo in realtà prodotto mostri “reali” ben più pericolosi (armi, etc.).
Il rapporto tra ragione e fantasia è così rimesso in discussione. A
conclusione, Tolkien ritiene che, come la tragedia sia la «vera forma» del
teatro, così il lieto fine della fiaba, o eucatastrofe, «rappresenta la sua più
elevata funzione.» La fiaba accoglie in sé il dolore e il fallimento, ma nega
«la sconfitta finale e universale».
Se Sulle fiabe è la parte teorica, Foglia
di Niggle è la dimostrazione narrativa. Scritto probabilmente nel 1942,
è il testo più personale e forse più amato di tutta la raccolta. La storia
parte da un’idea semplice: Niggle è un pittore mediocre che però non rinuncia
mai alla propria arte. Si dedica a dipingere una foglia, che presto diventa un
albero e poi un bosco, ma il lavoro rimane in sospeso e Niggle, sempre pronto
ad aiutare gli altri e in procinto di partire per un viaggio, non trova il
tempo di portarlo avanti. Ammalatosi, finisce in un ospedale dove impara a organizzare
il tempo a disposizione e la storia si conclude con un lieto fine che lo porta
a ritrovare anche l’amico Parish.
Il racconto assomiglia a un’allegoria
dell’artista in lotta tra il dovere verso il prossimo e la vocazione verso
l’opera. Mai abbastanza veloce, mai abbastanza libero. Niggle è Tolkien, lo
stesso Tolkien che impiegò decenni a costruire la Terra di Mezzo e che non
riuscì a terminare Il Silmarillion. Ma il messaggio trasmesso dalla
storia è sottile: l’opera incompiuta non va perduta; la sub-creazione ha valore
ontologico, per cui quello che il pittore immaginava aveva già una sua realtà,
che la morte rivela più che cancellare. È la base della teoria
dell’eucatastrofe applicata alla biografia dell’artista.
La presenza di Parish (il vicino
pragmatico, impermeabile alla bellezza) introduce una tensione che Tolkien non
risolve con facili sentenze. Parish non è il cattivo della situazione: il
conflitto tra utilità e bellezza, tra arte e dovere, non ha vincitori e nel
finale, infatti, entrambi trovano posto nel giardino ritrovato.
Mitopoeia è il testo della
raccolta più duro da leggere, almeno in termini di forma: è un lungo poema in
distici rimati, scritto in un registro deliberatamente arcaico. La sua storia è
affascinante. Tolkien lo compose come risposta diretta a C.S. Lewis, indicato
nel testo come “Philomythus” contro il proprio alter ego “Misomythus”; lo
stesso Lewis che, in una famosa passeggiata notturna del 1931, aveva sostenuto
che i miti fossero una menzogna, per quanto «alata d’argento».
La risposta di Tolkien è filosoficamente
precisa e poeticamente accanita. Gli esseri umani non possono fare a meno di
creare miti perché la capacità mitopoietica è inscritta nella struttura stessa
della mente: siamo stati creati da un Dio che ha creato il mondo tramite la
parola, e a nostra volta è così che agiamo. Il mito non è un errore cognitivo,
non è la scienza dei primitivi, bensì la modalità espressiva propria alla
nostra specie, poiché riflette la struttura narrativa della realtà stessa.
Il poema anticipa e fonda teoricamente
tutto il saggio Sulle fiabe. L’essere umano è definito da Tolkien
sub-creatore già qui, e il rifiuto di quella vocazione è visto come una forma
di mutilazione. La verità del mito è contemplativa e non proposizionale; è una
posizione che anticipa certe intuizioni della filosofia ermeneutica del secondo
Novecento, anche se Tolkien non avrebbe mai usato quel lessico.
Scritto nel 1967, nell’ultima fase della
sua vita, Il fabbro di Wootton Major è un’opera deliziosa e
insieme malinconica, forse la più elegante di tutta la raccolta in termini di
scrittura pura. Era nata come introduzione a una raccolta di George MacDonald e
poi era diventata autonoma.
Smith è un fabbro che, da bambino, ha
inghiottito per caso una stella di Faeria nascosta in una torta. Grazie a
questa stella impressa sulla fronte, ottiene il permesso di visitare il regno
fatato, immenso e pericoloso. Lo visita per anni e ne trae giovamento; poi
arriva il momento di restituire la stella, perché un altro giovane ne ha
bisogno.
Il racconto inscena il tema del talento
come dono ricevuto e non posseduto. Smith non è speciale di per sé; è stato
scelto per un tempo, e quel tempo si è esaurito. Il sottotesto sembra suggerire
un passaggio di testimone, quello del Tolkien anziano che sa di dover lasciare
la Terra di Mezzo ad altri lettori e autori, ma al contempo è un testo sulla
teologia della grazia di notevole sottigliezza.
Il personaggio del Maestro della Festa,
Nokes, è il contrappunto comico e amaro alla vicenda, un uomo che non crede a
nulla di ciò che non riesce a mangiare o vendere. È il lettore critico
riduzionista, quello bersagliato da Sulle fiabe. È una persona da
trattare con una certa ironica pietà.
Il testo più tecnico e forse meno
frequentato della raccolta è Il ritorno di Beorhtnoth figlio di
Beorhthelm. Funziona come seguito al celebre frammento anglosassone
della Battaglia di Maldon del 991 d.C. Il frammento medievale racconta
la sconfitta degli anglosassoni contro i Vichinghi: il comandante Beorhtnoth
muore in battaglia dopo aver concesso al nemico di attraversare un guado in
condizioni favorevoli, per senso dell’onore e per non voler vincere con troppa
facilità.
Tolkien era affascinato e disturbato da
questo gesto. Lo chiama “ofermod”, una parola anglosassone che significa
qualcosa come “superbia”, e ne fa l’oggetto di una critica implicita ma chiara.
Il suo poema drammatico immagina la notte dopo la battaglia, con due servitori
che recuperano il corpo del signore caduto, e nel dialogo tra loro emerge la
riflessione sul prezzo dell’eroismo a tutti i costi. Uno dei due riconosce che
Beorhtnoth ha sacrificato i suoi uomini per un gesto teatrale, mentre l’altro
lo difende. Tramite questa invenzione, Tolkien sta facendo insieme filologia e
critica morale. Il punto che ne emerge è che il vero eroismo non ha nulla di
spettacolare, non si misura nella grandiosità della morte, ma nella
responsabilità verso chi ti è affidato. Un tema che attraversa tutta la Terra
di Mezzo, a partire da Frodo, portatore fedele e non eroe epico.
Una volta lette le cinque opere mi sono
chiesto: per quale ragione sono state messe insieme? Al principio ho pensato a
ragioni editoriali, ma poi ho iniziato a intravedere un’unità concettuale
(sebbene un po’ troppo estesa) che ruota intorno alla domanda su quale sia il
valore e il destino della creazione umana.
Sulle fiabe risponde in
astratto: creare mondi è un diritto e quasi un dovere teologico. Mitopoeia
risponde in versi: il mito è la struttura propria del pensiero umano, ben lungi
dall’essere una menzogna. Foglia di Niggle è la risposta allegorica:
l’opera incompiuta ha una realtà che la trascende. Il fabbro di Wootton
Major risponde in favola: il talento creativo è una grazia, temporanea e
preziosa, da ricevere con umiltà e da restituire al momento giusto. Infine, Il
ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è una conclusione drammatica:
anche il racconto eroico ha una responsabilità etica, e raccontare una forma
negativa di eroismo produce cattivi eroi.
C’è poi un altro filo conduttore, ancora più sottile. Le cinque opere tematizzano il rapporto tra il mondo degli uomini e qualcosa che lo trascende, che sia Faeria, il divino, il tempo, l’arte o la morte. Per Tolkien, la letteratura fantastica costituiva uno spazio liminale, il luogo in cui il quotidiano e il trascendente entrano in contatto. Questa raccolta rappresenta quindi un estratto della poetica dell’Autore, il suo modo di spiegare e di narrare la sua sub-creazione.

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