Un volume sulla grafica spaziale sovietica
Molti bambini sovietici crebbero in una
casa dove si trovavano, impilate o rilegate, le vecchie annate di riviste come Tekhnika
Molodezhi (“Tecnologia della gioventù”) o Znanie – Sila (“Sapere è
potenza”), oggetti domestici per non specialisti, letti e sfogliati in ogni
famiglia, che mescolavano la divulgazione scientifica alla fantascienza
illustrata. È da questo archivio, nato dalle soffitte di collezionisti privati
che negli anni hanno donato i propri fondi al Moscow Design Museum, che
Sankova, fondatrice e direttrice del museo, ha ricavato le oltre
duecentocinquanta illustrazioni del volume pubblicato da Phaidon nel 2020.
La materia è organizzata in quattro
sezioni tematiche che esulano dall’ordine cronologico e si suddividono per
macrotemi. La prima, “Space Exploration”, raccoglie le immagini prodotte prima
ancora che lo spazio fosse davvero raggiungibile; la seconda, “Cosmic Pioneers”,
arriva ai cosmonauti e all’attività umana in orbita; la terza, “Future
Visions”, immagina il destino a lungo termine della vita nello spazio e sulla
Terra trasformata dalla tecnologia spaziale; la quarta, “Alternative Worlds”,
mostra la vita su altri pianeti, sotto la crosta terrestre e negli abissi
oceanici.
La prima sezione è forse la più
interessante per chi conosce la storia della cosmonautica: l’iconografia
spaziale sovietica comincia ben prima del successo dello Sputnik nel 1957 e
affonda le radici negli anni Venti, subito dopo la rivoluzione, quando
l’ingegnere e filosofo Konstantin Ciolkovskij (deriso in vita come un
eccentrico visionario, poi eletto a padre fondatore dell’astronautica
sovietica) poneva già le basi teoriche del volo spaziale, e gli artisti
dell’avanguardia russa ne raccoglievano per primi le suggestioni figurative. Lo
spazio, insomma, era già negli interessi di artisti e scienziati da un
trentennio buono prima che diventasse propaganda di Stato: il libro, in questo
senso, restituisce profondità storica a un immaginario che il senso comune
occidentale tende ad appiattire al solo periodo della guerra fredda.
A ogni modo, quando emerge la propaganda, essa
sostituisce l’iconografia religiosa (di cui comunque gli artisti sovietici
ereditano la grammatica visiva) con un nuovo pantheon laico di cosmonauti,
scienziati e persino cani da laboratorio. E tra queste opere vi sono dipinti
realizzati “in presa diretta” dai diretti interessati, come quelle di Aleksej
Leonov, il primo uomo a compiere una passeggiata spaziale, nel 1965, e a essere
insieme un pittore di formazione, capace di restituire un’esperienza che nessun
illustratore da terra avrebbe potuto immaginare con altrettanta autenticità.
Il libro è ricco di passaggi dalla
propaganda alle immagini di vita quotidiana; si trattava di un’estetica cosmica
che aveva colonizzato le case: l’industria tessile che stampava tovaglie e
vestiti a motivi di stelle e razzi, quella del mobile che produceva sgabelli a
tre gambe a forma di satellite, i bambini che giocavano con veicoli fuoristrada
lunari e bambole-cosmonauta. Meno indagato, e qui sta forse l’unico limite
reale del volume, è il rovescio della medaglia, ovvero quanto di questa
produzione fosse effettivamente sentita dal pubblico con genuino entusiasmo e
quanto fosse invece semplice assuefazione a un’estetica di stato onnipresente,
senza vie di fuga percettive. È una domanda che il libro, curato più da una
prospettiva di storia del design e della grafica che da una prospettiva
storico-politica, lascia sullo sfondo. Il testo lascia spazio alle
illustrazioni e non si concede un’interpretazione sistematica, ma d’altra parte
l’operazione editoriale è pensata più come un atto di recupero archivistico che
come un saggio critico.
Sfogliare queste pagine oggi che la corsa allo spazio è tornata a essere cronaca quotidiana, anche sotto le bandiere dei privati, fa riflettere su quanto la fantasia della grafica sovietica (ma in quel periodo anche quella statunitense produceva opere analoghe) fosse più ambiziosa, o forse ingenua rispetto al nostro presente, poiché immaginava serre orbitali e non soltanto turismo suborbitale, mondi alternativi che andavano al di là delle colonie minerarie.

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