Un whisky per digerire l'orrore

 


Chi ha già sentito parlare di Jean Ray, pseudonimo di Raymond Jean Marie De Kremer, sa che di lui si raccontava che fosse, tra le altre cose, un contrabbandiere di alcool sulla rum row, la fila di navi cariche di liquori che stazionavano al largo delle coste americane durante il proibizionismo. Leggenda o meno, nel 1925 l’Autore pubblicava I racconti del whisky e, l’anno successivo, finì in carcere per circa due anni per un’appropriazione indebita a Gand. La raccolta di racconti era la sua prima opera edita e usciva dopo che Ray si era in qualche modo inventato un personaggio che andava al di là del semplice pseudonimo.

L’edizione del 2025 proposta da Agenzia Alcatraz segue a quella di Edizioni Hypnos del 2013 e include anche una selezione di altri racconti provenienti da altre due raccolte, con le traduzioni di Camilla Scarpa, Barbra Bucci e Francesco Lato.

 

L’impianto dei primi racconti, in genere molto brevi, è semplice e utilizza l’espediente della gente seduta al bancone di una taverna portuale che, davanti a un bicchiere, si mette a raccontare storie fuori dal mondo. Il whisky non è il soggetto dei racconti, ma un pretesto e un filo rosso che accompagna il lettore; è anche un lasciapassare formale che permette al narratore di essere impreciso, brusco e poco attendibile, da cui il taglio di diverse parti descrittive che altrimenti avrebbero reso meno naturale la cornice, o le battute che chiudono una storia che sarebbe potuta andare avanti tutta la notte. Certi racconti appaiono deboli e basati su aneddoti, tuttavia la cornice della taverna li protegge, un po’ come certi brani di concept album risultano sacrificati se presi singolarmente, ma funzionano invece molto bene nell’economia dell’opera complessiva.

Il rovescio è che il libro non ha una curva, nel senso che non cresce e non converge; si consuma a sorsi, che sembrano simili tra loro, salvo cominciare, a un certo punto, a percepire il sinistro tranello a cui ci ha condotto Ray.

 

Diversi racconti hanno un’ambientazione più letteraria che realistica; per esempio, ne La notte di Camberwell troviamo una Londra costruita su Dickens e sulla cronaca giornalistica, ma d’altra parte questo è tipico di tanta grande letteratura fantastica, dall’Antartide lovecraftiano alla Terra immaginaria di Salgari. Al contempo, è forse proprio questo filtro esterno a fornire al lettore una descrizione inedita di un luogo familiare, reso tuttavia irrimediabilmente altro dalla fantasia: ciò che conta, dopotutto, è la credibilità, tanto più complicata in questo genere.

La tradizione critica legata a Ray lo ha definito “il Poe belga”, ma questi paragoni sono spesso fuorvianti. In Ray non ho visto così marcato, per esempio, l’aspetto della monomaniacalità. L’orrore di questi racconti arriva quasi sempre a tavola, o al bancone, e convive nella stessa pagina con la farsa, con la figura dell’avaro grottesco o, ancora, dell’ebreo visto sotto una lente antisemita che in queste pagine è ben poco ponderata e funge più da luogo comune impiegato dall’Autore per parlare di altro. Tornando per un attimo al grottesco di queste storie, si tratta di una tradizione fiamminga più che americana, che rimanda a Bruegel e alle maschere di Ensor, dunque all’arte.

 

Queste molteplici sfaccettature danno vita a un orrore sgradevole e non solenne, che ti fa sorridere controvoglia. In alcuni casi assistiamo a schizzi ed esercizi di mestiere (Mezzanotte e venti), in altri si pongono le basi della successiva narrativa (più matura) dell’Autore (penso p. es. a Gli strani studi del dottor Paukenschlager e al motivo della quarta dimensione).

Perché in effetti il Jean Ray più compiuto viene dopo, come ne La croisière des ombres (1931) e in Malpertuis (1943). E l’edizione italiana di Agenzia Alcatraz, all’interno della collana Bizarre, presenta una scelta intelligente che ricalca quella storica di Marabout, l’editore belga, mettendo in coda proprio tre racconti presi dalla Croisière, tra cui a mio parere spicca Durer, l’idiota, un racconto del quale ho segnato quasi tutte le pagine come rilevanti (sono solito segnarmi le pagine più riuscite, o che ho amato di più di un libro così da ritrovare i “punti caldi” quando riprendo in mano l’opera). Il risultato è che in uno stesso volume possiamo comparare le prime prove, quasi sincopate nella loro rude spontaneità, con quei racconti successivi nei quali il respiro narrativo cambia e si fa più disteso e consapevole.

 

Torno un istante sul tema dell’antisemitismo presente in più di un racconto, che è in linea con quello di tanta narrativa popolare europea degli anni Venti. In Josuah Gullick, prestatore su pegno, la figura dell’usuraio ebreo si fa motore morale del racconto, laddove in altri testi è invece quasi un dettaglio d’arredo: quando negli anni Trenta il pezzo uscì su Weird Tales, la redazione americana tagliò i passaggi peggiori, mentre nel volume di Agenzia Alcatraz il discorso viene preso di petto nell’introduzione di Max Baroni. Di recente ho letto Il volto verde di Meyrink, uscito quasi un decennio prima, e anche qui ho trovato non poco razzismo, di quel “razzismo spirituale” che avrebbe avuto fortuna in area germanica anni dopo, ma personalmente questo non ha inficiato il piacere della lettura complessiva dell’opera. Forse è una questione di sensibilità individuale, di contestualizzazione e di letture pregresse, ma vi invito a non fermarvi di fronte a questo ostacolo.

Se Ray viene ristampato dopo cent’anni, è soprattutto per una ragione stilistica, per la sua capacità di passare dal comico all’atroce dentro la stessa frase, senza segnalare il cambio di corsia. In questi racconti Ray scaglia fulmini a gran velocità, giocando sull’accumulo, e non prepara il colpo con l’architettura meditata di M.R. James o con l’erudizione di Lovecraft, ragione per cui alcune intuizioni vanno a segno e restano nella memoria, mentre altre scivolano presto nel dimenticatoio (Tra un bicchiere e l’altro, per esempio).

 

Jean-Baptiste Baronian, che curò l’edizione delle opere di Ray e fu probabilmente il suo lettore più attento, scrisse che Ray non era il migliore né il più originale tra gli autori del fantastico, ma è stato certamente uno dei più singolari. In questi racconti ho apprezzato le conclusioni caustiche di alcune storie (Il coccodrillo); i passaggi testuali repentini che dichiarano di rinunciare alle descrizioni per la fretta e la contingenza del momento; le metafore, le similitudini o le analogie che sostituiscono il ruolo delle sentenze e si inseriscono nelle frasi come marchi che incidono la pagina nella memoria (penso a passaggi come «le loro parole scivolavano verso di me come serpi lungo gli ombrinali»; «[una nuvola] somigliava in modo atroce a un teschio trafitto da due occhi di ottone liquido»; etc.). Pur continuando personalmente a preferire un altro belga a lui, ovvero Gérard Prévot, riconosco la peculiare tessitura di molte sue storie, a partire dal romanzo Malpertuis, e ritengo che la sua produzione andrebbe valutata tutta insieme per comprenderne a pieno l’eredità.

Eviterei quindi di consigliare questo libro come prima lettura di Ray, perché rischierebbe di essere fuorviante e di precludere la lettura di Malpertuis; è invece un’opera ricca di spunti di riflessione per chi vuole approfondire lo sviluppo della sua scrittura e dei suoi temi. Qui la sua narrativa ha avuto inizio, in una serie di storie che, per stare in piedi, si reggono su uno degli alibi a più buon mercato, un whisky che di certo non può vantare i suoi tre anni canonici in una botte, ma che rende bene al proprietario del liminale bar noto come “L’Angolo Incantato”.

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