La cancellazione culturale in un romanzo di Tlotlo Tsamaase

 


Romanzo breve, con alcuni elementi della prosa poetica, Silenziosa sfiorisce la pelle è un’opera della scrittrice botswana Tlotlo Tsamaase, edita in Italia da Zona 42 nel 2022 con la traduzione di Giulia Lenti.

Il libro costruisce un mondo allegorico carico di simbolismi, in una narrazione frammentata, non estranea a elementi surrealisti. L’Autrice adotta una struttura narrativa particolare, in cui ogni capitolo appare come un frammento onirico; le scene seguono una logica interna fluida e talvolta contraddittoria, vicina all’(in)coerenza dell’inconscio. La protagonista stessa, di cui non conosciamo il nome per una ragione specifica, si muove in una realtà che si sfalda e si ricostituisce di continuo. Tale andamento frammentario riflette il mondo interiore ed esteriore della donna, costretta a vivere in un mondo lacerato, sull’orlo del collasso, dove mantenere un senso di sé stabile è quasi impossibile.

La scelta stilistica di Tsamaase, costituita da immagini ricorrenti, salti logici, ripetizioni quasi rituali, può mettere alla prova il lettore in cerca di una trama lineare, ma rispecchia intenzionalmente la rappresentazione dello spaesamento e del trauma, personale e collettivo.

 

Lo stile fonde molteplici registri; troviamo così immagini surreali e metafore visive impattanti e raccontate con una certa vena poetica, ma al contempo leggiamo dialoghi espliciti e siamo messi di fronte a descrizioni viscerali. Al centro di queste immagini vi è soprattutto la pelle che scolorisce, si sfoglia e brucia, unitamente ai corpi trasformati e feriti, resi invisibili in funzione del potere.

Si trovano poi ripetizioni di frasi simili a incantesimi esorcizzanti e altre reiterazioni rituali, per esempio nelle apparizioni degli spiriti. Non a caso, Tsamaase cita tra i suoi modelli Gabriel Garcia Marquez e Helen Oyeyemi, autori noti per il realismo magico e il fiabesco: nella postfazione all’edizione italiana parla di una “musicalità della trama”, come se il testo fosse un’unica composizione da considerare in maniera organica al termine della lettura, o sarebbe meglio dire del ciclo narrativo che lo costituisce. Dopotutto la prosa di Tsamaase ha qualcosa di ipnotico, un ritmo scandito da frasi brevi e aforistiche alternate a periodi più lunghi che racchiudono spesso metafore o similitudini. Si possono intravedere parallelismi con autrici come Nnedi Okorafor, la quale mescola tradizione, magia e critica sociale, e con certe opere di Octavia Butler, dove la struttura non lineare e il trasformarsi dei corpi riflettono l’alienazione dei soggetti oppressi. L’aspetto che più ho apprezzato di questa lettura è il modo in cui l’Autrice, nel finale, spinga al limite la sua costruzione narrativa fino a sfociare nel puro simbolismo.

 

Al centro del romanzo vi è il tema dell’identità personale minacciata. La protagonista, una giovane donna africana che di mestiere è pittrice, ha già perso pezzi fondamentali di sé ancora prima che la vicenda inizi. Confessa infatti di non ricordare più i nomi delle persone che ama, neppure il proprio; identifica i suoi cari solo con appellativi generici (fratello, nonna, fidanzata) o addirittura numeri (i vicini di casa o i passanti sono solo questo). È una scelta narrativa che sottolinea una spiccata crisi dell’identità, ed è come se la protagonista vivesse già in uno stato di alienazione profonda.

La memoria è un altro nodo tematico; la storia personale e familiare si dissolve, i ricordi si fanno vaghi. In questo contesto, solo i morti mantengono un’identità chiara (i defunti appaiono ai vivi nel loro aspetto autentico, come a suggerire che solo oltre la vita si possa tornare a essere veramente se stessi).

Il corpo diviene il campo di battaglia di questa lotta identitaria. Il romanzo è ricco di trasformazioni corporee e fenomeni fisici anomali, che rappresentano in metafora la perdita o la difesa del sé. La protagonista vede persone diventare trasparenti, perdere la vista o l’udito, perdere persino l’ombra.

È un lento processo di annientamento che tocca il tema della biopolitica e che può ricordare Margaret Atwood e la sua rappresentazione dei corpi femminili resi proprietà del regime patriarcale. Tsamaase, in chiave più visionaria, suggerisce che una società oppressiva arrivi letteralmente a fare a pezzi chi non si conforma. Il potere è visto come un veleno che corrompe e che attacca chi non si sottomette a esso; così la sessualità fuori dal matrimonio, la maternità non autorizzata e l’amore omosessuale sono visti come colpe che richiedono un’espiazione.

 

Tsamaase adotta la prospettiva fantastica per mettere a nudo l’intreccio tra oppressione sul corpo e annientamento dell’identità, di cui la sfioritura della pelle è il simbolo ultimo.

La narrazione lascia comunque intravedere la possibilità di resistenza e di riscatto. In un mondo dove l’assimilazione alla massa dominante significa la perdita della propria anima, il semplice atto di ricordarsi chi si è e da dove si proviene diventa un atto rivoluzionario. La protagonista combatte per non cedere all’oblio, alle (verosimili) droghe instillate dal governo (un tema, questo, molto dickiano).

Sebbene il romanzo non nomini esplicitamente un colonizzatore concreto, l’allegoria della dominazione coloniale è trasparente e costituisce il fulcro della vicenda. L’ambientazione è una città africana immaginaria, divisa in due zone da una linea ferroviaria. A est della ferrovia sta la parte di città dove vive la protagonista, in cui il sole ancora sorge e tramonta; a ovest si estende un distretto dove dominano la luna e moderni edifici di vetro e acciaio. Questa geografia surreale rappresenta due comunità radicalmente separate (in fondo non diciamo “sono come il sole e la luna”?). A est si vive in maniera tradizionale, mantenendo un legame con gli antenati e la spiritualità locale, mentre dall’altro lato prevale un popolo di colonizzatori, forti della loro tecnologia, che influenza anche una parte dei nativi (tra cui il fratello della protagonista).

 

Molta importanza è data al linguaggio. La lingua coloniale sta progressivamente erodendo il linguaggio nativo, costringendo la gente a parlare con accento innaturale, storpiando la lingua originaria fino quasi a cancellarla. La cancellazione culturale è tradotta in termini fisici, e Tsamaase enfatizza il ruolo della lingua come ultimo baluardo di resistenza. Nell’opera originale, l’Autrice ha mescolato l’inglese con lo tswana; termini indigeni compaiono non tradotti nel testo e la traduttrice italiana ha scelto di seguire tale visione mantenendo i termini in tswana. Lo spaesamento del lettore è voluto, poiché esso riproduce la condizione dei personaggi oppressi, esclusi dalla propria cultura, ma anche da quella dominante.

Peraltro l’invasione coloniale non è terminata, e a un certo punto della trama gli abitanti del Distretto attraversano il binario, comprano terreni nella città est e costruiscono i loro edifici avveniristici sulle terre sacre, persino sopra i binari su cui viaggiano le anime degli antenati. Il colonialismo si manifesta come gentrificazione brutale e silenziosa, che spazza via luoghi e memorie. L’approccio fantastico consente inoltre di condensare in immagini oniriche ciò che altrove andrebbe descritto in molte più pagine; si ha infatti la sensazione di un’accelerazione terribile della storia, un destino ineluttabile contro cui protestare è come urlare al vuoto.

 

La riflessione sul tema dell’assimilazione culturale è inevitabile. Spesso, nella realtà, le forme di assimilazione operate dal colonialismo diventano con il tempo parte integrante della cultura locale, perdendo l’apparenza di imposizione esterna. Un esempio macroscopico è quello del Cristianesimo in Europa, diffusosi anche con la coercizione al tempo dell’Impero romano e oltre, e oggi così radicato nel tessuto culturale europeo che difficilmente lo si percepisce come un elemento imposto dall’esterno. È insomma divenuto struttura, tradizione.

Allo stesso modo, molte lingue, usanze e sistemi di potere coloniali sono stati interiorizzati dai popoli colonizzati, al punto che le nuove generazioni li vivono come normali. Tsamaase però, con la sua narrazione, ci porta al momento in cui l’assimilazione è ancora violenta e percepibile; ci fa sentire il bruciore fisico di un linguaggio che muore, lo spaesamento di chi è costretto a comportarsi in un certo modo per essere “adatto all’economia”.

 

In un passaggio agghiacciante, troviamo la protagonista sottoposta a una “rieducazione” linguistica forzata, con un’entità di potere – per così dire – che simbolizza la cancellazione culturale operata dal capitalismo in nome dell’omologazione che renda il soggetto adatto alla macchina produttiva. Viene così da chiedersi se, quando l’assimilazione diventa struttura, la violenza originaria scompaia o non diventi, invece, invisibile e sotterraneo.

La protagonista di Tsamaase dialoga con la letteratura distopica sul tema; penso per esempio alla Offred di Atwood che serba il proprio nome segreto come atto di resistenza, o ai personaggi di Nnedi Okorafor che combattono per mantenere vivi i legami con l’antico in mezzo a incubi ipertecnologici. Da parte sua, Tsamaase evita qualsiasi retorica didascalica e filtra la ribellione attraverso vivide metafore e contrasti simbolici, lasciando che sia il lettore a interrogarsi su quanto accade.

 

Affascinante l’uso del mito, in particolare la figura del Sognopelle, spiriti araldi che compaiono in sogno per annunciare la morte imminente di qualcuno. Nel romanzo, il Sognopelle destinato alla nonna morente “sbaglia” bersaglio e si rivela invece alla protagonista, conferendole involontariamente la capacità di vedere oltre il velo. L’evento innesca la trama con una sorta di illuminazione mistica, non richiesta e traumatica, che segna anche il recupero di un dialogo concreto e non soltanto rituale con i propri antenati.

Nel pantheon immaginifico del romanzo si trovano anche i dithokolosi, forse parenti dei leggendari tokoloshe, spiriti maligni o folletti della tradizione dell’Africa meridionale, i quali fanno la loro comparsa accanto ad altri esseri bizzarri. Vi sono Guardiani incorporei che possiedono i corpi altrui, capelli sepolti come reliquie magiche, specchi ingannatori, canzoni d’amore in lingua tswana che hanno una forza quasi soprannaturale. Tutti questi elementi si riallacciano a quella reinterpretazione futuristica e politica dei miti africani operata anche da Okorafor, o da Octavia Butler. Ma il modo in cui i fantasmi di Tsamaase convivono nel quotidiano e gli eventi fantastici che accadono senza stupire i personaggi ricordano certamente autori del realismo magico come Marquez. Mentre però in Cent’anni di solitudine i fantasmi possono simboleggiare il peso della storia e della colpa, in Silenziosa sfiorisce la pelle gli spiriti erranti incarnano una forma di resistenza spirituale.

 

Concludo sottolineando che leggere questo libro significa accettare di perdersi in un testo labirintico, privo di una consolante linearità; l’opera è aperta a interpretazioni in alcune sue parti e in altre rimane oscura, ma in questo risiede forse la sua forza. Il tema che personalmente ho sentito più vivo è il sentimento di sentirsi stranieri nella propria casa, con le conseguenze fisiche e psicologiche che questo comporta.

Siamo in un periodo in cui case editrici come Zona 42 (o Future Fiction) non perdono occasione di parlare dei modi in cui possiamo decolonizzare certe idee del mondo tanto radicate da non renderci conto delle loro origini nefaste. Silenziosa sfiorisce la pelle, in questo senso, è anche un buon punto di partenza per esplorare questa narrativa.

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