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Emil Ferris e l'esercizio di stile dei suoi amati mostri

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  Ho letto di recente il primo libro de La mia cosa preferita sono i mostri  (Bao, 2018) di Emil Ferris: è uno di quei casi in cui mi sono lasciato incuriosire dai suggerimenti del bookstagram. Qualcosa, però, non mi ha convinto. La graphic novel di Ferris sfida i limiti del medium, trasformando l’esperienza visiva del lettore e implementandone, se possibile, la capacità immersiva. Il libro si presenta come il diario illustrato di Karen Reyes, una ragazzina di dieci anni che si raffigura come un piccolo lupo mannaro. I generi si mescolano, tra noir, pulp, storico e, ovviamente, horror. L’intreccio si muove tra l’inchiesta di un omicidio e la scoperta della propria identità da parte della protagonista.   Visivamente, credo che nessuno possa permettersi di eccepire alcunché. Le pagine sono realizzate a penna e riproducono l’illusione di un quaderno a righe in cui si accumulano schizzi, ritratti e pagine di diario che sfuggono alle tradizionali vignette del fumetto. Il...