Una distopia letteraria ungherese

 


C’è una data chiave per cominciare a parlare di questo libro, il 1970, anno in cui il neurochirurgo americano Robert White porta a termine il primo trapianto di testa della storia, innestando il capo di una scimmia sul corpo di un’altra. Il giorno dopo qualcuno fotografa l’animale, trovandolo sveglio, con occhi spalancati e stupiti che guardano il mondo da un corpo incapace di obbedirgli. Il dottor Kreutzer, lo psichiatra al centro del romanzo, conserva quell’immagine incorniciata fin dai tempi del liceo, leggendovi l’attimo in cui una coscienza torna in sé e scopre la propria impotenza. Questa idea si fa metafora e attraversa l’intera opera; gli abitanti del paese senza nome in cui la vicenda si svolge sono esattamente questo, ovvero persone sveglie ma impotenti, cucite a un corpo sociale che qualcun altro ha assemblato per loro.

Krisztina Toth, nata a Budapest nel 1967, è una delle voci maggiori della letteratura ungherese contemporanea, una poetessa prima che narratrice, e ciò si ritrova anche nelle pagine di questo libro, per esempio nella combinazione dei titoli di ciascun capitolo. Traduttrice dal francese, Toth è autrice di una quarantina di titoli tra versi, prosa e libri per l’infanzia. Gli occhi della scimmia, uscito in Ungheria nel 2022, è stato il libro di narrativa più venduto dell’anno nel suo paese, raccogliendo premi e consenso. In Italia è arrivato nel 2025 grazie a Voland, con la traduzione di Mariarosaria Sciglitano.

 

Vengo così allo scenario: un paese sinistro, privo di nome e di coordinate temporali, uscito da una guerra civile devastante che ha lasciato odio e macerie, oltre che un ordine nuovo. La società è tagliata in due, tra i benestanti filogovernativi, chiusi in quartieri protetti (dai poveri, confinati in zone ai limiti della sopravvivenza), e tutti gli altri. Ogni conversazione viene registrata, trascritta, interpretata e archiviata da funzionari specializzati; la propaganda è martellante e non c’è, in tutto il romanzo, un solo accenno a tumulti o insurrezioni. Regna un’apparente quanto spaventosa armonia. La scelta di Toth è in controtendenza rispetto al sottogenere, poiché racconta di una dittatura che c’è, ma non si vede. Non vi sono parate, o plotoni di esecuzione, ma tutto è regolato dalla burocrazia.

Su questo sfondo si intrecciano almeno tre fili. Giselle, professoressa di storia alla Nuova Università, viene pedinata per settimane da un giovane sconosciuto; sull’orlo del crollo nervoso, si affida alle cure del dottor Kreutzer, e la terapia la costringe a scendere negli scantinati della propria storia familiare. Kreutzer, dal canto suo, ha un’esistenza che oscilla tra l’eredità della madre appena scomparsa e un matrimonio finito, e la relazione che instaura con la paziente si rivela presto per ciò che è, ovvero un abuso da parte di un professionista all’apparenza impeccabile e che è in realtà un manipolatore seriale, un erotomane con protezioni molto in alto. Il terzo filo riguarda Albert, un ragazzo convinto di avere finalmente ritrovato la madre perduta, e la sua compagna Bianka. Si tratta di vite che si sfiorano appena, ed è in quei contatti obliqui che si costruisce la tessitura segreta del libro.

 

La mossa più intrigante del romanzo è la simmetria tra lo Stato e lo studio dello psichiatra. Il regime registra e archivia le parole dei cittadini per riscrivere il passato collettivo, rendendolo inservibile, mentre Kreutzer scava nel passato dei suoi pazienti per possederli. La memoria – pubblica e privata – è il vero campo di battaglia, poiché chi custodisce una storia personale tiene in pugno quell’individuo. La terapia, che dovrebbe essere il luogo per eccellenza della parola libera, diventa così lo specchio in miniatura della sorveglianza di massa, e il lettore comprende che il totalitarismo immaginato da Toth non ha nemmeno bisogno di microfoni o microchip perché ha già colonizzato gli spazi più riservati e intimi.

Vi è poi lo sguardo, presente fin nel titolo. Essere seguiti, seguire; osservare, essere osservati: gli occhi della scimmia, quelli dei funzionari che leggono le trascrizioni e quelli dei lettori. Toth muta di continuo il punto di vista, con transizioni rapide e senza preavviso, costringendo chi legge a indossare panni scomodi (la vittima, il carnefice, il delatore, l’indifferente). È una scelta che priva il lettore del privilegio dell’osservatore esterno e lo costringe a fare i conti con le questioni etiche sollevate dal testo. Il tono è quello di una distopia dal gusto poliziesco, percorsa da un umorismo grottesco di scuola mitteleuropea, più vicino a Orkeny che a Orwell. Non troverete spiegoni legati al worldbuilding, poiché il mondo si deduce dai gesti, dalle reticenze e dai dettagli amministrativi; da ciò che i personaggi danno per scontato e che quindi non sono più capaci di riconoscere. Per il grado di rassegnazione può ricordare l’Ishiguro di Non lasciarmi.

 

È facile, leggendo, pensare all’Ungheria degli ultimi quindici anni, con le università commissariate, la stampa addomesticata e i poveri trasformati in colpevoli della propria povertà. Tuttavia il paese in questo romanzo resta senza nome; è una rivendicazione di universalità, un memento su come il crepuscolo delle democrazie si assomigli ovunque e produca lo stesso clima morale, fatto di compromessi e di piccole viltà quotidiane che uccidono gli eroismi. Il libro non risparmia nulla (stupri, suicidi, abbandoni), ma senza compiacimento, perché la violenza resta quasi sempre fuori campo.

Un punto a sfavore riguarda, a mio avviso, la coralità frammentata che chiede al lettore un credito di attenzione, nonché l’eccessivo soffermarsi sui dettagli più minuti. In genere mi nutro di questo genere di narrativa “confusa” o iper-dettagliata (utilizzo questi termini per semplicità), ma in alcuni passaggi il romanzo risulta un poco lento e gratuito. Alcuni snodi restano volutamente opachi, certi fili si riannodano solo a distanza di cento pagine, mentre altri rimangono sciolti, ma dopotutto questa sensazione di non avere mai il quadro intero a portata di mano fa parte del messaggio complessivo dell’opera stessa, di quella trama di relazioni e di complotti che si nasconde tra le righe e le parole in grassetto.

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