La percezione odierna del male e dell'orrore
Vorrei
aprire una riflessione su un tema tanto vasto da non riuscire a vederne i confini,
cercando non di risolvere la questione, ma di proporre un punto di vista. Per
millenni l’essere umano ha discusso su quali fossero le caratteristiche del
bene e del male; come questi due poli agissero nell’Uomo e nella Natura; quale
peso avessero la predestinazione o una volontà superiore. La risposta
maggioritaria è mutata a seconda dell’epoca, fino a giungere all’odierna
percezione, nella quale il relativismo di vizi e virtù va per la maggiore. Nel
dettaglio, vorrei discutere alcune caratteristiche tipiche dei mali di oggi e la
concezione del dolore altrui, limitandomi ad alcuni esempi emblematici.
Anselm Kiefer, Horror Vacui (1980) |
Ciò che ha mosso queste parole è stato un post su Facebook. La pagina in questione si occupa di condividere foto e altri generi di immagini che in qualche modo hanno segnato un’epoca e la coscienza collettiva. Nello specifico, vidi una fotografia di un paio di guanti in pelle umana del noto serial killer Ed Gein. Avevo già sentito parlare di lui e della sua macabra collezione; avevo anche letto di lui nel libro I serial killer. Il volto segreto degli assassini seriali: chi sono e cosa pensano? Come e perché uccidono? La riabilitazione è possibile? di Vincenzo M. Mastronardi e Ruben De Luca.
L’immagine
in sé non urtò la mia sensibilità, per quanto ebbi sùbito una sensazione di
tristezza nel pensare che quelli che stavo osservando erano davvero dei guanti
di pelle umana e che qualcuno era morto, probabilmente con atroci sofferenze,
per quei guanti. Tutto questo mi capita spesso, passando dalla rete alla tv e
ai libri: avviene tutto in un istante; è una sensazione, una percezione del
dolore altrui. L’immagine mi trasmette questo e accetto di vederla nella mia
bacheca, proprio perché rappresenta una realtà e uno stimolo emotivo.
Detto
questo, parlando di quel caso specifico, mi capitò di leggere i commenti. Quello
in primo piano, con svariati like e
reazioni, recava la scritta: “Emporio Ar-mani”. Seguivano i consueti commenti: “Tu
hai vinto”; “Commenti Memorabili” e via dicendo. In un’altra occasione, era
stata condivisa una foto di Leonarda Cianciulli, la donna che uccise diverse
persone per poter ricavare il sapone dal loro grasso corporeo. I commenti più
apprezzati erano dello stesso tenore.
Nel
primo caso qualcuno espresse il proprio disappunto nel vedere quelle immagini a
loro dire “strappalike”, che ruotavano intorno al macabro e al sensazionale per
ottenere visibilità. Eppure, personalmente, non me la sento di incolpare quella
pagina piuttosto che altre. Le pagine propongono del materiale seguendo una
linea (in questo caso le immagini che hanno segnato un’epoca) oppure in base a
quello che i followers apprezzano di
più, considerando reazioni, commenti e condivisioni. Ripeto: le pagine
propongono; chi usufruisce di quelle immagini ha tutta la responsabilità di
come le interpreta. Al massimo, è sufficiente smettere di seguire la pagina, se
quello che condivide urta la nostra sensibilità; al contrario, nel caso specifico
in cui si mostrino violenze e torture reali, si agisce di conseguenza, con
segnalazioni e denunce. Tutto il resto dipende dal fruitore.
Introduciamo
quindi un elemento: il black humor. Esso
tratta di quei temi topici (morte, malattia, sessualità, religiosità, etc.) e
li schernisce senza filtri, con ironia, non tanto per l’argomento in sé ma per
le declinazioni che quell’argomento assume a seconda dell’epoca. L’umorismo
nero entra nelle paure, nei timori e nei dubbi, che appaiono come enormi e
mostruosi, e li rende accessibili, a misura d’uomo. Il buon umorismo nero, però,
non banalizza mai quei temi. Anzi, dopo averli esplorati sceglie se
abbandonarli in quanto insignificanti (problemi apparenti) o se suggerire una
soluzione per assurdo (problemi effettivi). Per alcuni può sembrare superfluo,
ma vale la pena ricordare uno scrittore come Jonathan Swift e la sua A modest proposal… (1729), in cui per
risolvere il problema della miseria e della sovrappopolazione, l’io narrante
propone di usare i figli dei poveri letteralmente come carne da macello.
Introdotto
questo elemento, è tempo di interpretare i dati. Riconosciuto il valore del black humor, che cosa mi ha lasciato
perplesso e deluso nel commento fatto a quei guanti? Probabilmente la
consapevolezza che quello non fosse umorismo nero, non tanto per la mia (personale)
concezione di un umorismo rivolto a uno scopo, ma per la superficialità
oggettiva di quel commento. Che se mai aveva un obiettivo, era proprio quello
di mettersi in evidenza con un gioco di parole sarcastico.
Si
entra però così in un tunnel senza via di uscita, dal momento che i social
network nascono invece con la premessa di poter far esprimere chiunque su
qualunque argomento, dandogli la possibilità di emergere, anche se per un solo istante. E sotto questa luce, ogni
commento – superficiale o erudito – perde il suo carattere e le pulsioni della
maggioranza determinano ciò che è condivisibile e ciò che è da deridere. A
questo ragionamento si lega Il motto di
spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905) di Sigmund Freud: l’umorismo,
in particolare quello nero, non è altro che un modo per esprimere pulsioni
(sessuali, ma aggiungerei il termine “esistenziali”) che il soggetto maschera appunto
dietro il motto di spirito. Considerato che una parte dei social network si sta
trasformando in un deposito di sogni infranti, desideri inespressi, violenza
verbale gratuita e supremazia del qualunquismo, non posso stupirmi o sentirmi
offeso da quel commento sui guanti.
E
se aggiungiamo che di recente la Medical University di Vienna ha posto in
relazione umorismo nero ed alte capacità cognitive (aspetto che a prima vista non
mi sembra in contrasto con Freud, ma può anzi integrarlo), ecco che forse mi
sarei dovuto fermare a quando ho riconosciuto il valore oggettivo del black humor. E chiuderla così.
Ciò
nonostante qualcosa mi sembra ancora fuori posto. Altri studi fanno presente
che restare troppo tempo sui social network incrementerebbe l’infelicità. Ora,
gli studi scientifici su questo tema sono forse un di più, visto che la
coscienza di ognuno di noi è in grado di cogliere questo aspetto. In tal senso,
quel deposito degradato – a cui abbiamo accennato poco fa – non farebbe altro
che incentivare quella frustrazione che invece dovrebbe contribuire a eliminare
a suon di libertà di questo e libertà di quello.
Ne
nasce un circolo vizioso, per cui chi si esprime è anche colui che legge le
espressioni altrui e questo dialogo, diverso dai dialoghi fatti di persona,
sfrutta l’ambiente per far fuoriuscire le pulsioni represse. Nessuno ha mai
ragione. E se proprio si dovesse avere torto in una discussione, basterebbe rifugiarsi
nel proprio profilo o nella bacheca, cercando un pesce più piccolo con cui
confrontarsi.
D’altra
parte, a patto di non condividere un invisibile “codice di dialogo” (che pure
esiste: è l’educazione), qualunque discussione sul web è destinata a degenerare
nell’autoreferenzialità.
Per
concludere riprenderei quel “mantra” che ci ricorda che il problema non risiede
nella tecnologia, ma nel come la si utilizza. La logica vuole quindi che in un’umanità
che dà per scontata la differenza tra bene e male, quella superficialità abbia
ripercussioni sui sistemi che crea.
Al
principio di questo scritto ho affermato di aver letto il libro sui serial
killer di Mastronardi e De Luca; aggiungo la mia passione per gli horror e il
fatto che segua molte pagine sul tema; infine, tra una lettura e l’altra, non
manco di leggere libri con temi macabri, dell’orrore o anche solo angoscianti e
sinistri (da alcuni scritti molto crudi di Pasolini a Stephen King, Chuck
Palahniuk, etc.). L’orrore è negli occhi di chi vede?
Quante
volte seguo la campagna pubblicitaria costruita intorno ai film horror in
uscita e quante volte i commenti ribadiscono la solita storia del “non fa paura
per niente”, “e questo sarebbe un horror?” e l’immancabile: “Non ci sono più
gli horror di una volta”. Certe volte hanno ragione, ma come chi punta sempre
su testa e prima o poi la moneta cade nel verso giusto.
In
maniera indifferenziata, sembra che tutto ciò che è nuovo non abbia la dignità
di esistere come forma d’arte, ma questo non è che un riflesso del vero
problema. Ci siamo abituati alle stragi, alla morte, alle contraddizioni e
abbiamo fatto di tutto un fatto personale, accumulando rancore, per cui il mondo era meglio quando
eravamo capaci di provare emozioni. Anche il fascino per il male è relegato
quasi sempre a maniera e ritorna stanca la questione sul perché personaggi come
Charles Manson continuino a sopravvivere ai loro modelli reali.
La
risposta preconfezionata è la stessa utilizzata per l’umorismo nero: è un modo
per fare, per dire quello che il “codice di dialogo” ci impedisce. Ma c’è di più.
In un libro, in un film o in una qualunque altra opera d’arte devo essere capace di
distinguere. Posso immedesimarmi in una parte qualsiasi, ma ciò dovrebbe forse
avere un significato esistenziale, anche molto semplice, che ci aiuti a
comprendere il gioco delle parti, la relazione tra il bene e il male. Mi sembra di riconoscere l’orrore non negli occhi di chi vede, ma in chi guarda quell’orrore
senza provare emozioni.
Commenti
Posta un commento