Quanto può essere difficile affrontare un lutto?

 


Pubblicato in Italia da Zona 42 nella collana Caronte, curata da Luigi Musolino, e tradotto dal francese da Anna D’Elia e Jessy Simonini, Qui, altrove è un romanzo breve dai toni lynchiani.

Ici, ailleurs – questo il titolo originale – è uscito nel 2017 presso Editions Alto ed è stato segnalato al Prix France-Québec 2018; già tradotto in inglese con il titolo The Country Will Bring Us No Peace, quest’ultimo titolo ci suggerisce già l’essenza dell’opera.

 

La premessa è lineare: Simon e Marie lasciano la città e si trasferiscono in campagna per ricominciare dopo la perdita della figlia, inseguendo l’idea – tutta moderna – che cambiare scenario equivalga a cambiare vita. Il villaggio scelto, tuttavia, non corrisponde alla promessa pastorale, poiché gli abitanti li accolgono con sospetto e il luogo sembra “stinto”, come se qualcosa ne prosciugasse la vitalità. È alle prime pagine che mi è saltata alla mente un’immagine alla Twin Peaks spopolata, non per l’eccentrico in sé, ma per la sensazione di normalità ridotta a facciata. Per Simard, però, l’enigma non è gioco, bensì postura del dolore, e la tensione scaturisce dall’animo della coppia, da come si sentono e dalle loro azioni incerte e disperate.

La forza del libro sta nel modo in cui il tema del lutto e del ricordo viene incarnato nel tessuto di una relazione. Qui, altrove ci mostra una coppia che prova a restare tale mentre la memoria lavora in direzioni diverse, spesso incompatibili. La narrazione alterna le due voci e la struttura bifocale non serve a spiegare i personaggi, ma a far percepire lo scarto fra ciò che si dice per sopravvivere e ciò che si pensa quando si resta da soli con il proprio corpo. In questo senso la menzogna diventa quasi fisiologica, un qualcosa che erode giorno dopo giorno smontando i tentativi di ricostruire una nuova identità.

 

Il villaggio è un personaggio collettivo e non soltanto uno scenario, e ingloba i suoi pochi abitanti. Chi resta rimane con le sue mitologie domestiche e locali, con le storie di incidenti, rancori, silenzi e sparizioni. Ogni paese – dice il testo – produce queste vicende nere e spesso le produce per stabilire un confine invalicabile, dove le emozioni sono rigorosamente tenute al di fuori. È un mito in negativo, che sancisce tabù e non aiuta a vivere il reale.

Su questo sfondo troviamo un’antenna, un dispositivo che va oltre la sua funzione materiale, un centro che attira e separa, ridisegnando i confini sociali. È inoltre il meccanismo letterario con cui Simard tiene alta l’attenzione del lettore, organizzando intorno a essa un rumore di fondo che confonde volutamente. Ma quella del rumore di fondo vale più come una metafora. La storia è in realtà giocata sul silenzio (gli uccelli che tacciono, le strade vuote, il parco abbandonato) e su un ritmo scandito da frasi brevi e da un montaggio per inquadrature ravvicinate. Simard riesce così a ipnotizzare il lettore, a generare inquietudine e senso di attesa.

Qui, altrove è una novella perturbante che si gioca sull’assenza e agisce per sottrazione, fino a quando la realtà – privata dei suoni, della luce e delle creature – si ritira e scompare, almeno all’apparenza. Dopotutto, non è quando affrontiamo un lutto che vorremmo che il mondo cadesse insieme a noi?

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