Che cosa significa fare la storia. Un romanzo di Alasdair Gray

 


Vi è qualcosa di paradossale nel titolo scelto da Alasdair Gray per questo romanzo breve pubblicato nel 1994 e arrivato in Italia soltanto nel 2022 grazie a Safarà, con la traduzione di Katia Bagnoli. La ballata del guerriero (in originale A History Maker) suggerisce un’epopea arcaica, una narrazione eroica, o un canto popolare che funga da atto fondativo di una comunità. Eppure, nel mondo che Gray costruisce la storia è già conclusa, e la ballata che rimane è quella di un uomo che non sa che cosa farsene della propria grandezza e la cui storia, mentre leggiamo, è già andata oltre. L’history maker è quella persona o evento che cambia il corso della storia attraverso imprese eccezionali e rivoluzionarie; è chi non si limita a vivere il proprio tempo, ma a plasmarlo. Ma chi è il protagonista del libro che avrebbe compiuto questo mutamento epocale?

 

Siamo nel 2220, nei boschi di Ettrick, nelle Lowlands scozzesi. La civiltà ha risolto il problema della scarsità. I conflitti armati esistono ancora, ma sono stati regolamentati dal Consiglio di guerra di Ginevra e trasformati in campionati tra clan rivali, ripresi in diretta dall’occhio pubblico, una sorta di drone-telecamera onnisciente, e trasmessi a un’umanità che li consuma come forma di intrattenimento. Le donne governano le famiglie, i clan e l’economia domestica; un matriarcato non per decreto ma per funzionamento naturale delle cose. Gli uomini si battono, si accoppiano e muoiono in modo spettacolare, e le loro gesta vengono annotate e archiviate dalle donne, le quali si occupano anche di curarli.

Wat Dryhope, figlio del clan Ettrick e guerriero più celebrato del suo tempo, è al centro di tutto questo. Ed è qui che Gray inizia la sua operazione più sottile: il romanzo si presenta come il memoir del personaggio, un “fatto storico” di sette giorni cruciali durante i quali l’utopia rischia di autodistruggersi. Il testo è annotato e commentato dalla madre – Kittock la Gallinaia – una donna colta e ironica che circoscrive, corregge e smonta il racconto affidatole dal figlio con una spietatezza chirurgica. Ed ecco quindi che la risposta su chi sia l’history maker del titolo non è più tanto ovvia.

 

La prima e più potente tematica del libro è la questione di che cosa accada a una società che ha smesso di fare storia nel senso hegeliano del termine. Gray immagina un futuro in cui le grandi contraddizioni siano state superate: la proprietà privata è stata abolita, la tecnologia ha eliminato la miseria, la guerra è diventata un rituale. È, in apparenza, la “fine della storia” di Fukuyama realizzata per via nordica e matriarcale, ma Gray non è un ottimista tout court, bensì un satiro del nostro tempo, capace di rendere più complesse e sfumate le posizioni su ciò che sia o meno desiderabile per una migliore società.

L’history maker potrebbe essere Wat, o il suo vanaglorioso padre, o l’intrigante Meg, o ancora sua nonna e le sue amiche. Questo rimbalzo di responsabilità attorno al protagonista è già di per sé un argomento, come a dire che la storia non la fanno gli eroi, ma il sistema che li produce e li consuma. Wat non è eroico nel senso classico; è amato e seducente, ma anche intellettualmente inquieto e moralmente fragile. È il simbolo di chi non riesce a godere dell’utopia che qualcun altro ha servito per lui. L’irruzione di Delilah Puddock è la dimostrazione che ogni sistema di regole contenga il seme della propria destabilizzazione. La donna ricopre il ruolo di antagonista che ammalia Wat al fine di portare avanti una cospirazione cosmica reazionaria che sovverta la società del XXIII secolo riportando il mondo a un’era di storia attiva e alla fine dell’epoca di pace ritualizzata. Delilah mette a dura prova l’apparente serenità del mondo di Wat, ma in realtà non fa altro che smuovere quella inquietudine che era già presente in lui. Il conflitto che ne scaturisce non è ridotto alla dicotomia tra buoni e cattivi, tra vecchio e nuovo (in termini generazionali e di idee), ma è anzi complicato dal rapporto tra l’ordine che funziona e il desiderio umano di rompere il “giocattolo” per capirne il funzionamento e – eventualmente – ricomporlo in maniera inedita.

 

Passo così al nervo più scoperto del libro, la critica al militarismo. Gray riprende e radicalizza una domanda che aveva già attraversato la cultura degli anni Settanta: da Walter a Orwell al classico di fantascienza Roller Ball Murder (1973) di William Harrison e alla rilettura filmica di Norman Jewison in Rollerball (1975), questi e altri riferimenti sono sparsi nel romanzo di Gray, il quale immagina una società che ha sublimato la violenza in sport, e poi si chiede che cosa possa accadere quando lo sport smetta di essere sufficiente.

La risposta è che i confini si spostano; l’occhio pubblico che sorveglia le battaglie e le trasmette al mondo garantisce il consenso, mentre la carica eversiva di Wat viene inglobata dallo star system, la sua fama di guerriero violento e astuto viene spettacolarizzata e trasformata in desiderabilità sessuale, producendo carisma, quindi potere, o – per meglio dire – un’illusione di potere. Sullo sfondo, il Consiglio di Ginevra continua a codificare nuove regole come se la guerra fosse un campionato, uno scambio di battute sferzanti tra giocatori di rugby prima dello scontro in campo aperto.

 

In tutto ciò, la scelta del matriarcato come assetto sociale è uno dei gesti più ambigui del romanzo. Gray esamina la possibilità di una rivoluzione contro un matriarcato, ma in generale lo schema sociale che immagina, per quanto rovesciato rispetto a quanto conosciamo, riproduce la stessa divisione tra chi gestisce il potere reale e chi occupa la scena. La madre di Wat che annota e corregge il memoir del figlio è la figura chiave di questa dinamica; è un personaggio che controlla la narrazione e decide che cosa meriti di essere tramandato, e come. La storia risulta scritta così non da chi si batte sul campo di battaglia, ma da chi scrive le note a piè di pagina.

Dunque Gray non idealizza il matriarcato, ma usa questa prospettiva per osservare certe dinamiche sociali che si creano tra uomo e donna. Dopotutto, l’utopia di Ettrick funziona, ma i suoi uomini ci si annoiano a morte: in questo mondo quasi anarchico dove il grosso dei problemi è stato risolto, gli uomini scelgono in massa di aumentare la propria mortalità. È una forma di pulsione di morte, di incapacità a vivere senza il conflitto, un aspetto che peraltro trascende i generi per quanto, forse, sia più sentito dalla controparte maschile. In questo modo la satira del libro sottolinea come l’utopia non fallisca per cause esterne, bensì per la resistenza interna dell’umano al proprio benessere, soprattutto quando ereditato e non costruito con le proprie mani.

 

Sul piano formale, Gray lavora alla stregua di un filologo. Il libro è diviso in tre parti: un breve prologo opera della madre di Wat, una parte centrale in cui si narrano gli eventi della vita di Wat e una serie finale di note molto estese, dove vengono spiegati alcuni punti oscuri della vicenda. Tale struttura (testo, cornice, apparato critico) è tutt’altro che decorativa e rappresenta il modo in cui Gray inscena il problema della narrazione storica, laddove ogni voce è parziale, o rischia di rasentare l’apologia di chi scrive.

Nonostante i gadget fantascientifici e le chiacchiere di viaggi intergalattici, la vita intorno al lago di St. Mary nel 2220 ricorda più l’epoca dei clan scozzesi in kilt armati di claymore che un futuro utopico/distopico. Gray impiega il salto in avanti temporale per reinserire la storia scozzese, per tornare a essa da un’angolazione obliqua. Scott è ovunque, nel ritmo stesso della narrazione, ma trasformato e sottoposto a interrogatorio. Di lui, Gray restituisce al lettore il senso di trovarsi in mezzo a grandi eventi che forse così grandi non sono. Lo humour è infatti un elemento strutturale dell’Autore: il realismo si unisce al fantastico, la satira sociale al dramma, e l’umorismo è sempre al servizio della verità della narrazione. Ogni battuta funge da analisi e ogni scena grottesca sottintende una domanda per il lettore più attento.

 

Sarebbe disonesto non riconoscere che La ballata del guerriero è un testo che offre resistenza. Si tratta di un libro di non facile lettura, non inquadrabile in un genere predefinito: è una narrazione utopica/distopica in cui la presenza di elementi fantascientifici e fantastici convive con un’impostazione che fa pensare ai poemi epici e ai racconti del folklore popolare. Se avete letto Calvino capirete in parte a che cosa mi sto riferendo. Il lettore che cerca un romanzo fluido troverà una struttura frammentata, dove le note dell’ultima parte sono un commento di non secondaria importanza per riuscire a completare la parabola di questa storia, o perlomeno una versione di essa. Gray obbliga il lettore a lavorare, e questa però è anche una qualità, per quanto mi riguarda.

Gray tiene in vita diverse questioni costruendo uno pseudobiblion che è allo stesso tempo il prodotto editoriale del nostro universo, inserendoci persino le sue illustrazioni (Gray era un artista a tutto tondo). Chi si avventura in questo sforzo scopre un’opera che parla di cose molto concrete, tra le quali la problematizzazione di un certo tipo di mascolinità, la violenza quale bisogno culturale, la narrazione costruita dal potere e la possibilità di ridefinire i ruoli sociali di genere. Non è poco, per un’opera capace di esprimersi in meno di duecento pagine.

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