Vi suggerisco una lettura indigesta
Cadavere squisito (2017, edito in
Italia nel 2024 da Eris con la traduzione di Francesca Signorello) è uno dei
libri più truci e memorabili che abbia mai letto, scritto dall’argentina Agustina
Bazterrica.
La trama parte da un’idea agghiacciante: a
causa di un misterioso virus che rende tossica ogni carne animale, l’umanità ha
attuato la “Transizione”, macellando tutti gli animali e legalizzando
l’allevamento e il consumo di carne umana. In breve, il cannibalismo diventa
istituzionalizzato e socialmente accettato come nuova norma. Bazterrica ci
trascina in questo incubo con incredibile lucidità e fin dalle prime pagine il
lettore intuisce che non troverà nulla di bello o confortante. Senza
indulgere in rivelazioni decisive sulla trama, voglio però raccontarvi meglio
questo libro che, a distanza di settimane, continua a tornarmi in mente.
Di fronte al virus animale, per
sopravvivere la società ha scelto la strada più aberrante, anziché convertirsi
a una dieta vegetale o sintetica. Viene naturale chiedersi che senso abbia
preferire il cannibalismo invece di cercare alternative alimentari meno
estreme, e questa domanda – inutile negarlo – aleggia tra le righe. D’altra
parte, nel romanzo vi è chi sospetta dei poteri forti per imporre un controllo
sociale e ridurre la sovrappopolazione. Il protagonista stesso dubita della
veridicità della versione ufficiale ed è convinto che tutto sia una messinscena
deliberata. In effetti, nonostante la propaganda sostenga che grazie alla
macellazione umana si siano risolti problemi globali (fame, eccedenza di
popolazione, crisi economiche), la realtà descritta è tutt’altro che utopica e
prevalgono disuguaglianza e brutalità.
I ricchi si nutrono dei poveri e degli
indebitati, mentre i Necrofagi – veri e propri “avvoltoi umani” ai margini
della società – si nutrono degli scarti dei macelli, in maniera tanto
aggressiva da rendere impossibile celebrare i funerali. Questo dettaglio dei
funerali negati è emblematico: nella società descritta non vi è più alcun
rispetto rituale per la morte o per la dignità umana, perché i corpi sono merce
preziosa e nessuno deve sottrarsi al ciclo produttivo. La morte non è più
sacra, ma solo ingranaggio nell’economia cannibale.
Va detto che uno scenario tanto estremo
richiede al lettore una certa sospensione dell’incredulità. È innegabile che,
nella realtà, un cambiamento etico-sociale di tale portata sarebbe
difficilmente immediato. Occorrerebbero forse decenni o secoli perché la
popolazione fosse del tutto assuefatta a questa idea, e anche allora
sopravvivrebbero istintivi moti di empatia e identificazione verso i propri
simili. La storia umana ci insegna che la disumanizzazione totale non avviene
dall’oggi al domani e non coinvolge una popolazione nella sua interezza: per
quanto le persone possano adattarsi a orrori indicibili e possano rifiutarsi di
vedere, esiste sempre una parte di società che si rifiuta di adeguarsi. Intendo
dire che lo standard non è tanto l’esperimento psicologico di Stanford (con il
suo discorso sull’assunzione rapida di ruoli violenti) quanto la manipolazione
e l’ignoranza complessiva in cui veniva tenuta la popolazione tedesca sotto al
nazismo.
Nel romanzo di Bazterrica, invece,
troviamo una società perlopiù rassegnata e complice, forse terrorizzata dalla
paura di una nuova carestia. La crudeltà viene normalizzata e l’omicidio
istituzionalizzato è di pubblico dominio. Qualunque voce fuori dal coro viene
sùbito zittita; non a caso, i pochi che non si adattano sono considerati folli
e rinchiusi, oppure ridotti a carne da macello come monito. Così il regime
cannibale mantiene un’apparente unanimità di consenso tramite la paura e
l’indottrinamento.
Uno degli aspetti più potenti del romanzo
è l’uso del linguaggio come strumento di deumanizzazione e controllo, elemento
che giustifica a pieno il pur inflazionato paragone con Orwell. Fin
dall’inizio, il governo vieta di chiamare le cose con il loro nome: i nuovi
animali da allevamento non possono essere chiamati “esseri umani”, perché ciò
implicherebbe riconoscerne l’identità e la dignità. Nel lessico ufficiale
vengono designati con termini tecnici e anodini: “capi”, “prodotti”, “carne
speciale”. Questa traslazione semantica serve a mascherare l’orrore dietro
parole rassicuranti e a spegnere il pensiero critico; se infatti la carne non
parla, diventa più facile trattarla come oggetto. Nel libro nessuno dice mai
“omicidio” o “cannibalismo”; si parla invece di lavorazione, macellazione e
trasformazione, termini freddi da industria alimentare. Le vittime vengono
processate secondo le procedure necessarie a rispondere alla domanda di
mercato. Non esiste uccisione, né violenza.
Questa manipolazione semantica normalizza
l’innominabile, restringendo il campo del dicibile e quindi perfino del
pensabile. È esattamente ciò che intendeva Orwell quando mostrava come il
controllo del linguaggio potesse ridurre la capacità di concepire pensieri
ribelli.
Bazterrica esplicita il parallelo
allegorico con la nostra realtà: il cannibalismo istituzionalizzato è una
metafora estrema del capitalismo contemporaneo, un sistema che già oggi,
secondo l’Autrice, ci insegna a naturalizzare la crudeltà e a vedere l’Altro
come oggetto da sfruttare. Nel romanzo, i corpi umani hanno puro valore
economico e funzionale in quanto merci; il profitto è anteposto alla vita.
Inevitabilmente, il libro ci costringe anche a guardare in faccia la violenza
normalizzata nella nostra civiltà, dai macelli industriali alle disuguaglianze
sociali che consentono la sopraffazione da parte dei più “forti”.
Un ulteriore livello di lettura proposta
dall’Autrice riguarda il patriarcato e la violenza di genere. Non è casuale che
a Marcos, il protagonista, venga regalata una donna destinata al macello.
Questa femmina di “Prima Generazione Pura” non ha nome né voce, ed è
chiaramente vista dai donatori come oggetto di piacere e di consumo. Bazterrica
ha spiegato che Jazmin, la donna-animale muta, simboleggia tutte le donne
silenziate del mondo, non solo quelle uccise, ma anche quelle a cui la società
nega voce e spazio. Il romanzo, dunque, possiede anche una decisa valenza
femminista, mostrando in modo brutale l’estrema oggettivazione del corpo
femminile. Togliendo alle vittime la possibilità di parlare o gridare, quel
silenzio forzato diviene la condizione necessaria affinché i predatori possano
dormire la notte.
Non è comunque un caso che il romanzo si
concentri su Marcos, il quale lavora nell’industria della carne umana. È un
personaggio complesso e tormentato: da un lato, è estremamente bravo nel suo
mestiere (è l’ingranaggio efficiente di un sistema disumano); dall’altro lato,
prova disgusto e colpa per ciò che fa, tanto da esserne logorato internamente.
La sua è un’esistenza in bilico, perché continua ad alimentare il sistema che
odia, forse perché non vede alternative, per necessità o per semplice pavidità.
L’Autrice ce lo presenta come un uomo chiuso nel proprio dolore, reduce da
tragedie personali che lo hanno reso apatico, quasi dissociato dalla realtà.
Bazterrica descrive con finezza i suoi
pensieri malinconici, rivolti a un passato ormai irrecuperabile. Questi
passaggi lo rendono un personaggio paradossale, poiché nell’epoca più disumana
è uno degli ultimi a provare rimpianto e empatia per il mondo com’era prima.
Marcos non ha ancora accettato l’orrore come normalità e sente che c’è qualcosa
di storto nel sistema. Questo disagio etico lo porta a comportamenti rischiosi
e persino da fuorilegge; tuttavia, la sua debolezza caratteriale non gli
permette di compiere azioni che non si risolvano comunque, in fin dei conti, a
produrre un guadagno per se stesso. E qui mi fermo, per non rovinare la
lettura.
Certo, Marcos compie un atto di
insubordinazione simbolica, dando un nome alla sua PGP. Così l’attribuzione di
quel “Jazmin” restituisce un’identità alla donna, e a ciò segue la nascita di
un rapporto complesso fatto di sguardi, piccoli gesti e tentativi di
comunicazione non verbale. Bazterrica ci mostra ogni minima crepa nell’armatura
emotiva di Marcos e come lettori siamo indotti a sperare in una scintilla di
ribellione, quantomeno interiore. Ma Marcos non è Winston Smith, non
esattamente, perché l’ambiente sociale l’ha corrotto molto più a fondo del
previsto.
Bazterrica opera una scelta scioccante
verso il finale, che può comprensibilmente dividere i lettori. Vi è chi infatti
potrebbe trovare coerente la conclusione e chi invece no, considerando
l’introspezione precedente del protagonista. Per quanto mi riguarda, il finale
– che vi invito a scoprire – mostra come i singoli individui non siano monoliti
fatti in bianco e nero, con soli pensieri buoni o cattivi che non entrano mai
in relazione tra loro. Solo in questo senso l’ho trovata una conclusione
coerente, pur avendo qualche riserva sulla logicità del gioco narrativo operato
dall’Autrice.
Quello che è certo è che le ultime pagine
gettano una luce disturbante su tutto il percorso del romanzo, costringendoci a
rivalutare le modalità infide con cui il male attraversa le nostre esistenze.
Una nota invece sullo stile. La prosa è
asciutta, quasi clinica, priva di indulgenze melodrammatiche, perfettamente
studiata per massimizzare l’impatto della storia. La narrazione avviene in
terza persona focalizzata su Marcos, mantenendo però un registro distaccato con
frasi brevi e taglienti, che elencano orrori quotidiani come fossero semplici
procedure di routine. Questa voce quasi monocorde nega al lettore ogni facile
sfogo emotivo e questi ne uscirà inevitabilmente frustrato, o arrabbiato. Fa
tutto parte del “gioco”, ovviamente. Questo tono medio accresce l’angoscia,
perché la calma apparente con cui vengono descritte le violenze rispecchia
l’assenza di empatia della società raccontata. Il lettore si ritrova a leggere
dell’estrazione di occhi o lingue umane con lo stesso tono con cui leggerebbe
un manuale tecnico.
Bazterrica evita lo splatter fine a se
stesso, o per ricercare il facile shock. Ogni dettaglio cruento ha una ragione
d’essere narrativa o tematica, e viene presentato con un taglio quasi
documentaristico. Talvolta la lettura potrebbe risultare emotivamente pesante,
o generare una certa ripetitività, ma ciò sembra far parte dell’intento
annichilatorio ricercato dall’Autrice. Un’altra espressione che mi viene in
mente per rendere l’idea di questo obiettivo è “anestesia emotiva”.
Un elemento importante è come questa prosa
severa mostri una certa finezza letteraria, con un uso efficace delle metafore,
un’ironia nerissima e quasi impercettibile, e l’impiego di paradossi.
Il titolo del romanzo, Cadavere
squisito, allude all’omonimo gioco surrealista, ma qui diventa una sinistra
descrizione letterale, dove ogni corpo è un cadavre exquis poiché
destinato a essere gustato. Questo humour nero sottile può ricordare
l’approccio di autori come Margaret Atwood o J.G. Ballard nel criticare la
società attraverso l’iperbole grottesca. Bazterrica ha un’analoga capacità di
controllo nella costruzione della tensione: ci si sente sempre in attesa che
qualcosa di tremendo accada (e quando accade, l’Autrice spesso non ce lo mostra
direttamente, aumentando l’effetto disturbante con l’ellissi).
In questa recensione ho cercato di non
dire troppo sulla trama e sui colpi di scena, ma spero di avervi convinti a
leggere il libro, che personalmente ho trovato tra i migliori letti negli
ultimi anni. Come si sarà compreso, non è un romanzo per tutti; la sua crudezza
può turbare nel profondo e le domande che solleva perseguitano il lettore molto
dopo aver chiuso il libro. Se è vero che è in questa sconvolgente onestà che
risiede il valore dell’opera, non mi sentirei di consigliarlo a chiunque. A mio
avviso non è una questione d’età o di idee politiche, ma di mera sensibilità
individuale. Pur essendo il primo promotore di una lettura che scomodi il
lettore e lo faccia uscire dalla sua zona sicura, esistono comunque romanzi
crudi ma meno impattanti (a meno che la terapia d’urto non sia quello che
cerchiate!).
A livello personale, questo romanzo ha avuto l’incidenza letteraria che ebbe, molti anni or sono in àmbito cinematografico, la visione di Cannibal Holocaust. Non definirei Cadavere squisito un libro “bello” nel senso tradizionale, ma un’opera ben congegnata, ben scritta ed efficace nello smuovere la coscienza.

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