Una storia che ne contiene altre mille. "Ragni di Marte" di Guillem López
Il modo in cui Guillem López affronta il
dolore in Ragni di Marte (Eris, 2022) è sicuramente peculiare. Il lutto
che coinvolge una coppia, alla quale muore un figlio, viene trasformato in una
forza fisica capace di distorcere la trama spazio-temporale. L’elemento
fantascientifico introdotto dall’Autore è più di un espediente per identificare
l’opera con un genere e funge da strumento per interpretare un fenomeno
altrimenti irrazionale.
Il romanzo si muove sul confine sottile
tra la decomposizione psicologica dei protagonisti e la disgregazione della
realtà stessa. Per Hanne e Arnau, la perdita del figlio Joan è un evento
traumatico che rompe una diga metaforica che teneva insieme la coerenza del
mondo. López non fa altro che descrivere questa deriva: mentre Hanne scivola in
una forma di percezione frammentata, il lettore viene trascinato con lei in una
spirale dove i ricordi mutano, i volti si cancellano e la cronologia si spezza.
Eventi della giovinezza della donna si inframmezzano ai ricordi del figlio, una
figura sempre più evanescente, che più ci viene mostrata più diventa
implausibile, tanto da spingerci a chiederci quando e se egli sia realmente
scomparso, e se si sia trattato di vera morte.
L’opera ha un approccio originale al tema
attraverso concetti come l’entropia, i buchi neri e i paradossi fisici; tutti
elementi che rispecchiano un vuoto interiore proprio di Hanne, ma anche del più
silenzioso e sfuggente Arnau. Sembra che López voglia suggerire che la realtà
sia solo una sottile striscia di consenso che crolla nel momento in cui la
sofferenza diventa intollerabile. In questo senso, gli elementi weird, con le
suggestioni di un’invasione di ragni marziani e di ombre che osservano
dall’oscurità, sono vere e proprie proiezioni di una mente che cerca di dare un
senso geometrico a un dolore che le sfugge di mano. La narrazione è
claustrofobica, ricorrente nei suoi motivi, fino quasi allo sfinimento, a voler
ribadire come la nostra stabilità emotiva contribuisca a riscrivere gli eventi
che ci coinvolgono fino a ribaltarne la prospettiva.
L’edizione di Eris, tradotta da Francesca
Bianchi e impreziosita dalle illustrazioni di Sonny Partipilo, accentua il senso
di disagio e il disorientamento. Ciò che finisce nelle mani del lettore è
un’opera densa, che non offre una chiusura narrativa pulita, preferendo
rimanere nel territorio dell’incertezza con un’aspirazione al sublime
orrorifico. È una lettura che richiede pazienza e trasporto, che offre una
serie di immagini efficaci per rappresentare il baratro e l’angoscia,
mostrandoci come al di sotto della superficie del quotidiano si nasconda un
universo indifferente e pronto a sfaldarsi al primo soffio di tragedia.
López evita la trappola del patetismo
lineare suscitato dal tema del lutto per un figlio. La narrazione procede per
slittamenti infinitesimali: a ogni capitolo la realtà si deforma; la
depressione di Hanne è una ragnatela che intreccia ricordi, sogni e speranze,
mutando il tutto in una nuova configurazione che però non trova mai una sua
compiutezza. L’Autore gioca con il concetto di “quanti cerebrali”, ovvero con
l’idea che il cervello generi attivamente il mondo tramite infiniti collassi di
possibilità. In questo senso, l’elemento fantascientifico della storia è
profondamente mentale (mentale in senso oltre-psicologico). I “ragni” del
titolo, che richiamano formazioni geologiche marziane ma anche il concetto di
parassiti cerebrali, diventano metafora di un’entropia che divora la coerenza
biografica dei protagonisti, sfaldandone le identità.
Per certi versi, López impiega la tecnica
del “cadavere squisito”, in origine un gioco surrealista basato sul caso e
sulla creazione collettiva. Qui la tecnica viene usata come principio
strutturale della trama, costruendo una “narrazione quantistica” (ne parlo più
avanti) attraverso vari ingredienti. Innanzitutto, i capitoli sono trattati come
segmenti autonomi (come nel gioco surrealista, ogni partecipante aggiunge una
parte senza vedere le precedenti), e vi è una rottura della coerenza interna (López
“piega il foglio” e i personaggi si contraddicono, ma le diverse realtà si
sovrappongono anziché escludersi). Il risultato è l’unione degli opposti, appunto
il “cadavere squisito” che acquista senso solo nella sua interezza
caleidoscopica, priva di una gerarchia della verità.
Il libro è costellato di leitmotiv
simbolici: la foto di Alain Delon, i cavallucci marini, un romanzo pulp
intitolato proprio Ragni di Marte. Questi elementi fungono da boe di
salvataggio in un oceano di incertezza, ma finiscono anch’essi per tradire il
lettore, perché è lì che esso cerca il pezzo della cornice di un puzzle che in
realtà non presenta tutte le sue componenti. La prosa è colta e densa di
immagini visive che rifuggono i luoghi comuni dei generi a cui l’opera attinge.
L’orrore è puramente esistenziale, in una maniera simile al “lutto weird”
raccontato per esempio in Qui, altrove (Zona 42, 2024) di Matthieu
Simard, e scaturisce dal sospetto che la nostra identità sia mantenuta insieme
da un precario equilibrio chimico o da forze che agiscono in dimensioni a noi non
del tutto accessibili.
Sono sincero: Ragni di Marte è una
sfida che mette il lettore all’angolo e lo sovrasta con immagini respingenti.
Non è però soltanto questo: dietro c’è
tutto un discorso che riguarda la cosiddetta “fantascienza quantistica”, quel
sottogenere spesso intrecciato al New Weird in cui i concetti della meccanica
quantistica (sovrapposizione degli stati, entanglement, collasso della funzione
d’onda) diventano la struttura stessa della narrazione e della percezione dei
personaggi. In riferimento all’opera di López, tale approccio si manifesta
nella spirale di molteplici presenti vissuti da Hanne e che riflettono l’idea
degli stati paralleli dell’esistenza. Centrale è poi il tema di come il
cervello umano possa generare o far collassare la realtà: come in fisica l’atto
dell’osservazione determina lo stato di una particella, nel libro la psiche dei
personaggi modella il mondo circostante, rendendo indistinguibili i sogni dalla
realtà fisica. A differenza della fantascienza classica “hard”, qui non
troverete spiegazioni di questi concetti, poiché tutto viene mostrato
dall’Autore nei suoi effetti concreti, ovvero nell’indeterminatezza provocata
dal senso di smarrimento.
La fantascienza quantistica non è un blocco unico, ma un territorio che va dall’inquietudine psicologica di López al rigore matematico di Greg Egan (Quarantine), passando per la paranoia filosofica di Philip K. Dick (Ubik su tutti). Dick che non scriveva “fantascienza quantistica” nel senso moderno, ma ne è – come in tante altre cose – il padre spirituale. E allora ecco che Ragni di Marte si complica ulteriormente entrando in dialogo con altri universi letterari, per quanto mi abbia trascinato fino all’ultima pagina non concedendomi nemmeno un minuscolo riferimento (che andavo cercando ingenuamente!) ai ragni marziani di Ziggy Stardust.

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