Non è stato facile conquistare l'ultima pagina

 


Il volto verde di Gustav Meyrink si apre in un negozio di scherzi. Fortunat Hauberrisser è un ingegnere austriaco che da tre settimane, e senza uno scopo preciso, si trova ad Amsterdam; entra nella bottega delle meraviglie di Chidher Grun e vi trova diverse bizzarrie, più o meno spiegabili. Vi trova anche alcuni libri, nonché un professore e uno zulù che confabulano in fondo a una stanza. Hauberrisser si assopisce come ipnotizzato e si sveglia convinto di aver ricevuto una rivelazione; gli si avvicina così il proprietario, un ebreo dalla pelle verde oliva che, quasi leggendogli nel pensiero, gli dice che non si impara l’essenza della magia senza saper riconoscere una bottega delle meraviglie o un libro della vita. Aggiunge poi di essere sulla terra da sempre.

In questo breve spazio si condensa l’essenza del romanzo, ovvero la paccottiglia esotericizzante e la truffa ben mascherata, all’interno delle quali si possono trovare tuttavia cose vere.

 

La satira dell’esoterismo da salotto è figurata da Meyrink nelle copertine sontuose dei volumi, che si mostrano poi prive di contenuto. È l’editoria occultista di ogni epoca, che Meyrink conosceva dall’interno, curando anche collane legate alla magia. Ma l’Autore credeva pure che in tale massa inconsistente (e talvolta pericolosa) si celasse qualcosa di autentico e che bisognasse stare attenti a tre possibili forme di fallimento.

La prima specie riguarda il truffatore di professione, che fa commercio dell’occulto in genere attraverso un negozio; un ciarlatano che vende trucchi e che cura un’estetica dell’occulto del tutto materialistica.

La seconda coinvolge i borghesi della Amsterdam del dopoguerra, un’arena internazionale di istinti selvaggi e confusi (come viene definita nel romanzo), dove si collezionano dottrine come se fossero porcellane; gente che ha letto di tutto, frequenta i circoli giusti e sa distinguere una scuola dall’altra, pur non avendo mai realmente praticato una via.

La terza specie è però la più pericolosa e riguarda il personaggio di Klinkherbogk (sta per seguire uno spoiler), un ciabattino che prende la via mistica alla lettera, senza maestro e senza preparazione, e impazzisce uccidendo la nipote in un’allucinazione e finendo ammazzato a sua volta. È la pagina più nera del romanzo e il suo cuore morale, perché Meyrink asserisce che la via sia aperta e reale, ma che se non sei attrezzato per reggerla ti distrugge senza che nessuno venga a raccoglierti. È, in definitiva, la distinzione tra l’occulto e l’esoterico e, all’interno di quest’ultimo, tra la dottrina tradizionale e le nuove ondate spiritiste e spiritualiste (dalla teosofia alla mindfulness) che mescolano le dottrine senza aver ricevuto un’iniziazione di alcun genere.

 

In tutto ciò, il romanzo deride queste forme spurie per circa duecento pagine, fino a quando Hauberrisser entra in possesso di un manoscritto. Non un grimorio che prometta poteri, bensì un testo che per prima cosa lo mette in guardia contro le false immagini dell’altra realtà, cioè le visioni e i fenomeni che un lettore dell’occulto si aspetterebbe. Le apparizioni sono infatti la trappola, e dentro il manoscritto c’è invece un “esercizio di immobilità” descritto passo per passo, che parte dal presupposto di mostrare curiosità e “giocoso interesse” in questa pratica quotidiana, fino a quando in effetti essa porta a un cambiamento inaspettato. In questo senso, la figura di Sephardi, lo studioso ebreo, serve a respingere la consolazione religiosa ordinaria; lo scopo non è sopravvivere alla morte, è diventare da vivi qualcosa che la morte non possa disfare: è il corpo trasmutato alchemico-rosacrociano e non l’idea cristiana dell’anima salvata.

Viene posta così al centro la figura di Chidher, Al-Khidr il Verde, la guida di Mosè nella sura XVIII, l’immortale sotto i cui piedi rinverdisce la terra. Meyrink lo sovrappone all’Ebreo Errante, la stessa figura ma dal valore rovesciato; quella che in Occidente è considerata una maledizione e che in Oriente è una forma di iniziazione. Riconosciuto ciò, il primo ostacolo che si palesa è il proprio io; il manoscritto avverte che sulla strada del risveglio il primo nemico è il corpo, in una lotta quotidiana con se stessi. Nemmeno il mondo ci aiuta, poiché ciò che vediamo è solo l’effetto del regno delle cause vere, il quale resta celato. Chi cerca lo stesso risultato agendo sui fatti è a sua volta soltanto un’ombra che combatte con altre ombre; impiega la magia “bassa” e rimane imbrigliato nell’illusione.

 

L’aspetto interessante di questo piccolo manuale romanzato dell’esoterista è che l’operazione di Meyrink non possa essere liquidata come pittoresco letterario. L’Autore era figlio illegittimo di un barone e di un’attrice e faceva l’impiegato di banca a Praga, detestando quel lavoro. A ventiquattro anni tentò il suicidio, e nel suo racconto la mano gli si fermò perché qualcuno infilò sotto alla porta un opuscolo sulla vita dopo la morte. Entrò in una loggia teosofica, finì due mesi in carcere per irregolarità finanziarie e la carriera bancaria si concluse. Per il resto dell’esistenza praticò yoga, ogni giorno, pur riconoscendo che quella pratica gli avesse portato anche guai fisici. Quando nel 1916 Meyrink pubblicò Il volto verde, l’idea secondo cui l’essere umano comune vivesse addormentato e dovesse compiere un lavoro deliberato per svegliarsi era già nell’aria da tempo e la Quarta Via di Gurdjieff, che è successiva, avrebbe in qualche modo consolidato quel principio in un pubblico più ampio.

Mi preme comunque non ignorare in queste righe la figura di Usibepu, lo stregone zulù che incarna una magia “bassa”, sessuale e istintiva, che viene contrapposta alla via alta dello spirito europeo. Questa gerarchia spirituale propria del romanzo appartiene all’antropologia della sua epoca, nonché a molte convinzioni esoteriche diffuse almeno dalla seconda metà dell’Ottocento e che trovarono una spregiudicata conferma nel nazismo esoterico (dal quale – è bene precisare – Meyrink rimase distante, tanto da essere bersagliato dai nazionalisti tedeschi per la sua vena satirica). Se è vero che la figura di Usibepu è contornata da particolari apertamente razzisti, è altrettanto vero che Meyrink opera sui personaggi di Sephardi e di Lazarre Eidotter una scelta contraria a quella che ci si aspetterebbe da uno scrittore di quell’area geografica in quegli anni. I due personaggi sono tra i più autorevoli del libro e la leggenda dell’Ebreo Errante è usata in senso rovesciato rispetto alla sua origine antisemita.

 

In termini prettamente letterari, il romanzo è claudicante, nel senso che si risolve in una collana di episodi che si snodano intorno a un filo dottrinale. Gli ultimi capitoli inanellano una serie di massime sospendendo la trama, che riprende soltanto nel finale con la scena dell’uragano che appare più un espediente per concludere l’opera anziché una necessità narrativa. Anche il personaggio di Eva, l’unica figura femminile degna di nota, si risolve in una tappa del percorso iniziatico del protagonista e non vive mai di vita propria, di una sua psicologia che non sia in funzione della dottrina. Se qui le citazioni spirituali prendono il sopravvento a valanga, trasformando la narrazione in trattato, è solo ne Il Golem che Meyrink riesce a elaborare un romanzo valido in quanto tale.

A conclusione, ci tengo a raccontare la storia editoriale del libro nel nostro Paese. Meyrink è arrivato da noi quasi interamente attraverso un solo canale: Julius Evola ha tradotto e presentato La notte di Valpurga, Il domenicano bianco e L’angelo della finestra d’Occidente. Nel 1931 esce per Bemporad La faccia verde, tradotto da Mario Benzi, poi per decenni l’opera circola soprattutto grazie alle Edizioni di Ar, la casa editrice di Franco Freda, che vede anche una nuova traduzione del 1997 a firma dello stesso Freda. Solo nel 2000 Adelphi lo pubblica nella traduzione di Paola Galimberti e Dora Sassi.

Ma in termini di storia della ricezione, per settant’anni in Italia il testo è appartenuto a una certa area politica e culturale, venendo letto come dottrina da ricevere invece che come romanzo da criticare (esattamente ciò che il libro stesso prende in giro). Da questo punto di vista, l’edizione Adelphi ha (in parte) aperto l’opera a un pubblico più vario e le parole ironiche di Borges in quarta di copertina, il quale scrisse che Meyrink si dedicò allo studio confuso delle scienze occulte, sono il giusto contrappeso a anni di eccessiva reverenza. A mio avviso, recuperate Il volto verde in questa edizione, ma non prima di aver letto Il Golem.

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