Un libro sulle età delle crisi
Neanche Pazienza e altri racconti di Lorenzo Mucci
è un libro edito da Marco Del Bucchia Editore nel 2020; otto storie su persone
comuni che nella vita avrebbero forse meritato maggiore fortuna.
Posto che il nome del titolo faccia
riferimento ad Andrea Pazienza, vorrei scrivere di questo libro giocando con le
parole. Perché la “pazienza” di quel cognome è anche una virtù che presuppone
che il tempo lavori per te, che il turno prima o poi arrivi, che il sacrificio
di oggi sia un investimento e non una perdita (nemmeno garantita). E invece la
pazienza, quando tirata troppo per le lunghe, rischia di trasformarsi in rassegnazione,
o in delusione. La “P” maiuscola però ci conduce anche al noto fumettista; è
l’ultimo racconto della raccolta a fornire il titolo al libro, per quanto sia
stato il primo a essere scritto, quando l’Autore si trovava nella Bologna degli
anni Ottanta, tra gli studenti del DAMS abituati a mescolare arte e vita fino a
confondersi con i personaggi delle storie che leggevano.
Gli altri sette racconti abbracciano ciò
che è venuto dopo, nel corso di una crisi economica che non è mai del tutto
finita e che ha messo in difficoltà non solo i derelitti della società – che in
difficoltà ci erano già – ma anche coloro che “stavano nel mezzo”. I personaggi
hanno spesso un lavoro, delle opinioni talvolta consapevoli altre volte
ripetute a pappagallo; hanno una vita che da fuori sembra normale. Ciò che gli
manca è la prospettiva di un futuro somigliante a quello che si erano figurati.
Le loro catastrofi ed epifanie non hanno nulla di spettacolare; sono una lenta
scoperta di come la realtà abbia preso il sopravvento sull’immaginazione, e che
il momento preciso in cui questo è avvenuto sia andato perduto per sempre.
La precarietà è qui prima di tutto una
forma del tempo, anziché una condizione economica. La passeggiata e Ti
amo, terrone raccontano una medesima cosa da due lati opposti: nel primo ci
si sposta sempre più lontano per continuare a lavorare; nel secondo ci si
sposta per amore, ma l’esito è analogo, poiché si finisce per essere stranieri
in ogni dove, con un’esistenza stravolta abbastanza volte da non riuscire più a
prendere una forma. Ci sono poi personaggi che non riescono a risparmiare denaro,
che non hanno una casa, un legame stabile o un luogo nel quale rifugiarsi. Il
tutto si traduce in esistenze episodiche e circolari che non prendono mai
davvero forma compiuta e si smarriscono in un’ossessione o in una dipendenza. In
Freelance, il meccanismo si vede meglio che altrove: l’assenza di
entrate economiche stabili si traduce in piccole compensazioni che non ci si
può permettere; alcool e sigarette tamponano una giornata storta e provano a
nascondere una depressione latente. È un testo che è l’emblema di come la
privazione fabbrichi i comportamenti.
E c’è Dal fotografo, dove troviamo
un uomo che vorrebbe fare un mestiere da artigiano, ma in un’epoca che non gli
permette di replicare il benessere che era stato del padre. Osserviamo così la
“sintomatologia” della prima generazione destinata a stare peggio della
precedente, e che cosa questo fa al carattere di una persona, perché il
fotografo si radicalizza assorbendo slogan populisti, precipitando in un lieve
e inesorabile baratro. Ho voluto leggere la cornice esposta nell’ultima pagina
come il necrologio dell’uomo stesso, in mezzo a incomprensioni e a un appello
all’empatia che forse per orgoglio non ha mai voluto esprimere.
Forse non è un caso che questo primo racconto
e l’ultimo parlino di qualcosa di simile, benché in due epoche diverse.
All’inizio un mestiere d’arte svalutato dal presente; alla fine una sorta di
apprendistato in àmbito artistico, tra avanguardia e sperimentazione, nell’idea
giovanile che si potesse davvero vivere così. Il libro è tenuto insieme da
quelle due parentesi, e la tesi che ci passa in mezzo è che a essersi
impoverito sia il valore che diamo al fare le cose insieme, con il giusto tempo
e con le nostre mani.
C’è anche un altro piano in questo libro,
per esempio in Libertà, racconto in cui la paura della malattia e della
morte si traducono nella difficoltà a trovare un appiglio in un ideale, in
un’occupazione quotidiana o in altro. Il protagonista si avvicina allora alla
spiritualità, con un sospetto mai del tutto dichiarato ma percepibile, sebbene
anche quell’appiglio sembri destinato a sbriciolarsi. In Lì dei pini troviamo
invece un padre che trascorre un’estate con il figlio cercando di reggere all’urto
di un matrimonio finito malamente, sullo sfondo della vecchiaia in solitudine
(rappresentata da alcuni vicini) e di un sostegno che nell’altro sembra essere
sempre così fragile e impraticabile.
Non tutto funziona allo stesso modo. Claudia,
Elena, Frances resta impigliato in un intreccio che non mette a fuoco quello
che sembra essere il suo tema, ovvero la difficoltà delle relazioni e come
queste varino le loro caratteristiche anche sulla base di involute alchimie che
avvicinano o allontanano.
In generale, a prevalere in questi racconti è la prima persona singolare. Non di rado la voce narrante si traduce in apparenti monologhi, il cui pregio è di essere descrittivi e di saper evitare l’autocommiserazione dei personaggi. Curioso poi trovare sette racconti ambientati nell’Italia della crisi, o nelle età della crisi, mentre in fondo vi è un salto all’indietro, con il personaggio istrionico di Venceslao, la cui originalità finisce a sua volta invischiata nelle maglie della realtà e si trasforma in un tentativo di restare a galla dentro a una marea di mediocrità e di necessità che sale. È quasi un memoir in forma di lettera a un amico, un tributo sincero che fa sentire partecipe anche il lettore esterno a quel sentimento.

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