Un insignificante reietto dell'universo


Storia vuole che, nel 1947, il ventisettenne Isaac Asimov scrivesse un racconto lungo intitolato Grow Old with Me e non riuscisse a venderlo a nessun editore. Due anni dopo, grazie alla mediazione dell’agente e amico Frederik Pohl, la Doubleday si disse interessata, ma gli chiese un testo più lungo; nacque così nel 1950 Pebble in the Sky, il suo primo romanzo pubblicato in volume, che lasciava intravedere le cuciture del racconto.

La trama origina da un incidente di laboratorio che coinvolge Joseph Schwartz, un sarto in pensione nella Chicago del secondo dopoguerra, che stava passeggiando nei pressi del dipartimento di fisica di un’università quando un guasto in un esperimento vicino lo scaraventa in un futuro decisamente remoto. La Terra in cui si ritrova è semidesertica e nessuno parla una lingua a lui comprensibile: è il nono secolo dell’Era Galattica e il pianeta è ormai un mondo periferico e radioattivo, ai margini di un Impero che conta duecento milioni di pianeti governati da Trantor. Una famiglia di contadini, per bisogno, lo conduce all’Istituto di Neurologia del dottor Shekt, dove diventa cavia di un’apparecchiatura sperimentale pensata per potenziare l’apprendimento umano. Ne esce con facoltà mentali nuovi, tra cui una sensibilità telepatica, che ricorda tanto certi personaggi dickiani a venire.

Nel frattempo, da Sirio arriva l’archeologo Bel Arvardan, un giovane idealista dalle idee controcorrente, convinto di poter trovare sulla Terra le prove dell’origine dell’umanità, dato che nella galassia è opinione corrente che i terrestri siano soltanto dei coloni malati e sub-umani. La vicenda di Arvardan si intreccia con le vite di Schwartz e di Pola, la figlia del dottor Shekt, nella tipica relazione amorosa che troviamo nella fantascienza del periodo. Il gruppo viene trascinato in un complotto che sembra soverchiare le capacità dei singoli e che coinvolge il segretario del Gran Ministro terrestre, figura di spicco della Società degli Anziani, oltre che i militari stanziati sul pianeta dall’Impero.

 

Nel romanzo si trovano già diversi temi ricorrenti dell’opera asimoviana, tra cui il viaggio nel tempo trattato come un evento fortuito, l’odio razziale e la segregazione, i poteri mentali e la Terra radioattiva post-catastrofe (con tanto di postilla del 1982 in cui l’Autore ammise che negli anni Cinquanta non si avevano ancora sufficienti conoscenze sugli effetti biologici delle radiazioni).

L’architettura simbolica che sostiene il testo è il nono secolo dell’E.G., un’epoca di prosperità che ricorda per analogia l’età augustea, mentre la condizione della Terra ricalca quella della Giudea occupata, con un popolo in attesa di riscatto, governato ora da un procuratore di nomina imperiale ora da una casta sacerdotale conservatrice, in trepidante attesa di un avvento salvifico (e l’arrivo di Schwartz fonde senza troppe sottigliezze le iconografie messianiche cristiana ed ebraica).

Sul piano della continuity interna alla sua narrativa, il romanzo è l’ultimo dei tre titoli slegati che compongono il Ciclo dell’Impero, insieme a Le correnti dello spazio e a Il tiranno dei mondi, un prequel remoto rispetto al Ciclo delle Fondazioni, ambientato quando Trantor è ancora nel pieno del proprio splendore. Una distanza temporale tra i due cicli che era stata concepita di centomila anni e che venne poi ridotta a un più maneggevole ordine di diecimila anni.

 

Ribadisco che il romanzo porta i segni della propria origine come racconto, dato che il ritmo narrativo non è sempre uniforme (soprattutto nell’accelerazione del finale) e la caratterizzazione dei personaggi – in particolare la storia d’amore tra Arvardan e Pola – resta più funzionale all’intreccio anziché essere vissuta con uno spessore emotivo percepibile. Eppure, informandomi sul giudizio dato in passato al Ciclo, Paria dei cieli è spesso indicato come il preferito dei tre, forse grazie a un intreccio più serrato rispetto agli altri due titoli e a un tema (il pregiudizio e la persecuzione che ne consegue) trattato con una serietà morale che, per quanto suoni oggi didascalica, non ha mai davvero smesso di essere attuale.

Si comprende così con facilità come dal 1953 a oggi il romanzo abbia conosciuto in Italia qualcosa come nove edizioni, dal primo Urania Mondadori fino alle più recenti collane “Classici” e “Urania Collezione”, riproposto da Mondadori a cadenza pressoché decennale a beneficio di nuove generazioni di lettori. Per quanto mi riguarda, ho sentito il testo vicino se penso a come l’agire storico si annidi nei margini trascurati, distante dal centro scintillante dell’Impero, dove vivono i paria di questo mondo o le persone comuni che potrebbero essere chiamate a far valere la loro umanità di fronte all’arroganza del potere e alle false promesse di emancipazione.

E ora? Sono indeciso se tirare le somme sull’intero ciclo appena concluso o se proseguire con ordine con quello delle Fondazioni. Magari con una pausa nel mezzo che mi potrebbe portare per qualche settimana tra la letteratura belga e francese.



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