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L’arte quotidiana. Rapporto tra immagine social e realtà

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Éduard Manet, Olympia (1863) Rispetto ai consueti articoli di questo blog, in questo caso sarò più breve, diretto e – in certa misura – sentimentale. Da cui (chi mi segue regolarmente lo avrà già notato) l’uso della prima persona. Tutto è nato settimane addietro, quando di fronte all’ennesimo fenomeno naturale degno di nota, presi lo smartphone per fare una storia. Ero di fronte a un bel campo verdeggiante, con l’erba ad un’altezza medio-bassa, costituita da fili verdi sottili radunati in ciuffi rigogliosi. Intorno a me nessuna persona, nessuna abitazione. Sullo sfondo, in lontananza, alcune case di campagna molto uguali tra loro, con sincere pareti bianche e una canna fumaria segnalata all’esterno da una pittura di diverso colore, terra di Siena. A rendere quel campo più suggestivo del solito era il vento, agente esterno, imprevisto ma non imprevedibile, che con forza posava la sua mano sulla distesa verde, che in modo lento e uniforme si adagiava sul fianco. A coronare il t...

La percezione della realtà. Dietro le apparenze di uno spazio globale

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In questo articolo parlerò di alcune opere di quattro artisti contemporanei, per discutere della linea sottile che nella società separa ciò che è manifesto da ciò che è dissimulato. Ma l’analisi si estenderà oltre l’àmbito sociale e parlerà di come sia possibile una conoscenza dello spazio di tipo verticale, che vada oltre il contingente e abbia un significato simbolico più esteso. Le quattro opere sono quindi state ordinate in modo tale da passare dalla realtà sociale alla realtà dell’intelletto. L'opera di J. Wall Partiamo da Jeff Wall e dalla sua Dead Troops Talk (a vision after an ambush of a Red Army Patrol, near Moqor, Afghanistan, winter 1986) del 1992. Si tratta di una fotografia, strumento utilizzato in questo caso quale mezzo di finzione: l’allestimento del set rappresentato richiese un anno e coinvolse esperti di effetti speciali, truccatori, costumisti e via discorrendo. L’immagine finale è frutto di un montaggio digitale, costituito da fotografie separate. ...

Sul significato del tempo e della memoria

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Il passato è innanzitutto una dimensione del tempo. Solitamente, la prima intuizione della profondità temporale giunge come una fulminazione, che ci evidenzia l’inevitabilità della morte. A questa consapevolezza si aggiunge spesso l’angoscia, legata alla precarietà di ogni esistenza. Il pensiero dello scorrere del tempo si lega quasi sempre a un sentimento, poiché noi umani tendiamo sempre a creare un rapporto emozionale tanto con le altre persone quanto con determinate circostanze, persino con oggetti e pensieri. E questo legame viene consolidato dalla memoria, che è la nostra coscienza delle cose passate. Italo Sve vo disse che  « le lacrime non sono espresse dal dolore, ma dalla sua storia » . Storia e memoria sono il simbolo del sentimento che noi proviamo verso ciò che è passato, sia come individui, che come comunità. Infatti, è proprio quando ci rendiamo conto della precarietà di ogni esperienza di vita, che nasce in noi lo stimolo ad indagare qu...

Racconto. Le mie vite future

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Cerco un’immagine di futuro che sia da film. E non mi basta. Ogni volta che accendo l’OPSIS vengo proiettato in un futuro che è ragionevolmente possibile, ma che non mi appaga mai. Forse perché, da quando la rete è diventata la nostra realtà ipotetica, non riusciamo più ad accettare la realtà concreta. Sin dall’era dei primi dispositivi fotografici, dell’alta definizione, abbiamo abituato i nostri sensi ad andare ben oltre la perfezione della natura, ben oltre noi stessi. Ed ogni volta che utilizziamo l’OPSIS per vivere la nostra ennesima esistenza non ci rendiamo conto di nulla. Almeno finché non usciamo di casa e ci troviamo di fronte a quegli orribili colori sbiaditi. Dove abito io, ogni giorno, verso le dieci del mattino, si materializza l’autostrada che da Nouv-Lyon porta al cratere Mandel’shtam. La chiamano “la cicatrice”, un termine che indicava il segno che rimaneva sulla pelle dopo aver subìto alcuni t...