Fantascienza militare ambientata in Friuli
Inizio questo testo con un aneddoto. Alla
fine degli anni Ottanta, mio padre era un sergente dei bersaglieri le cui
esercitazioni si svolgevano presso le grave del pordenonese, in quei greti
bianchi e sassosi dove i fiumi Cellina e Meduna si perdono prima di ritrovarsi.
Nelle intenzioni, l’obiettivo sarebbe stato di rallentare l’Armata Rossa qualora
avesse deciso di invadere la Penisola scendendo dalla soglia di Gorizia. Quando
ho aperto Primavera nucleare (2026) di Adriano Grazioli non sapevo ancora
che sarei finito da quelle parti.
Il romanzo parte da una guerra per le
risorse che nel 2053 coinvolge molte nazioni del globo: Stati Uniti e Cina non
si affrontano mai direttamente, ma attraverso i rispettivi proxy, tra cui gli
italiani al centro di questa storia. Il fronte è dalle parti dell’Iran (nemmeno
a farlo a posta!) e ad aprire la strada al grosso dell’esercito c’è il 9°
reggimento assalitori. I soldati indossano corazze che sembrano armature
medievali filtrate attraverso Warhammer 40.000, e l’armatura si aggancia al
corpo come una seconda pelle, tramite ricettori che iniettano periodicamente sostanze
che rendono il soldato immune al dolore e a qualsiasi remora morale. Per accogliere
i ricettori bisogna rasarsi a zero, lasciando solo una cresta centrale, da cui
il soprannome di “Mohicani”. Psichiatri e psicologi avvertono l’alto comando
degli effetti collaterali delle droghe, tra cui i pensieri intrusivi e i loop
di immagini e ricordi, ma i vertici sono ben lieti di garantire una morte serena
a esseri umani la cui durata media sul campo di battaglia è di sei minuti di
vita. Niente mutilati di guerra, niente veterani che pesino sulle casse dello
Stato, sebbene uno sparuto numero di reduci si rifiuti di morire e a loro si
rivolge la seconda parte della storia.
Tale cinismo trova uno specchio nella
forma. Il testo alterna infatti le riflessioni del sergente Silvestro Antonio
Rizzo, detto Tolo, a inserti pubblicitari intrusivi, tra corazze e fucili al
plasma raccontati attraverso gli occhi del venditore d’armi e della propaganda.
Il modello richiama da vicino gli inserti commerciali che Philip K. Dick
piazzava in apertura dei capitoli di Ubik. Il soldato di questa storia
smania per ottenere un equipaggiamento che gli garantisca minuti in più di vita,
incerto se sul fronte opposto troverà gli immortali ma superati AK-47 o i
temibili tank Kimera russo-cinesi.
Poi però questa guerra atroce ed esteriore
finisce e si torna a casa, in una Pordenone diventata la città-fortezza di
Portenus, uno degli ultimi baluardi di civiltà “borghesotta”. Fuori ci sono i
briganti, i mutanti e le anomalie che i ricognitori chiamano “orridi”. Sulla
loro origine circolano teorie contrastanti: creature infernali mandate a punire
i superstiti; radiazioni migrate verso il cuore d’Europa dopo la distruzione di
Tel Aviv; oppure quella “infezione americana” fabbricata in loco, in un
insediamento militare che affonda le sue radici nel secondo dopoguerra. Su
questo nuovo sfondo si muove la trama vera e propria, di cui il testo
ambientato in Iran era una premessa importante: un ex soldato ormai vecchio e
menomato deve lasciare la città e salire a nord, verso le montagne di Monte
Popoli, per cercare un commilitone dato per disperso. Che il Friuli continui a
funzionare come teatro bellico letterario non deve stupire: ci ha guidato l’ambulanza
Frederic Henry nella ritirata di Caporetto (alla voce Addio alle armi),
e ci è nato Tullio Avoledo, che al post-atomico ha dedicato più di un romanzo.
Il registro della missione prevede tanta
azione, poche chiacchiere, dialoghi spacconi e un’attenzione costante ai
commilitoni presenti e scomparsi. La fantascienza militare è un sottogenere con
una storia lunga e nobile, da Fanteria dello spazio di Heinlein alla Guerra
eterna di Haldeman, da Armor di Steakley agli Slammers di Drake, ed
è pochissimo frequentata dalla fantascienza contemporanea, tantomeno da quella
italiana, che a essa preferisce la distopia civile e l’ucronia. Ben venga
dunque questa proposta, benché abbia trovato che il worldbuilding arrivi in
blocco anziché per accumulo, come un’urgenza da dover seppellire in nome del
vero perno della narrazione, ovvero l’ostinato tentativo di non cedere al trauma.
Il rovesciamento dell’ultima parte, che vi invito a leggere, riconduce Primavera
nucleare nell’alveo di altri scritti dell’Autore, come il racconto lungo intitolato
Io non dimentico (2024), con al centro la figura del reduce, il tema del
PTSD, il legame indissolubile (e incomprensibile all’esterno) con i propri
commilitoni e la volontà di resistere a ogni sforzo autodistruttivo.
Tolo viene lasciato in piedi come monito, affinché
qualcuno porti il peso di tutte le storie mai raccontate di uomini come lui. Nel
frattempo, si avvicina la primavera, preludio a un’estate arida che renderà il
mondo ancora più duro e dove solo chi si è “fatto le ossa” potrà farcela. Si
tratta di un libro che potete leggere in una sera, tutto d’un fiato, e lo
apprezzerete per la sua onestà, perché è un testo che sa da dove proviene e si
esprime con la franchezza tipica di questo Autore.


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